corriere.it, 20 febbraio 2026
Mose, trenta sollevamenti in 23 giorni: conto da sei milioni di euro. «Ma senza, Venezia sarebbe stata in ginocchio»
Da che non avremmo dovuto usarlo che poche volte, preferendogli, magari, gli stivali provocatoriamente evocati da Massimo Cacciari per traguardare l’acqua alta, a trenta sollevamenti in 23 giorni (dal 28 gennaio a ieri sera, 19 febbraio), in mezzo c’è un mare (Adriatico) di modelli matematici, previsioni, ingegneri che si pronunciano, formule che galleggiano. La sostanza è questa: il sistema di dighe mobili che protegge Venezia non è mai stato così attivo. E dopo 6,5 miliardi di euro spesi e oltre quarant’anni per vedere la luce, come disse Gianfranco Bettin qualche anno fa «ci mancherebbe pure». Il perché è facilmente intuibile: il clima cambia, il livello del mare si alza e ciò che un tempo era «eccezionale» diviene drammaticamente frequente.
L’anomalia del vortice polare
L’ultimo sollevamento di una serie da record è avvenuto ieri alle 21.40, il trentesimo, dopo che il 29esimo era stato ieri mattina. Intanto capiamo che cosa è avvenuto negli ultimi giorni. Alvise Papa, dirigente del Centro Maree la spiega così: «Nella durata e nel periodo è un fenomeno assolutamente eccezionale: non c’è stata una serie così lunga e così continua di fenomeni mareali, né in questo né in altri periodi. Le cause sono dovute a un’anomalia del vortice polare di metà gennaio che sta continuando e sta portando frequenti perturbazioni, molto modeste, ma continue. Sono loro che provocano questa frequenza di maree. In questo modo la “sessa”, che è l’onda di risonanza che si genera quando passa un evento meteorologico sopra il mare non può cessare. Non abbiamo avuto maree eccezionali sopra i 140 centimetri, ma in un anno il livello medio della marea è passato da 24 centimetri ai 68 di quest’anno. A lungo termine questo fenomeno richiama la possibilità che in futuro, tra circa 30 anni potremmo dover sollevare il Mose tutti i giorni. Se non ci fosse stato il Mose in questi giorni la città sarebbe stata in ginocchio: 75 ore consecutive con la marea sopra i cento solo con l’acqua granda del 2019 è successo. Ora dobbiamo pensare al dopo: noi comunità scientifica dobbiamo trovare delle soluzioni da proporre al mondo politico al più presto».
Gli effetti su biologia e Porto
Per Pierpaolo Campostrini, direttore generale del Corila, il consorzio di ricerche sulla laguna, «Venezia sta dimostrando di resistere ai fenomeni, non abbiamo subito i danni che avremmo subito se il Mose non ci fosse stato, la città sarebbe stata portata a un livello di esasperazione: senza scuola, senza negozi, senza alcun evento in città, non solo il Carnevale. Ci sono ancora delle cose da completare – opere su Piazza San Marco, che dovrebbero risolvere i problemi riscontrati nonostante il Mose, ndr – e sono contento di aver pensato insieme a Daniele Rinaldo, alla difesa della Basilica di San Marco che la rende completamente impermeabile. La Piazza lo sarà tra qualche tempo. Certo, c’è il problema degli effetti sull’ecologia e la biologia e sul Porto, che sono in corso di valutazione. Quelli sulla biologia sono favoriti perché in questo periodo c’è un’attività biologica minore, la vita rallenta, la produzione di plancton è in stasi, se una chiusura così continua fosse avvenuta d’estate sarebbe stato ben diverso. Al momento non abbiamo evidenze di tragedie in atto, le conseguenze possono avvenire molto più avanti nel tempo. È per quello che all’azione deve essere incrementata l’attività di osservazione, di studio. Ciò che si spende è sempre una frazione rispetto ai denari che costa il sollevamento e la manutenzione del Mose».
L’imputato contro cui puntare il dito è il riscaldamento globale, destinato, come si diceva, ad aumentare. «Qual è la prospettiva? – si chiede Campostrini -. Il fine secolo? La prospettiva è molto preoccupante, ovviamente, ma nel frattempo cerchiamo di mantenere viva la città, altrimenti saremmo morti prima. Ma siccome dovremo intervenire con altre infrastrutture tra cinquant’anni, pensiamoci adesso. E nel frattempo acceleriamo sul gemello digitale della laguna, che ci aiuterebbe a testare soluzioni diverse».
I costi
I sollevamenti, però, hanno un prezzo. Come ricorda Davide Calderan della Venice Port Community: «Per fortuna la maggioranza delle chiusure è accaduta di notte. Ai primi di marzo ci incontreremo con l’Autorità per il Mose e per il Porto per rivedere l’organizzazione e per poter forse programmare o cambiare qualche regola. Il costo è duplice: ogni alzata al Porto costa 200mila euro, per trenta fa 6 milioni di euro. Ma c’è anche un altro costo: a venerdì scorso sono state 111 le navi che erano entrate e sono dovute uscire. Di queste navi, il 15% ha dovuto spostare gli orari o la giornata di entrata o uscita. Il problema più brutto per noi è che l’armatore che oggi deve fermarsi, la prossima volta va in Croazia o in un altro porto che non ha questi problemi»