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 2026  febbraio 20 Venerdì calendario

Intervista a Stefano Accorsi

Stefano Accorsi, da padre di quattro figli tra i 19 e i 5 anni, che responsabilità si sente di più? Dare sicurezza, libertà o un esempio credibile?
«Un esempio credibile. Umberto Eco diceva che “diventiamo ciò che nostro padre è negli scampoli di tempo”: non è tanto quello che diciamo, è quello che siamo quando pensiamo di non essere visti. Poi, ami un figlio e vorresti proteggerlo, ma sai anche che gli devi dare strumenti per emanciparsi da te. Per esempio, il mio maggiore fa l’università ma anche il cameriere. Gli abbiamo fatto “la capa tanta” che doveva lavorare e gli è servito».
Orlando Accorsi, figlio di due divi del cinema, lei e Laetitia Casta, fa il cameriere?
«In un ristorante italiano a Parigi. È importante che impari a guadagnare. Io ho fatto il bagnino e mi ha fatto bene. E insisterò anche coi fratelli. Tutti hanno già i loro compiti. Scherzando, dico che la sopravvivenza dei gatti è affidata a Lorenzo, 8 anni. Poi, sono quattro figli: dovranno mantenersi, non posso lavorare fino a 200 anni, per quanto la longevità mi stia a cuore».

Stefano Accorsi ride. A 54 anni, il riferimento alla longevità evoca il fisico che tanto ha fatto scalpore ultimamente, quello esibito nel nuovo film di Gabriele Muccino, Le cose non dette, in cui è un cinquantenne che compensa gli insuccessi esistenziali coi successi in palestra. L’estate scorsa, mentre girava, uscì una sua foto in costume: il web esplose e lui divenne il portabandiera dei cosiddetti “perennial”, nuovamente sex symbol come quando, 25 anni fa, l’Italia impazzì per lui vedendolo nell’Ultimo bacio e nelle Fate ignoranti. Dopo due figli con Laetitia Casta, dal 2015, è sposato con Bianca Vitali, autrice delle Iene tv, con la quale ha avuto gli ultimi due bambini. I muscoli gli sono utili anche in teatro: senza, non potrebbe reggere Nessuno – Le avventure di Ulisse, in tournée fino ad aprile, un’ora e mezza di monologo in cui corre, salta, si arrampica. Senza sosta e, soprattutto, senza fiatone.
Il regista Muccino ha raccontato che le aveva chiesto di allenarsi un po’, ma quando l’ha vista gli è preso un colpo: aveva esagerato?
«Mi aveva detto: “Guarda, ti voglio in forma”. Io: “Ma sì, lo sai, mi alleno sempre”. E lui: “No guarda, devi essere in forma”. Al che, ho aperto i rubinetti».
Insomma, la palestra le ha preso la mano.
«Perché mi fa stare bene e penso che non basta campare tanto, ma bisogna campare bene. Poi, quando corro, mi vengono nuove idee. Pazienza se il 90 per cento sono idee sceme».
Nel film, lei tradisce sua moglie con una studentessa che ha trent’anni di meno. Quanto c’è di generazionale?
«Credo che parli più dell’essere umano nella sua complessità. Il mio Carlo ha amato molto la moglie, con la quale è in stallo perché non riescono ad avere figli, e con quella studentessa rivive certe sensazioni e gli è difficile dirsi: le butto. Con Gabriele, ci siamo interrogati sulla possibilità di amare due persone. Prevengo la domanda: a me, non è mai successo».
Altra domanda a Stefano-padre. Si parla anche di adolescenti che diventano mostri: lo diventano seguendo l’esempio di adulti che si comportano da tredicenni?
«In parte. E qui c’è il grande tema: un genitore, deve mostrare le sue fragilità o deve nasconderle? Torniamo ai bambini che ci guardano anche quando non ce ne accorgiamo. Per cui, l’esempio che diamo deve essere autentico. Siamo esseri umani, sbagliamo, non siamo eroi. È quello che mi ha attirato di Ulisse: uno che non voleva andare in guerra e si finge pazzo per non andarci; che vuole tornare a casa, ma ci mette dieci anni per tornarci. Però è un combattente. In scena mi muovo tanto perché al regista Daniele Finzi Pasca piaceva che si vedesse l’uomo che lotta contro tutto, anche contro sé stesso».
E lei è un combattente?
«Sono tenace e lotto per le cose a cui tengo. Col tempo, ho imparato a relativizzare il fallimento e il perfezionismo, perché essere perfetti in tutto è impossibile e crea stress».
Quando è stato sotto stress?
«Per raccontarlo, devo partire dai miei inizi, che sono stati un susseguirsi di eventi straordinari. Prima ancora di fare la scuola di teatro a Bologna, a 19 anni, sono stato preso da Pupi Avati per girare un film in America, Fratelli e sorelle. Poi, vado alla scuola e subito faccio lo spot del Maxibon che mi rende popolare. Finisco l’accademia e arrivano già film di successo, come Jack Frusciante è uscito dal gruppo e Radiofreccia».
E nel 2001, inanella quattro film pazzeschi.
«La stanza del figlio di Nanni Moretti, L’ultimo bacio di Muccino, Le fate ignoranti di Ferzan Özpetek, Santa Maradona di Marco Ponti: quello è stato uno dei momenti un po’ idioti della vita in cui dici: ma allora sono Dio!».
L’ha detto davvero «sono Dio»?
«Più o meno. Mi dicevo: cavolo, ci ho sempre creduto e ho avuto ragione».
Da quando ci credeva?
«Avevo dieci anni: registravo i film della sera per vederli dopo i compiti. Papà era tipografo, mamma segretaria di scuola, stavamo a Bologna, dal cinema eravamo lontani, ma quando ho detto che volevo fare l’attore mi hanno lasciato libero, perché vedevano che era una vocazione. Mi dissero solo: fai anche l’università, non si sa mai. Insomma, tornando al momento idiota, faccio un film e funziona, ne faccio due funzionano, tre, quattro e dico: vabbè, ma allora l’ingrediente segreto sono io. Ed è lì che ti sfracelli».
Cosa successe con lo sfracello?
«Avevo paura di scegliere il film sbagliato, di deludere il pubblico. Da un momento all’altro, avevo i fan fuori casa, accendevo la tv e parlavano di un mio film. Una volta, per strada, un ragazzo in macchina mi ha riconosciuto, si è distratto e ha fatto un incidente. Non si è fatto niente per fortuna. Insomma, arrivavano affetto e attenzione, ma per un attore è importante guardare e io non potevo più guardare, ero solo guardato. Era scioccante perché tu desideri che i film che fai vengano amati, ma quando ti succede, tante cose non le hai messe in conto. Mastroianni diceva una cosa divertentissima: l’attore è uno che desidera avere successo e poi quando ce l’ha si mette degli occhiali da sole per non farsi riconoscere».
Da lì, la fuga in Francia e tanti no a nuovi film. Troppi no?
«Tanti, ma molti anche a ragione: mi proponevano dal sedicenne all’anziano di 85 anni... Arrivavano montagne di copioni».
Nella sua autobiografia «Album Stefano Accorsi», ha raccontato che a Parigi, di notte, a letto, piangeva.
«Le proposte dall’Italia erano calate, io lavoravo un po’ in Francia ma non era lo stesso, e mi chiedevo: e se quel successo non tornasse mai più? Era angosciante. Nel frattempo, in Italia ho fatto film come Baciami Ancora e Saturno Contro, però tre o quattro in nove anni: pochi».
Il crollo
«Più che altro, ero triste. Infatti, lo sfracello si è fatto interessante solo quando ho iniziato a darmi delle colpe, perché lì ho smesso di dirmi: ma perché non mi chiama? Ho detto: ma perché non lo chiamo?».
Ed ecco che nasce l’idea della serie «1992» che la riporta in Italia.
«Mi interessava la politica, ho avuto l’idea di una serie su Tangentopoli e ho chiamato i produttori Mario Gianani e Lorenzo Mieli. E mi è venuta l’idea di un Orlando Furioso in teatro e ho chiamato il produttore Marco Balsamo. Lo sfracello, se lo sai interpretare, ti serve per il futuro».
La bulimia da lavoro sulla quale ironizza in «Call my Agent», quando dice «posso fare Romeo e anche Giulietta», è un suo tratto?
«Mi dicono che sono stacanovista. Dire di no a un progetto che mi piace è impossibile. Ho fatto salti mortali per riuscire a fare più cose insieme. Quando debuttai con l’Orlando, stavo finendo un film, dormivo un’ora e mezza dopo il teatro e poi mi portavano sul set. Spesso, mi capita di registrare i voice-over nella cabina armadio».
Nella cabina armadio?
«Certo, ha un’insonorizzazione perfetta».

Perché tre anni fa ha ideato il Festival Planetaria su climate change e ambiente?
«Perché è un tema che mi riguarda ogni istante. Basta andare in montagna e vedi i ghiacciai sempre più piccoli. Chiamarsi fuori mi fa strano. L’idea è nata leggendo un saggio che spiegava che l’approccio catastrofistico crea ansia e allontana le persone. Al che ho pensato: e se invece per parlarne unissimo teatro, arte e scienza? A Firenze, a settembre, sono venute cinquemila persone, fra cui tremila bambini. Ormai è un progetto diffuso, e gratuito, in varie città».
Perché gli amici la definiscono «buddista inconsapevole»?
«Forse perché ho un approccio positivo alle cose. Ma se lo chiede ai miei figli, non credo siano d’accordo. Ci tengo a stare con loro: nei contratti del teatro, chiedo due giorni liberi a settimana per tornare a Milano ovunque mi trovi. Ma ho poca pazienza, se urlano, urlo anch’io».
I vent’anni di differenza con sua moglie Bianca non l’hanno mai spaventata?
«Non ci siamo mai posti il problema. È un amore bello il nostro. E lei è bravissima coi ragazzi. Il metodo di studio gliel’ha insegnato lei, laureata col massimo dei voti, è organizzata, capace di risolvere problemi complessi».
Alla fine, che effetto fa essere ancora un sex symbol?
«Stupisce che ci sia questo percepito, ma mica è brutto».