Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Non solo Brontë, le molte vite di Mrs Fennell

Merald Fennell, 40 anni, esordio folgorante alla regia con Una donna promettente (che le ha fatto vincere un Oscar per la sceneggiatura), poi l’eccesso calcolato di Saltburn. E ancora i ruoli da attrice, come l’iconica Camilla ancora giovane in The Crown, e l’impegno da showrunner in un’altra serie tv rimasta cult, Killing Eve. Con la macchina da presa costruisce un cinema che lavora corpi, desiderio, dinamiche di potere, addentrandosi in territori scomodi. In questa traiettoria s’inserisce il suo Cime tempestose – Cathy è Margot Robbie, Heathcliff Jacob Elordi, accompagnato da reazioni viscerali dall’annuncio all’arrivo in sala (con Warner) e da stroncature pesantissime. Eppure Fennell ha provato a restituire il romanzo di Emily Brontë, testo irregolare e incendiario, attraverso la sua personalissima traiettoria, amplificando la carica erotica, ossessiva, animalesca. La cineasta si racconta da Londra, lineamenti classici e piglio risoluto. 
Ha avuto paura nell’adattare un romanzo così amato, nell’era dei commenti e delle polemiche social che non sono mancate? 
«Moltissimo. Proprio perché lo amo e so quanto sia personale per tante persone. Adattare un capolavoro significa esporsi del tutto e dire: “Questo è ciò che io ho sentito”. Gli altri possono non essere d’accordo, ma io volevo cercare di trasmettere questa mia sensazione a qualcuno. Mi piacciono i progetti che mi mettono a disagio, che mi fanno paura. Senza rischio non c’è senso».
Perché una storia così estrema ci parla ancora oggi? 
«Il romanzo parla ai lettori da quasi duecento anni. Quindi deve esserci qualcosa di estremamente condiviso, se ha avuto un effetto del genere così a lungo. Per me questa è una storia che riguarda le diverse forze che convivono dentro ciascuno di noi: la tensione tra il desiderio di comfort, sicurezza, protezione, e qualcosa di più profondo e trascendente, che però è anche pericoloso, difficile, destabilizzante. Io ho sempre voluto fare film che creassero una connessione emotiva e fisica con chi li guarda. Ogni volta che pensavo al nuovo progetto, tornavo alla prima sensazione che ho provato quando ho letto questo libro». 
Aveva 14 anni. L’ha sentita come la più grande storia d’amore? 
«Sì, nel bene e nel male. Tra le cose che amo di più di Emily Brontë c’è il suo essere radicalmente amorale: tratta tutti i suoi personaggi con una sorta di onestà totale, anche nei loro aspetti più inquietanti e disturbanti. Quando lo lessi per la prima volta, era un libro scolastico, pensavo sarebbe stato noioso. Invece restai sconvolta da quanto fosse pericoloso, dalla violenza, dalla bellezza, dal modo in cui raccontava l’amore e le donne. Fu un’infatuazione immediata». 
È una chiamata al desiderio oggi represso in una cultura dominata dagli appuntamenti via app, in cerca di rassicurazioni dal rischio? 
«Questa storia è sempre stata radicale. Non abbiamo sempre vissuto in epoche in cui esiste uno stigma su ciò che le persone desiderano, su ciò che le attrae o le turba? Una cosa che sento forte è che, specie dopo il Covid, abbiamo tutti un bisogno disperato di connessione reale, sincera, anche fisica con gli altri. Per questo credo nel cinema in sala: non riguarda solo il film in sé, ma il fatto che le persone vadano fisicamente a vederlo insieme». 
I suoi Cathy e Heathcliff sono meno crudeli di quelli del romanzo? 
«È interessante, perché non credo di aver attenuato la crudeltà. Credo che sia la mia risposta personale al libro, la mia interpretazione. Ci sono elementi che funzionano sulla pagina scritta, ma non sullo schermo: penso a Hidley, il fratello di Cathy. Accettiamo con difficoltà i comportamenti moralmente ambigui, e lo facciamo ancora meno quando a metterli in atto è un personaggio femminile come Cathy. Spesso viene descritta come “selvaggia” in senso fisico, perché corre sulle brughiere. Ma la sua vera selvatichezza è emotiva: è capricciosa, sadica, ama spingere le persone al limite per poi riconquistarne l’affetto: Nelly lo dice più volte. Lo stesso vale per Heathcliff: è rancoroso, chiuso, violento, suscettibile. Ma tra lui e Cathy esiste uno spazio in cui c’è solo comprensione e perdono. Quando lei dice “Io sono Heathcliff”, intende che tra loro esiste una comprensione profonda, assoluta, in cui nessuno dei due è infastidito dalle parti più oscure dell’altro. Questo è ciò che rende la loro una storia d’amore. Essere terribili e non essere rifiutati è qualcosa che tutti, ancora oggi, desideriamo». 
È stato liberatorio rendere esplicita la tensione sessuale?
«Sì, c’è stato di sicuro anche un elemento di desiderio esaudito. Penso spesso a come Quentin Tarantino lavori sulla catarsi, prendendo la storia – o addirittura la realtà – e offrendo ciò che non è mai accaduto. Io ho sempre desiderato quella catarsi da Cime tempestose. È un romanzo profondamente erotico, ma non in senso rassicurante o “romantico": è erotico perché è trasgressivo, disturbante. Esistono già adattamenti bellissimi, aveva senso per me farne uno solo se fosse stato profondamente personale, se contenesse ciò che volevo vedere». 
Il mondo che costruisce intorno ai personaggi è un personaggio a sé. 
«La letteratura gotica vive in un mondo emotivo più che letterale. La natura, il clima, il paesaggio rispondono agli stati interiori dei personaggi. Volevamo che ogni spazio avesse risonanza emotiva, suscitasse una risposta viscerale. Cime tempestose è prima di tutto un luogo, le cui radici si estendono nei personaggi che lo abitano». 
Quest’anno film potenti come quelli di Mona Fastvold, Mary Bronstein ed Eva Victor sono stati per ora ignorati dai premi. 
«Ha ragione. I film più devastanti, più eccitanti, più sconvolgenti che ho visto quest’anno sono stati realizzati da donne. È stato un anno straordinario per il cinema femminile. Ed è triste che il lavoro delle donne debba spesso rassicurare qualcuno, dimostrare di essere legittimo, spiegare le intenzioni. Più un’opera femminile è trasgressiva, più viene percepita come indigesta. Parliamo di Emily Brontë: quando il suo libro uscì, suscitò rabbia e scandalo, anche perché si intuiva che fosse stato scritto da una donna, nonostante lo pseudonimo. Essere un’artista donna resta, ancora oggi, un atto radicale».