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 2026  febbraio 19 Giovedì calendario

I robot danzanti di Pechino e la supremazia della tecnologia. Ma per l’esercito è ancora presto

Danzano e saltano, combattono e colpiscono. Sono gli incredibili, ma terribilmente reali, umanoidi robotizzati messi in scena dalle televisioni di Pechino durante il seguitissimo spettacolo del Capodanno cinese. Uno spettacolo servito non solo a salutare l’arrivo dell’anno del Cavallo di Fuoco, ma anche a trasmettere un messaggio intriso di orgoglio nazionale, propaganda militare e pretese tecnologiche. Un messaggio servito non solo a entusiasmare gli spettatori cinesi, ma anche a impressionare la comunità internazionale.
Da ieri le immagini dello show rimbalzano dagli schermi della Cnn a quelli dei principali media online europei, tracimando sui nostri smartphone. Scatenando un’unica immediata domanda. «Ma se quei robot vestissero la divisa dell’esercito cinese sapremmo fermarli?». Domanda angosciante, ma mal posta. La paura che quei robot umanoidi abbandonino gli schermi televisivi per trasformarsi in conquistatori dell’Occidente è ancora irreale. In quella rappresentazione i robot umanoidi rispondono a una programmazione accurata e sofisticata. Da lì a trasformarli in automi combattenti capaci di assumere decisioni proprie, simili a quelle di un moderno soldato, ci passano ancora anni di studio. E miliardi di investimenti.
Però quel plotone di umanoidi ci racconta una realtà economica e tecnologica forse più preoccupante. Come già successo nel campo dei pannelli solari, delle tecnologie verdi, delle automobili elettriche e dei droni, la Cina è pronta ad avviare una produzione su scala industriale di umanoidi robotizzati. Ed ha già sorpassato un’America e un’Europa dove, a causa degli altissimi costi, la costruzione di quei robot è ancora marginale e riservata a università, industrie e centri di ricerca.
Le aziende di punta della robotica cinese – come Unitree, MagicLab, Noetix, Robotics o Galbot – controllano invece due terzi dei brevetti del settore e riescono a produrre un umanoide in tempi e a prezzi pari a un decimo delle analoghe industrie statunitensi. Questa superiorità si trasforma in minaccia reale se diamo credito alle proiezioni di banche e gruppi di ricerca concordi nel prevedere la produzione di centinaia di milioni di umanoidi entro il 2050 con un fatturato globale pari a circa settemila miliardi di dollari. Un fatturato e un mercato che, con le tendenze attuali, saranno sotto il totale controllo di Pechino.
La superiorità cinese non è casuale. Come nel settore delle «terre rare» – dove il monopolio venne programmato già negli anni Settanta – anche nella robotica la superiorità è frutto di una rigida programmazione. A imporla ci ha pensato il presidente Xi Jinping. Il 14° piano quinquennale varato nel 2020 attribuisce alla robotica il ruolo di pilastro centrale della crescita economica assegnando al Paese il compito di trasformarsi in leader mondiale del settore entro il 2035.
Un obbiettivo ormai assai vicino. Tra il 2013 e il 2022 le università cinesi hanno aggiunto oltre 7.500 nuovi corsi di laurea in ingegneria, con quasi 100 focalizzati sulla robotica.
Così oggi il Dragone – oltre a controllare 190mila brevetti di settore (due terzi del totale mondiale) – ospita anche la metà delle più importanti aziende specializzate nella produzione di umanoidi robotizzati. Per sconfiggerci, insomma, ai Cinesi non serve un esercito di soldati d’acciaio e micro chip, a loro basta schiacciarci tecnologicamente ed economicamente.