Corriere della Sera, 20 febbraio 2026
Renga: «Non scappo più»
Undici volte al Festival. Come Patty Pravo. «Un onore», commenta Renga, recordman di presenze per questa edizione di Sanremo. «Ogni volta ci sono venuto con una motivazione diversa».
Le rifarebbe tutte?
«Forse mi risparmierei l’anno del Covid... È stato difficile. Il non potersi muovere era diventato un’ossessione tale da farti apprezzare traffico, interviste e tutte quelle cose che normalmente sono una rottura di scatole».
Nel 2005 vinse con «Angelo».
«Quella volta la partecipazione fu casuale. Erano usciti un album e un singolo che funzionavano e non ci stavamo pensando proprio al Festival. Mi chiamò Bonolis, che era il conduttore, e mi convinse».
E questa volta?
«È il Sanremo della novità, ho firmato con una nuova etichetta... un’epifania. La canzone parla di una cosa semplice e rivoluzionaria. Viviamo in un tempo in cui siamo abituati a nascondere ciò che non funziona per paura di crollare. Invece credo che guardando quella parte peggiore di noi si possa cambiare davvero. Non è l’altro a dover sistemare ciò che non va e caricarsi addosso il buio ma tu che devi attraversarlo. Il meglio di noi non arriva negando il peggio, ma guardandolo negli occhi e disinnescandolo. Un invito quindi alla responsabilità emotiva, al non scappare».
Lei scappa?
«A volte mi capita ancora, ma sono a un punto di svolta, a una nuova consapevolezza. Mi è servito il confronto con le donne della mia vita, mia figlia anzitutto e sua madre (Ambra Angiolini ndr), per arrivare a questo».
Perché scappava?
«Ho cominciato a scappare quando è morta mia mamma. Avevo 17 anni. Una mancanza che ha segnato tutta la mia vita e ha falsato i rapporti con le altre donne: lo avevo vissuto come un abbandono».
È scappato anche dalla relazione con Ambra?
«Sì... Ci siamo fatti del male... Non è stato semplice, ma adesso abbiamo risolto tutto».
L’addio ai Timoria, la band con cui ha esordito e ha fatto il primo Festival nel 1991, è stata un’alta fuga?
«Dopo la morte di mamma, la famiglia si era disgregata: mia sorella gemella si era sposata, mio fratello conviveva e papà si era trasferito in Sardegna per lavoro. Ero rimasto solo a Brescia e facevo fatica ad arrivare a fine mese. La band è stata un rifugio. Con i Timoria avevo cancellato le altre figure di riferimento: vivevo solo con loro. Lasciare la band è stata una grande fuga. Poi la vita mi ha portato altre soddisfazioni e in quel momento ho iniziato a chiedermi cosa nascondesse quel modo di farsi male».
Le rockband che vi hanno preceduto come Litfiba e CCCP vedevano in Sanremo un tradimento. I Timoria mostrarono che si poteva essere rock e allo stesso tempo andare su quel palco. Dopo ci sono passati Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica...
«Fu uno scandalo per la scena. Fui io a spingere perché avevamo una canzone bellissima, Omar Pedrini scriveva da dio... La sala stampa inventò il premio della critica della categoria giovani per noi. Andai solo io ritirarlo perché tutti gli altri erano già tornati a casa visto che era finito tutto. Il mio discografico mi aveva detto: “ti faccio dormire nella suite di Zucchero”. Mi ricordo solo che dissi, e non me ne capacito ancora oggi, “è la cosa più bella che mi è accaduta in questi ultimi 15 giorni”».
La sua generazione è stata spiazzata dal cambiamento portato dallo streaming...
«La nostra generazione artistica non vive un momento luminoso da quando è cambiato il mercato. Abbiamo fatto tentativi per cercare un linguaggio fruibile da questo nuovo mercato e spesso, io compreso, abbiamo fatto delle cavolate pazzesche. Cantare una canzone usando un linguaggio da ragazzino non può funzionare. Questa volta ho trovato un connubio fra la mia vocalità e una scrittura più moderna m rispettando la mia storia».