Corriere della Sera, 19 febbraio 2026
Brutte tentazioni (a Parigi) per paura di Marine Le Pen
Quasi trent’anni fa, la scelta del primo presidente della Banca centrale europea arrivò dopo un negoziato estenuante. La Germania di Helmut Kohl voleva l’olandese Wim Duisenberg, la Francia di Jacques Chirac il proprio governatore Jean-Claude Trichet. Alla fine servì una forzatura: Duisenberg fece sapere che non sarebbe rimasto per gli otto anni previsti e, in sostanza, avrebbe lasciato la mano a Trichet a metà mandato. Funzionò. Ma riportare logiche politiche nei tempi della Bce, oggi, non sembra una grande idea.
L’ ipotesi che Christine Lagarde lasci il suo posto prima del tempo circola da qualche mese. La francese è presidente a Francoforte da più di sei anni e ha dalla sua un bilancio solido del proprio operato. Ha guidato la squadra di vertice senza fratture, ha reagito con forza alla recessione pandemica, poi alzato i tassi rapidamente ma con misura contro l’inflazione, mettendo ordine nella dinamica dei prezzi senza riportare l’Europa in recessione. Di recente ha mostrato in poche mosse – volte a rafforzare il ruolo globale dell’euro – che legge perfettamente il nuovo contesto sotto Donald Trump: l’Europa deve iniziare a muoversi senza la tutela americana e Lagarde sta aiutando, anche in questo.
Dovrebbe continuare a farlo fino all’ultimo giorno del suo incarico, il 31 ottobre 2027. Il Financial Times riporta invece che potrebbe dimettersi prima, forse già quest’estate, per permettere la nomina del successore prima delle presidenziali francesi nella primavera dell’anno prossimo. Emmanuel Macron avrebbe convinto Lagarde a far sì che sia lui stesso a decidere (con gli altri leader dell’area euro) e non l’inquilino dell’Eliseo che verrà eletto tra quindici mesi. Sarebbe un piano pensato per blindare il vertice della Bce prima che al posto della Francia nel Consiglio europeo si sieda Marine Le Pen, o magari Jordan Bardella; prima che arrivi un leader di Parigi espresso dall’euroscettico e nazionalista Rassemblement National.
I condizionali non saranno mai abbastanza. Lagarde continua a ripetere che «non ha preso alcuna decisione» (non che intende concludere il suo mandato). E comunque il Consiglio europeo – in teoria – può eleggere il prossimo presidente della Bce anche senza il sì di Parigi, perché basta una maggioranza di poco più di due terzi dei governi. Dunque la partita della successione non è iniziata e i veri candidati si guardano bene dall’esporsi adesso.
Ma immaginiamo per un attimo che sia tutto vero: Macron vuole far uscire di scena Lagarde perché pensa che la propria parte non ce la farà alle presidenziali del 2027 e vuole impedire a Le Pen o Bardella di condizionare la scelta del prossimo leader della Banca centrale europea. Nessuno oggi spera che questo scenario sia reale quanto lo spera, in cuor suo, Marine Le Pen. Se fosse così, leader del Rassemblement National si ritroverebbe fra le mani una serie incredibile di regali. Potrebbe dire che i suoi avversari, i moderati e gli europeisti a vario titolo della politica francese, credono così poco in se stessi da preparare già le conseguenze della sconfitta prima ancora di aver trovato un candidato; prima persino di lanciare la campagna elettorale. E se i moderati non credono in se stessi, perché dovrebbero credere in loro i francesi? Le Pen potrebbe aggiungere che i suoi avversari tradiscono una concezione padronale delle istituzioni: indipendenti e da rispettare finché non è scomodo, da piegare nei tempi e nelle procedure quando invece conviene. Le Pen potrebbe poi concludere che un piano del genere – se vero – tradisce una certa mancanza di rispetto verso gli elettori. Piuttosto che permettere loro di eleggere un rappresentante il quale poi contribuisca a nominare il prossimo presidente della Bce, si preferisce alterare i tempi delle cariche pur di mantenere il controllo.
Ma Marine Le Pen non ha bisogno di questi regali. Non li merita. Il suo sciovinismo, il suo antieuropeismo, la sua disinvoltura nel ricevere (in passato) finanziamenti da entità russe dovrebbero convincere tutti a non spianarle la strada ancora di più. Se davvero la sua parte è destinata a vincere in Francia, allora dovrà prendersene le responsabilità: anche di provare a far andare alla Bce un presidente che non difende la moneta, che fa salire l’inflazione e il costo dei mutui per i cittadini. A quel punto Le Pen o Bardella saranno costretti ad ammettere – se non a parole, nei fatti – che tutto ciò che hanno propalato per anni, tutto ciò con cui hanno gonfiato i sondaggi, erano fole. Non sarebbe la prima volta in Europa.
Sembra difficile che Macron sia così ingenuo da offrire alla sua avversaria tutti questi doni in un colpo solo. Anche perché ha modi più efficaci di consolidare la sua eredità europea. Basta guardare anche solo a ciò che sta accadendo in questi giorni in cui l’Europa, anche grazie a Parigi, finalmente si riorganizza per andare oltre lo choc generato da Trump. Il Canada entra in Safe, l’eurobond per la difesa europea, quindi potrebbe integrarsi sempre più con il mercato unico europeo. L’India e il Mercosur hanno concluso accordi di libero scambio con Bruxelles e altri seguiranno. L’Europa sta cercando finalmente una sua identità da potenza internazionale. Le Pen non si batte avendone paura. Si batte mostrando che Macron, e gli altri leader europei, possono riuscirci. Lei no.