Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 20 Venerdì calendario

Lo sport italiano resta un club per soli uomini

Nelle Federazioni Sportive le presidenti donne sono 2 su 50: appena il 4 per cento. A capo delle 13 Discipline Associate non ce n’è nemmeno una. Negli Enti di Promozione Sportiva una sola guida un’organizzazione su un totale di quattordici, il 7 per cento. Va un po’ meglio tra le Associazioni Benemerite: tre su venti, un timido 15 per cento che non basta a cambiare lo scenario.
Sono alcuni dati mostrati durante il convegno «Equità di genere e sport» organizzato nei giorni scorsi a Casa Italia, a Milano, e raccontano la rete di potere dello sport italiano. Una rete in cui pure il dato anagrafico appare rilevante, con il 70 per cento di chi è al vertice che ha più di sessant’anni, e in cui il ricambio generazionale è spesso assente, con alcuni presidenti al loro posto da oltre 20 anni.
È un paradosso: mentre le atlete continuano a vincere (a Milano Cortina 7 medaglie d’oro su 9 sono al collo di donne o team con donne), ai piani alti la rappresentanza femminile rimane residuale.
«Non si tratta solo di numeri, ma di sguardi, di priorità, di modelli», dice Luisa Rizzitelli, di Assist, l’associazione che da oltre vent’anni si batte per i diritti delle atlete. «Nelle stanze del potere si decidono strategie e investimenti. Il punto non è chiedersi se le donne siano pronte, perché lo sono, ma se un sistema storicamente di esclusivo dominio maschile sia pronto ad accoglierle e riconoscerne il valore».
Parlare di equità significa (non solo nello sport) interrogarsi sui meccanismi di selezione, sulle reti di relazioni, sulle consuetudini che favoriscono la continuità maschile più che il cambiamento.
Serve un cambio di passo.
«Da parte del Coni, che dal 1914 non ha mai avuto una donna presidente o segretario generale, ma anche del ministero dello Sport – dice Rizzitelli —. Anche per questo abbiamo chiesto al ministro Abodi di aprire un tavolo per il superamento delle discriminazioni».
Quei numeri così desolanti mostrati a Milano sono il punto di partenza. Sta a chi governa decidere se considerarli un dettaglio o una priorità non più posticipabile.