Corriere della Sera, 19 febbraio 2026
Ucraina, è sempre stallo sulla pace. E Zelensky: «Siamo insoddisfatti»
Non si attendevano risultati significativi dai due giorni di negoziati russo-ucraini mediati dagli americani martedì e mercoledì a Ginevra e puntualmente ieri due ore di colloqui sono finiti senza che potesse essere annunciata alcuna svolta, sebbene si parli di qualche limitato progresso. C’era stato un guizzo di tenue speranza nel primo pomeriggio, quando il capo della delegazione russa, l’ex ministro della Cultura Vladimir Medinsky, si era intrattenuto a parlare per quasi due ore dopo la fine formale degli incontri con i membri della delegazione ucraina guidata dall’ex ministro della Difesa, Rustem Umerov. Ma non è chiaro con quali risultati.
Come già negli incontri passati, le due parti sono subito tornate ad accusarsi a vicenda della responsabilità dell’impasse. Per Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, in mancanza di sostanza, resta importante l’esercizio di dimostrare a Donald Trump la propria buona volontà di arrivare alla pace, riversando sul nemico le «colpe» per il prosieguo della guerra. Anche se lo sforzo sembra futile, dato che di nuovo in questa tornata il presidente americano si è mostrato prono ad ascoltare le ragioni russe e invece molto veloce nel puntare il dito contro gli ucraini. E ciò spiega la crescente insistenza con cui il presidente ucraino chiede apertamente un ruolo molto più attivo dell’Europa, che è ormai da tempo la massima fonte di aiuti militari e finanziari per Kiev e dunque, a suo dire, si merita un posto ai negoziati.
I rappresentanti di Germania, Francia, Regno Unito e Italia erano presenti a Ginevra e hanno incontrato sia la delegazione ucraina che i mediatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner, tuttavia con un ruolo marginale. I mediatori americani ripetono la formula di rito, per cui «sono stati fatti progressi significativi» e aggiungono che ci sarà un nuovo round di colloqui, senza dettagliare le date o il luogo.
L’altra sera Zelensky, intervistato dal sito Axios, si era lamentato delle pressioni «unilaterali» di Trump contro l’Ucraina. E ieri è tornato ad accusare Mosca di «ritardare volutamente i colloqui, che se non fosse stato per gli ostacoli posti dai russi sarebbero già allo stadio finale». Zelensky ha anche aggiunto che qualsiasi ritiro ucraino dalla parte del Donbass non occupata dai russi verrebbe rifiutato dalla sua popolazione, se mai fosse chiamata ad esprimersi in un referendum. Lui si dice «insoddisfatto dei risultati», anche se ammette che i colloqui tra i militari hanno «affrontato seriamente questioni di sostanza», e spera in un prossimo round di negoziati «già entro febbraio». Sono almeno tre le questioni politiche di fondo irrisolte: 1) La pretesa russa di occupare l’intero Donbass, di cui il 20 per cento resta in mano ai soldati ucraini. Kiev si oppone e propone il cessate il fuoco sulle linee dei combattimenti con la smilitarizzazione sui due lati della frontiera. 2) Le garanzie di sicurezza alleate per Kiev, Putin rifiuta qualsiasi presenza militare straniera in Ucraina. 3) La gestione della centrale atomica di Zaporizhzhia. A tutto ciò va aggiunto che ben poco lascia credere Putin abbia rinunciato al suo obiettivo primario di controllare la sovranità ucraina.