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 2026  febbraio 19 Giovedì calendario

Riscoprire Haydn il genio tranquillo che cambiò la musica

Il grande oratorio La Creazione (Die Schöpfung) di Franz Joseph Haydn è uno dei capolavori musicali d’ogni tempo. Frutto del tranquillo genio di un uomo che, nato da famiglia umilissima e con un’infanzia poco meno che “miserabile”, riuscì ad eccellere a Vienna e in Europa grazie ad un eccezionale talento. Se oggi non viene citato ed eseguito quanto meriterebbe è solo perché le sue opere sono rimaste come schiacciate dall’irrequietezza del coetaneo Mozart e dal prorompente ingresso di una personalità musicale di assoluta eccezione come Beethoven. Haydn in compenso visse più a lungo dei 36 anni di Mozart e dei 57 di Beethoven. Lui, Franz Joseph, nato nel 1732, arrivò, nel 1809, ad averne 77 di anni quando i suoi giorni ebbero fine.
Per buona parte di quella lunga vita indossò la livrea degli Esterházy, la più importante e ricca famiglia principesca d’Ungheria. Obbediva alle richieste musicali del suo signore, mangiava a tavola con il personale di casa, ma era consapevole del suo ufficio. Quando il principe osò metter bocca mentre provava con la sua orchestra, ebbe uno scatto ai limiti dell’insolenza: «Eccellenza, disse, questo è affar mio».
Interessante ricordare in quali circostanze ebbe l’idea di comporre il magistrale oratorio La Creazione. Verso la fine del 1790, Franz Joseph accettò l’invito dell’impresario (e violinista) Johann Peter Salomon di andare a Londra. Doveva comporre musica, esibirsi qualche volta per il pubblico inglese con la garanzia di essere riccamente remunerato. Chi non avrebbe accettato? Infatti, accettò.
Nel maggio 1791 (è l’anno della morte di Mozart) ebbe modo di assistere, nell’abbazia di Westminster, alla Händel Commemoration. Vide in quale misura l’ascolto di un lavoro corale – in particolare il Messiah di Händel – riusciva a coinvolgere il pubblico.
Quando nel 1795 Haydn lasciò l’Inghilterra portò con sé un poema che trattava della creazione del mondo. Tornato in patria lo affidò al barone Gottfried van Swieten perché ne ricavasse un libretto in tedesco. Il 30 aprile 1798 ci fu la prima esecuzione ufficiale dell’oratorio a palazzo Schwarzenberg – tale la folla che si dovette chiamare la forza pubblica per cercare di contenerla.
Giuseppe Carpani, che è una specie di biografo di Haydn, scrisse: «Estatiche le menti, sorprese, rapite, ebbre di piacere ed ammirazione, provarono per due ore consecutive ciò che provato non avevan mai prima, un’esistenza beata prodotta da desideri sempre maggiori sempre rinascenti e sempre soddisfatti».
Haydn è un tipico rappresentante dell’Illuminismo; religioso ma non troppo, pacatamente intelligente; anche questo suo oratorio ne risente, la sua visione di un Dio è gioiosa, come scrisse una volta: «Visto che mi ha dato un cuore allegro, Dio mi perdonerà se lo servo con allegria».
La Creazione (Die Schöpfung) è musica descrittiva: l’oratorio è quasi un antesignano del poema sinfonico che prenderà forma di lì a qualche decennio. Il coro vi ha parte preponderante, con interventi di tre voci soliste: Eva e Gabriele per il soprano; Uriel per il tenore; Raphael e Adam per il basso. Il primo coro, che arriva a pochi minuti dall’attacco, dà subito un’idea delle intenzioni dell’autore. Il coro intona sottovoce «Lo spirito di Dio scorreva sulla superficie delle acque», poi, di colpo, alle parole «Und es war Licht» (E la luce fu), l’orchestra esplode in un pieno di tale drammatica potenza da aver riempito di stupore gli ascoltatori d’allora e, credo, anche quelli di oggi. L’esplosione del suono va davvero in parallelo con l’accensione repentina di una luce (Licht) che squarcia il buio.
Prima ancora però di questo passaggio memorabile, bisogna indicare il vero e proprio inizio della composizione, dove l’autore dà musicalmente la rappresentazione del caos. Si tratta di suoni disarticolati dei quali si fatica a cogliere una logica – infatti una vera logica musicale non c’è. Del resto, anche Beethoven nell’attacco della Nona sinfonia mette un suono tenue e misterioso, molto vicino al caos originario. Torno ad Haydn. Ci vorrà il prorompere del romanticismo perché una pagina iniziale come la sua, con la libera combinazione di dissonanze, venga completamente apprezzata. Secondo alcuni storici della musica l’aria più bella (ammesso che si possa tentare una classifica del genere) è quella di Gabriele (soprano) che apre la seconda parte della composizione: «Su forti ali l’aquila orgogliosa si leva in volo tagliando l’aria rapida verso il sole. Il canto gioioso dell’allodola saluta il mattino e i teneri colombi tubano d’amore...».
Il barone Van Swieten, che era legato agli Illuminati di Baviera (in altre parole, era massone), tenne a rispettare nel libretto un certo candore che rendesse il canto comprensibile da tutti. Lo storico Carlo Piccardi del resto vede ne La Creazione una chiara impronta massonica nel costante ripetersi del numero tre: tre le parti in cui la composizione si articola, mentre l’oratorio di tradizione italiana era bipartito. Tre, come abbiamo visto, le voci soliste, tre gli accordi iniziali in Fa, tre i bemolli in chiave per la tonalità di Do minore, eccetera.
La condizione quasi servile di Haydn alla corte dei principi Esterházy non deve far pensare che il maestro ignorasse le nuove idee che dopo il 1789 stavano circolando in Europa. Questo ingresso del popolo nella vita politica si sente anche ne La Creazione, anzi ne spiega l’immediatezza descrittiva, la larga accoglienza che ebbe, un favore mai cessato da allora.

Memorabile fu l’esecuzione del marzo 1808 a Vienna. Haydn, già malato e prossimo alla morte, venne portato in poltrona fino al centro della sala. L’ascolto lo emozionò al punto che alla fine della prima parte chiese di uscire. Mentre lo portavano fuori, sempre sulla sua poltrona, tese la mano verso l’orchestra che applaudiva in piedi, in un gesto che era un ringraziamento e una benedizione.