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 2026  febbraio 19 Giovedì calendario

Libero, vivissimo Croce. Nuova stagione di un filosofo

Il 24 novembre 1945, in una Roma che aveva ancora la guerra addosso, Benedetto Croce tenne un discorso intitolato L’Arcadia e la poesia del Settecento nel salone della Biblioteca Angelica per inaugurare l’anno accademico 1945-46 dell’Arcadia di cui faceva parte con il nome di Eudoro Dianeo. Per l’occasione c’era tantissima gente, ma così tanta che ci fu chi per ascoltare e vedere il filosofo si arrampicò su scaffali e librerie. Le parole del filosofo dell’Estetica erano rivolte alle lettere e ai versi, al Gravina e al Parini, ma avevano anche un non velato senso politico: l’Accademia dell’Arcadia era stata una delle due istituzioni culturali – l’altra fu l’Istituto veneto di scienze, lettere e arti – a non cancellarlo dall’albo dei soci per il suo rifiuto (unico tra gli intellettuali non ebrei) di compilare il questionario razziale delle infami leggi del 1938.
Mentre Croce pronunciava il discorso andò via la corrente elettrica ma il salone, stracolmo e calato nel silenzio religioso, non si scompose più di tanto e il filosofo proseguì a chiarire il valore dell’Arcadia, con cui si risvegliò l’esigenza di parlare e di scrivere per dire quel che si sente e si pensa, a lume di candela. Quello storico discorso andò ad aprire, poi, il volume La letteratura italiana del Settecento che ora Bibliopolis, nell’ambito della Edizione nazionale delle opere di Croce, ha pubblicato con la cura di Lorenzo Abbate.
Non c’è dubbio: siamo in un momento felice per l’opera del filosofo della «religione della libertà», come se il suo pensiero o non fosse morto o rinascesse davanti alle nostre menti. Tanto che, parafrasando un suo notissimo titolo su Hegel, si potrebbe scrivere un saggio così nomato: Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia di Croce e, non senza sorpresa, ci si accorgerebbe che son più le cose vive che le cose morte. Chissà, forse, aveva ragione la mano che in casa editrice Laterza, alla notizia della morte del filosofo avvenuta la mattina del 20 novembre 1952, scrisse queste parole: «Il nostro lavoro continua; e non perché il mondo urge intorno e la vita lascia sempre dietro di sé qualche cosa, ma perché Benedetto Croce è vivo fra noi». A stendere queste righe, che oggi sembrano profetiche, dovette essere Franco Laterza che subentrò al padre Giovanni, morto nell’agosto 1943, nella conduzione della Casa e si possono leggere nella loro interezza in coda al secondo volume del Carteggio con Croce ora dato alle stampe dalla stessa Laterza.
C’è qualcuno che lavori nell’editoria e che si possa permettere di non leggere queste lettere, di non avere i testi, di non avvertire la curiosità e l’istinto di consultare lo scambio epistolare? La prima qualità che anche un lettore distratto noterebbe è la capacità di lavoro di Croce che, del resto, fece della filosofia proprio un santo lavoro di giudizio e costruzione. Il numero delle sue lettere è ignoto, ma è certo che si superano le centomila missive. Come è certo che non è sbagliato ritenere che il suo pensiero e la sua vita passino anche attraverso le lettere. L’editore Aragno ha da poco ultimato l’edizione in sei volumi dello storico Carteggio con Giovanni Gentile che nella storia europea è un caso più unico che raro perché in quelle lettere passano non solo «i migliori anni della nostra vita», come ebbe a scrivere lo stesso Croce nella sua ultima lettera a Gentile, ma la stessa storia della filosofia europea prima, durante e dopo la Grande guerra.
Se n’è accorto uno studioso come Fabio Fernando Rizi che ha ora sfornato Accordi, disaccordi e rottura nel carteggio tra Benedetto Croce e Giovanni Gentile dal 1915 al 1924 (Franco Cesati Editore) dove si mette in luce che i due ebbero due idee diverse della filosofia, della guerra – Gentile era interventista, Croce neutralista, Gentile antigiolittiano, Croce giolittiano, Gentile fu fascista, Croce antifascista – della politica, dello Stato, della nazione, del fascismo e anche di Mussolini.
La vita di Croce, da Pescasseroli, dove nacque, a Casamicciola, dove sopravvisse al terremoto, a Napoli, dove visse custodendo la libertà nell’azione e nella coscienza, si può guardare e leggere come un romanzo. Giuseppe Galasso vide, giustamente, che la filosofia di Croce è il romanzo della sua vita interiore, ma si deve proprio a un romanziere, Gennaro Manna, la felice intuizione di tradurre la vita della famiglia Croce in un romanzo storico. Nel 1980 uscì presso Rusconi il romanzo di Manna La casa di Napoli con una presentazione di Michele Prisco e ora il romanzo, in cui Croce ha il nome di Giovanni Sermonti e Gentile quello di Luigi Fiori, è ritornato in libreria pubblicato da Solfanelli e curato da Simone Gambacorta. Gennaro Manna, che condivideva fede religiosa e ideali letterari con il suo conterraneo Mario Pomilio, scrisse circa mezzo secolo fa un romanzo corale – come notò subito Prisco – e persino manzoniano in cui la figura di Sermonti-Croce si fa carico della condizione tragica dell’umano e prova a darle senso con il lavoro del pensiero e della buona volontà.
Non a caso il romanzo si apre e si chiude con il Natale, proprio come il film di Pupi Avati girato quarantacinque anni dopo: Un Natale a casa Croce.