Robinson, 15 febbraio 2026
Intervista a Flavia Mastrella
A 40 anni accompagna, o meglio affianca, l’avventura artistica di Antonio Rezza. Molti conoscono Flavia Mastrella per la sua presenza discreta sulla scena alla fine degli spettacoli di Rezza: appare un istante, avvolta da un riserbo eloquente, e scompare subito dopo. Mi incuriosisce il suo ruolo, la sua determinazione, la forza invisibile che solo certe donne posseggono e non hanno bisogno di esibire perché vivono dell’intima convinzione che il due è meglio dell’uno. Che il noi è preferibile all’io. È discreta, sorprendente e caotica l’espressività di Flavia. Viene da Anzio, dove è nata. Porto di mare, di isole vicine, di battaglie ormai scolpite nella memoria. Qui sbarcarono gli americani, qui il pesce ancora si commercia allineato nelle cassette sui marciapiedi. È una giornata nuvola. Flavia è appena tornata da Firenze dove ha presenziato al nuovo spettacolo di Antonio Rezza Metadietro. L’ho visto in una delle ultime repliche al teatro Vascello di Roma. Credetemi: esplosivo, come la natura del suo interprete, come la mente di Flavia.
A volte penso che tu sia un misto di timidezza e di anarchia.
«È così. Sia il timido che l’anarchico hanno problemi con la realtà».
Hai una tua definizione della realtà.
«La più ingombrante tra le esperienze metafisiche».
Non so quanti sarebbero d’accordo.
«Non lo so neanch’io. Ma dopotutto è importante?».
Forse no. Ma spiegati se vuoi.
«Vorrei ma non ci riesco. Avrei voluto studiare filosofia, ma alla fine ho fatto il liceo artistico».
Per vocazione?
«Anche per necessità. Provengo da una famiglia strana».
Quanto strana?
«Quanto basta per stare un po’ distante dalla normalità. Padre architetto e mamma antiquaria».
Hai preso da loro?
«Soprattutto da mio padre. Mi ha insegnato a immaginare lo spazio. In fondo è quello che ho fatto e faccio con Antonio: immagino lo spazio». Che vuol dire?
«Vuol dire che immagino un ambiente nel quale faccio agire delle cose. Da piccola costruivo oggetti, poi è diventato un tentativo di professione».
Un tentativo?
«Ma sì, giravo per le gallerie di Roma con le mie sculturine. Sai com’è, no? Tu fai e poi speri che qualcuno veda e compri».
Non mi sembri molto convinta.
«Non erano convinti i galleristi. Dicevano: ma che roba è?».
Che roba era?
«Negli anni Ottanta andava il postmoderno, il citazionismo. Io avevo ancora la testa piena degli anni Settanta: impegno e provocazione. Nel teatro, nel cinema, alla Biennale d’arte dove mi portava mio padre. Mi piaceva la confusione tra politica e vita».
Eri in ritardo.
«Forse quella stagione per molti si era chiusa. Per me invece era ancora lì a promettere dei frutti. Poi se erano tardivi, chissenefrega».
C’era qualche “frutto” che ti piaceva?
«Nanni Balestrini, con il suo furioso collage di parole. Lo sentii la prima volta e dissi ma chi è questo, che sta facendo?».
Che faceva?
«Un gran mischione di testi già esistenti. Giornali, riviste, slogan politici. Aveva superato lo steccato tra arte visiva e poesia, creando un nuovo genere».
Lo hai conosciuto?
«Lo conobbi da grande. Veniva a volte ad Anzio e a Nettuno insieme a Rossana Campo, con cui aveva una storia. Vedeva le prove di spettacoli che allestivamo con Antonio, si andava a mangiare e si discuteva».
Incombeva il Gruppo ’63?
«Intendi se lui ne parlava? Certo, ma non da reduce. Era convinto che quell’esperienza non fosse del tutto esaurita. Gli restava l’ironia che non perde mai la forma, il rigore estetico, nonostante tutto, la provocazione tra vita, arte e politica».
Tradotto?
«Nanni conservava lo stesso spirito di lotta culturale di allora. Che è poi quello che con Antonio abbiamo cercato di portare avanti».
Come vi siete conosciuti con Antonio Rezza?
«In uno dei miei tanti giri tra le gallerie romane. Lo incrociai e pensai: ma guarda che tipo. Da dove è uscito? Chi l’ha fabbricato? Sembrava un folle. Cineticamente inarrestabile. E mi sono detta: ecco quello che sto cercando».
Perché, cosa cercavi?
«Succede no, vedi per la prima volta una persona e immagini che la tua vita possa non essere più la stessa. Era un partner perfetto: mentale e fisico. Un mio simile. Svuotammo il sacco delle nostre esperienze e scoprimmo di avere molte cose in comune: i primi eroi bionici giapponesi, i sermoni cattolici, le pantomime televisive, la fantascienza. E il fatto che entrambi non c’eravamo rassegnati alla dittatura del bello».
Da dove vi nasceva questa considerazione finale?
«Dal mondo stesso. Dalla constatazione che tutto tende a deformarsi: corpi, parole, immagini. Come dice Antonio: noi rappresentiamo la bruttezza perché tutto è brutto».
Ne sei convinta?
«Sommamente, anche se la domanda che mi pongo è come posso tollerare tutto questo. E la risposta sta nel comprendere come nasce il nostro lavoro».
Intendi qual è l’origine del vostro teatro?
«Teatro è una parola ambigua, perché il contenitore ha dentro di tutto e allora devi scegliere quale forma adottare. Il nostro è un teatro incivile perfettamente aderente all’inciviltà del paese. L’inganno del cosiddetto “teatro civile” è quello di voler svegliare un paese addormentato, di scuotere la sua coscienza sommaria».
Sei contro l’impegno.
«Sono contro l’idea che l’arte debba essere etica. L’impegno civile nell’arte è una grande menzogna della comunicazione. L’arte non è fatta per essere il balsamo che cura l’infelicità. La denuncia dei mali del nostro tempo, degli abusi, della prevaricazione va fatta ovunque ma non sui palchi, né sui libri né sugli schermi».
Perché no?
«Perché è troppo facile denunciare con i soldi dello Stato. Andrebbero approvate leggi che proibiscano all’artista di schierarsi dalla parte delle sovvenzioni».
Voi lo avete fatto?
«Noi lo abbiamo fatto. Se l’oggetto del tuo dissenso ti foraggia di soldi che dissenso è? Se vuoi passare alla storia non puoi anche passare alla cassa».
Immagina qualcuno che non conosca il vostro teatro. Cosa gli racconteresti?
«Gli direi che il nostro teatro va dove non ti porta il senso. È una pantomima di ritmi che asciuga o toglie del tutto l’attualità. Alla fine restano gli universali».
Che sarebbero?
«I grandi miti della preistoria. Uno su tutti: il mito del potere. In fondo, con Antonio non abbiamo fatto altro che raccontare il potere. L’unica cosa che non si è mai evoluta. È restata intatta la sua essenza selvaggia. Hanno provato a travestirlo in tutti i modi per farlo digerire. Ma il potere nel suo fondo è privo di cultura umanistica. Oggi poi lo vedi: ha trovato un alleato formidabile nella tecnologia».
Alludi all’Intelligenza Artificiale?
«La favola della contemporaneità. Come la lampada di Aladino, tutti pensano che basta strofinarla e il genio esce e risolve i problemi. Quanto al potere, attraverso una decina di persone nel mondo ha lottizzato tutto il virtuale».
Con quali effetti?
«Il più vistoso è che non c’è più una figura che rappresenti il potere ma un consorzio remoto che agisce e l’illusione che il potere sia ormai diffuso tra la gente. La figura più inquietante è l’influencer, creatore di bisogni. Emissario del potere, ne esercita la volontà insinuandosi nei sogni della gente. Illudendola di essere o poter diventare come lui».
Il vostro ultimo spettacolo “Metacontro” parla di questi temi?
«Lo fa deformandoli. Niente di pedagogico perché si finirebbe con il travisare il nostro lavoro. La conoscenza non può essere potere e neppure contropotere. È puro saccheggio messo in opera da dei barbari».
Tu e Antonio sareste i barbari?
«Barbari e perciò brutti».
Anche cattivi?
«Diciamo scorretti. Cattivi ha troppe implicazioni morali». Esattamente il tuo lavoro in cosa consiste?
«Disegno lo spazio dentro il quale Antonio si muove».
In pratica crei una scenografia.
«In realtà creo un mondo, di oggetti o sculture pensati da me ma anche strumenti musicali, con il quale Antonio deve interagire. A volte è un mondo complicato e faticoso, altre è uno spazio divertente. Sono territori in miniatura con i loro linguaggi».
Oltre al teatro ti occupi anche di cinema.
«Abbiamo iniziato a realizzare cortometraggi e film dagli inizi degli anni Novanta. Partecipavamo a vari festival del cinema indipendente e siccome spesso vincevamo, con i premi ottenuti progettavamo il film successivo. Sembravamo dei cassaintegrati».
Produttori?
«Per un po’ li abbiamo cercati alla fine abbiamo capito che nessuno avrebbe mai scommesso su di noi».
Eppure “EScoriandoli” arrivò al festival di Venezia.
«Fu il tentativo di fare un film con la pellicola, con una vera troupe e un produttore. EScoriandoli venne fischiato con sincero accanimento». Immagino la delusione. «Per niente. Anzi eravamo divertiti nell’accorgerci di essere così inaspettatamente popolari e divisivi».
Però lassù qualcuno vi amava.
«Agli esordi ci ha aiutato Giovanni Semerano che era direttore di Fotogramma. Il nostro santo in paradiso Enrico Ghezzi ci ha dedicato molte notti a Fuoriorario. La stessa generosità per il teatro l’ebbe Franco Quadri. E poi er la terza rete tv realizzammo Troppolitani. Una serie di interviste tra gente presa a caso soprattutto a Roma e Milano. Il risultato era vedere l’eccesso di individualismo ed estraneazione della gente che fermavamo nei luoghi di transito».
Che differenza ritieni ci sia tra cinema e teatro?
«Diversamente dal cinema, il teatro è l’intervallo tra due cerimonie».
Che vuoi dire?
«Prima c’è la cerimonia preparatoria dell’ambiente con gli oggetti e alla fine la cerimonia di togliere tutto e tornare allo spazio vuoto. Quello spazio vuoto è l’essenza stessa del teatro. È come quando del passato togli anche la polvere. Non resta più niente. E puoi ricominciare».
Tu e Antonio avete condiviso anche una storia sentimentale.
«Ci siamo conosciuti profondamente. Ma proprio perché è stata una conoscenza profonda l’amore non poteva durare. Sentimentalmente siamo stati insieme per una decina di anni. Ma la confusione tra vita artistica e sentimentale alla lunga non ha retto».
Dopo di che?
«La separazione ha giovato. Il connubio artistico si è perfino rafforzato. Come fai a rinunciare alla creatività dell’altro, se l’altro è in qualche modo lo specchio di te stesso?».
In cosa credi?
«Venendo da una città di mare dovrei dire che l’acqua è il mio elemento. Dal mare ho imparato il disordine delle onde; dal vento, l’importanza dell’imprevedibilità; dall’aria la leggerezza di certi istanti. Ma la natura mi spaventa. Temo le sue vendette, la rabbia che esplode quando non ce la fa più a sopportare ferite e oltraggi. Non credo, o meglio non credo più, in un Dio che mi consoli. Credo nell’arte, l’unica forma di lotta seria rimasta».
In qualche modo rispunta l’impegno.
«Non in quel senso. La lotta misura la forza di se stessi nel quotidiano. È consapevolezza del finito».
Tu come sei nel quotidiano?
«La mia vita domestica è un inno al disordine. È straziata dal caos. E la cosa mi dà gioia e stress. Ho l’ansia di dover lavare i piatti e gli elettrodomestici mi sembrano creature aliene, pronte a inghiottirmi».
La fantascienza è in fondo l’ultima barriera contro la morte.
«Pensiamo di essere diventate anime digitali che si illudono di aver superato le avarie del corpo. È immortalità a buon mercato quella che circola oggi. Allora ogni malattia diventa una colpa, un inciampo, una seccatura per gli altri. Non ho paura della morte. Hai fatto caso che nelle favole la morte si riduce a pochi lemmi. Si accenna al dolore ma si trascura lo sconforto. Sarebbe bello andarsene in tre parole: nacque, visse, morì».