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 2026  febbraio 19 Giovedì calendario

Poliziotti indagati per il pusher ucciso. Il buco di 23 minuti e i dubbi sull’arma

Ci sono (molte) cose che non tornano nella versione «ufficiale» di quello che è successo tra le sterpaglie del bosco della droga di Rogoredo, a Milano, lo scorso 26 gennaio. È il giorno in cui il 28enne pusher marocchino Abderrahim Mansouri viene ucciso da un colpo di pistola in testa sparato da Carmelo Cinturrino, 42enne assistente capo della squadra investigativa del commissariato di Mecenate. C’è la versione del poliziotto. E dei suoi quattro colleghi. Uno sparo da oltre 20 metri di distanza per legittima difesa, in sostanza la versione pressoché univoca. Perché Mansouri sarebbe stato armato di una pistola, poi risultata una replica a salve: «Me l’ha puntata».
Tutt’altra ricostruzione quella dei legali dei familiari della vittima, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, secondo i quali Mansouri «non aveva una pistola, non solo non l’ha puntata contro, non ce l’aveva». Una tesi che, secondo i legali, sarebbe confermata da diverse testimonianze raccolte. E che fa ipotizzare non solo un inquinamento della scena del crimine, ma una messinscena, un depistaggio, per nascondere altro.
In queste settimane, i primi riscontri tecnici all’attività d’indagine svolta dalla Squadra mobile guidata da Alfonso Iadevaia, che indaga sul caso coordinato dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola, avrebbero effettivamente fatto emergere più di una incongruenza. Da qui la convinzione degli inquirenti che le cose non siano andate come raccontato finora. A cominciare da quel «buco» temporale prima di allertare i soccorsi. Sono i 23 minuti che passano tra il momento dello sparo fatale (che gli inquirenti sono riusciti a posizionare sulla timeline della giornata attraverso attività tecnica) e la telefonata partita dal «bosco» di Rogoredo per avvertire di quanto successo e chiamare i soccorsi. Ventitré minuti durante i quali Mansouri resta a terra agonizzante («rantolava», metterà a verbale Cinturrino), con un foro di proiettile vicino alla tempia destra. E che sono alla base dell’ipotesi di «omissione di soccorso aggravata» contestata ai quattro colleghi (tre uomini e una donna). In sostanza a tutti gli agenti presenti, tranne un quinto rimasto sempre a distanza per tenere in custodia un pusher bengalese appena pizzicato con un po’ di droga.
I quattro poliziotti saranno sentiti stamattina in Questura. Anche per chiarire la loro posizione rispetto all’altra accusa che la procura gli ha mosso: favoreggiamento a Cinturrino, indagato per omicidio volontario. Lo avrebbero aiutato a «eludere le investigazioni della Squadra mobile omettendo di riferire la presenza sul luogo del delitto di persone diverse dagli operanti della polizia». C’erano testimoni, quindi. E non solo una fantomatica «sagoma» – come raccontato dall’assistente capo – che si sarebbe allontanata prima dello sparo inoltrandosi nella boscaglia. Almeno un paio di persone, che avrebbero fornito informazioni ritenute dagli inquirenti «credibili».
Gli indagati, inoltre, avrebbero «riferito in modo non conforme al vero la successione dei propri movimenti, la posizione e la condotta degli altri soggetti presenti, nonché i tempi impiegati per allertare i soccorsi». In particolare uno dei colleghi di Cinturrino, un poliziotto 25enne, («era cinque metri dietro», ha detto Cinturrino) che a verbale ha confermato di aver assistito allo sparo. Dopo la detonazione, e dopo essersi avvicinato al ferito, si sarebbe allontanato dal boschetto, per ritornare dopo alcuni minuti. Circostanza irrituale, visto che non erano ancora arrivati i soccorsi.
Le verifiche si starebbero estendendo anche ad altri episodi, precedenti al 26 gennaio, che hanno coinvolto Cinturrino. Come l’arresto del 7 maggio 2024 di un pusher poi assolto per la «scarsa attendibilità» del verbale da lui redatto. E sulle tante voci sul suo conto che girano a Rogoredo e al quartiere Corvetto.