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 2026  febbraio 19 Giovedì calendario

Roberto Jucci, Jucci: “Il mio secolo di missioni segrete, da Moro a Gheddafi”

“Non ho rimorsi, sono abbastanza sereno. L’unico rammarico resta il rapimento di Aldo Moro: forse potevo capire meglio e quindi operare in maniera diversa. Non avrei mai immaginato che Washington e Mosca stessero remando contro la liberazione di Moro e lo stessero facendo insieme”. Roberto Jucci oggi compie cento anni, tutti vissuti da protagonista. Nella casa sulla collina che domina Roma ogni giorno studia, si informa, incontra persone che gli chiedono consiglio. La sua esperienza straordinaria intreccia la Guerra Fredda e gli Anni di Piombo: ha guidato l’intelligence militare, il controspionaggio e l’Arma dei carabinieri compiendo missioni riservatissime in tutto il mondo. Poi dal 1989 è stato dirigente di Raul Gardini e dell’Iri di Romano Prodi, commissario di governo per emergenze ambientali e grandi eventi, consulente per la riforma dei servizi segreti. Ricorda tutto, con una lucidità impressionante. Nello sguardo affiora ancora quella luce che gelava gli interlocutori e ha contribuito alla leggenda del “generale dagli occhi di ghiaccio”. Il Grande Vecchio, letteralmente, della Prima e della Seconda Repubblica.
“Le mie soddisfazioni maggiori sono quelle che meno si conoscono. Pochi sapevano che ho scritto io per conto del ministro della Difesa Giulio Andreotti la legge di riforma del dicastero, rimasta in vigore per quarant’anni: quella successiva porta la firma di Sergio Mattarella. Ricorderò sempre la mia prima operazione di intelligence: l’arresto a Torino nel 1967 dei coniugi Rinaldi che avevano creato una rete di spie sovietiche in tutto il Mediterraneo. Le missioni più importanti sono state quelle che ho compiuto in Libia con Moro e quella in Cina per riallacciare i rapporti con gli Usa, che si erano persi dopo i contatti di Nixon. E poi la lotta alle Brigate Rosse: non dimenticherò il giorno in cui ho dato l’ordine a seicento carabinieri di attaccare tredici covi delle Br. Quando mi dissero che non c’erano stati morti, ho tirato il respiro più lungo della mia vita”.
Oggi lei festeggerà il centesimo compleanno alla scuola ufficiali dei carabinieri. Quando nel 1986 è diventato comandante generale dell’Arma, lei aveva oltre quarant’anni di esperienza operativa…
“L’8 settembre 1943 ero un cadetto in licenza e con mio padre, ufficiale dell’Arma, e siamo andati a piedi da Lanciano a Bari per sfuggire ai rastrellamenti nazisti. Ho in mente una per una tutte le persone che ci hanno ospitato e protetto rischiando di venire fucilate. A novembre 1943 sono entrato nel Partito d’Azione: l’unica tessera della mia vita. Quando c’è stato il referendum che ha scelto la Repubblica ero tenente del reggimento Nembo, in posizione per intervenire nella capitale se ci fossero stati disordini. Da capitano dell’esercito ho lavorato con Andreotti e con il giovane sottosegretario Francesco Cossiga: il generale Giuseppe Aloia mi faceva tenere i rapporti con il Parlamento. Quando poi sono diventato capo del Secondo Reparto (ndr l’intelligence militare) ho dovuto svolgere incarichi diretti per conto dei presidenti del Consiglio Moro, Andreotti, Cossiga. Ero abituato ad assumermi le responsabilità. Pensi: una volta mi hanno mandato in Calabria per convincere i vescovi locali a sostenere l’installazione di missili nucleari che gli americani dovevano trasferire dal Portogallo”.
Lei è stato il primo rappresentante italiano a incontrare Gheddafi subito dopo il golpe del 1969. Che ricordo ne ha?
“Gheddafi era giovane, molto diverso da quello che sarebbe diventato con il potere e con i soldi: era un capitanino alle prime armi. Mi ricordo che l’aiutai a formare il suo primo governo. E ottenni tutto quello che Palazzo Chigi mi domandava di chiedergli. Come ci sono riuscito? Essenzialmente perché avevo sventato un complotto per farlo fuori organizzato dagli inglesi e questa operazione mi concesse una posizione di favore in tutti i rapporti che ho avuto con Gheddafi. Li ho interrotti nel 1973 perché me l’ha ordinato il governo. Poi li ho ripresi nel 1980 su incarico del premier Cossiga perché erano stati arrestati molti pescatori siciliani e i libici non li rilasciavano. Avevano tentato qualsiasi strada e allora Cossiga mi ha ordinato, perché io non volevo, di andare a Tripoli. Gheddafi non appena mi ha visto ha detto: “Ci hai messo sette anni a tornare da me…”. Sono riuscito a ottenere la liberazione di tutti i pescatori e far sì che Gheddafi li consegnasse al presidente Sandro Pertini, che così ne ha avuto il merito”.
Quella in Cina è stata la missione più incredibile e segreta…
“Come capo del Secondo Reparto avevo il coordinamento di tutti gli addetti militari presso le ambasciate, quelli italiani all’estero e quelli stranieri nel nostro Paese. Un giorno nel 1979 mi venne a trovare l’addetto militare cinese e mi fece dei discorsi un po’ strani. Io credevo che volesse scegliere la libertà come mi era capitato con altri funzionari di Paesi comunisti, ma quando andai al dunque mi ha detto: “No. Io vengo per conto del governo cinese che vuole riprendere i contatti con il governo americano e chiede a lei di fare da intermediario”. Evidentemente i cinesi avevano saputo della mia operazione in Libia. Io rimasi trasecolato: la Cina per me era solo un punto lontano sulla carta geografica. Sono andato dal mio capo di stato maggiore, lui dal ministro, il ministro dal premier, il premier dall’ambasciatore americano. Alla fine la risposta è arrivata. Evidentemente Pechino aveva perso i canali aperti da Kissinger e anche gli americani, con cui avevo ottimi rapporti, erano d’accordo con il mio viaggio”.
E cosa è successo?
“Dopo pochi giorni ero da su un volo di linea cinese per Pechino. Mi dissero che non dovevo nemmeno andare all’ambasciata italiana e mi portarono nella struttura dove ospitavano le autorità straniere. Io solo, con la mia valigetta, e una scorta di talmente tante auto che non riuscivo a contarle. La prima sera parlai con il capo di stato maggiore dell’Armata Popolare. Gli dissi: “Se volete fare un colpo di Stato, allora fatemi rientrare in Italia perché non voglio essere coinvolto”. Lui mi rispose che parlava a nome del governo e che il giorno dopo sarei stato invitato a un banchetto nella sede del parlamento e mi sarei seduto alla destra del presidente della Repubblica Popolare. Così è stato. Ero frastornato. Abbiamo avuto numerosi colloqui con le richieste da inoltrare agli americani, addirittura volevano acquistare armamenti dagli Stati Uniti. La Cina era ancora un Paese dove tutti andavano in bicicletta e aveva strade strettissime, c’era un unico modello di autovettura civile. Gli Stati Uniti ripresero subito la questione e io per anni ho proseguito i miei viaggi in Cina: quando c’era da risolvere qualche contrasto il governo mandava me. Sono andato lì l’ultima volta nel 1989. In quell’anno sono andato in pensione e i cinesi mi chiesero di collaborare con loro: gli ho risposto di no, perché sono un uomo delle istituzioni. E per fortuna mia moglie era ricca e non ho mai sentito il desiderio del denaro: non ho speso nulla del patrimonio accumulato con il mio lavoro”.
Lei non ha voluto neppure fare il ministro…
“Il primo che me lo propose è stato Remo Gaspari. In Abruzzo nell’inverno 1943 ho organizzato l’accoglienza ai profughi e poi prime le unità della Resistenza. Poi me lo ha proposto Romano Prodi, con cui avevo lavorato come presidente di Italcable e poi come tesoriere dell’Ulivo nel 1996. Ma ho detto sempre di no, perché accettare avrebbe comportato prendere ordini da un politico mentre io ho sempre lavorato per lo Stato”.
Tra gli uomini di governo dei suoi tempi e quelli di oggi che differenze vede?
“Alla mia età amo molto il passato ma ho l’impressione che i politici di un tempo avessero un giro d’orizzonte molto più ampio di quelli attuali, fatta eccezione della premier Meloni che ha rapporti un po’ con tutti. Andreotti con chiunque voleva parlare, dall’America alla Russia, alzava il telefono e ci parlava. Mi ricordo che una volta Spadolini mi mandò in missione a Malta per convincere il premier Mintoff a fare attraccare le navi militari italiane e altre cose. Io avevo avuto modo di conoscere Mintoff tramite il fratello che era un sacerdotee al quale riuscii a far dare il premio della bontà in Vaticano e ho risolto il problema di Spadolini. Ma poi Andreotti si è recato personalmente a Malta e ha ottenuto molto di più. Spadolini se ne è dispiaciuto: credeva che io fossi andato sull’isola per preparare il viaggio di Andreotti. Non era così. Andreotti aveva risolto le cose a modo suo…”.
E Aldo Moro?
“Moro mi utilizzò per tutelare la comunità italiana e i nostri interessi in Libia. Mi ricordo quando lo portai al primo incontro con Gheddafi: eravamo solo noi tre con un interprete. Poi ho avuto rapporti continui con lui. E per questo dopo il rapimento ho sentito il peso della responsabilità di creare subito, come mi aveva ordinato il ministro Francesco Cossiga, una squadra di incursori del Col Moschin pronti a entrare in azione per liberarlo. E insieme a questi uomini piansi quando ci ordinarono di sciogliere il reparto perché Moro era stato ucciso”.
Poteva essere salvato?
Il generale fa un lungo sospiro. “Ho già detto il mio pensiero due anni fa nell’intervista a Repubblica. Moro non era benvisto ne dall’America né dalla Russia che non volevano il governo della Dc con il Pci: non fecero nulla per ottenere la liberazione. Ma neanche i nostri servizi e le autorità di polizia furono attivi per liberarlo”.
In questo la loggia massonica P2 ha pesato?
“Nel gruppo strano che ha diretto le operazioni per liberare Moro erano tutti della P2: erano persone, alcune di un certo valore, legate agli Stati Uniti e facevano tutto quello che poteva essere utile agli americani”.
Voi avete sconfitto le Br senza leggi speciali, quando oggi sente chiedere misure straordinarie per fermare i manifestanti violenti, cosa pensa?
“Vedo che oggi ci sono gruppi di persone che costantemente, sempre le stesse, vanno a fomentare disordini nelle manifestazioni. Si potrebbe evitare che si concentrino: non riesco a immaginare che servizi e forze dell’ordine non abbiano personale che – con l’infiltrazione o con altri metodi previsti dalla legge – possa avere il quadro di chi partecipa alle manifestazioni solo per commettere violenza. Ci devono essere responsabili precisi nella gestione dell’ordine pubblico, competenze chiare. E fonti interne: io le ho sempre avute”.
Quale deve essere la prima dote di chi fa intelligence?
“Anzitutto accettare qualche rischio. E poi avere penetrazione ovunque, in qualsiasi ambiente da cui possa nascere una minaccia per l’Italia”.
Oggi come giudica gli apparati di sicurezza del nostro Paese?
“Per me ci vuole un’intelligence unitaria, credo poco nei coordinamenti. Ci vorrebbe più professionalità nei servizi segreti, con immissioni non di comodo ma basate su corsi specifici. Ufficiali dei carabinieri e dirigenti di polizia dovrebbero avere maggiore autonomia e venire promossi in base ai meriti dimostrati sul campo”.
Esistono ancora servitori dello Stato con l’abnegazione della sua generazione?
“Noi eravamo cresciuti nella difficoltà. Avevamo vissuto la guerra, eravamo abituati ai sacrifici: portavamo avanti le cose con il minore impegno di denaro e gli obiettivi più ambiziosi. Risolvevamo i problemi, assumendoci le responsabilità. E sentivamo l’orgoglio di servire i cittadini e le istituzioni: quello che significa servire lo Stato”.