Robinson, 15 febbraio 2026
Notturno con Rivoluzione industriale
Erano gli anni in cui Boucher, Fragonard, Canaletto, Bellotto, Tiepolo e il giovane Goya spalancavano cieli limpidi e assolati, sotto i quali damine cavalieri santi e filosofi danzavano nella luce per compiacere gli occhi delle élites europee. Un sogno di immortalità felice, senza tempo né dolore.
Proprio allora un giovane pittore nato nel cuore dell’Inghilterra – a Derby, nel 1734 – decise di dedicarsi per alcuni anni allo studio delle tenebre. E lo fece, più che col cuore, con la testa. Joseph Wright (poi soprannominato of Derby, per distinguerlo da un omonimo) era figlio di un avvocato. Da bambino aveva svelato propensioni da inventore: si dilettava infatti di meccanica e aveva escogitato compassi graduati per ingrandire i disegni. Nel contempo la sua mano si rivelò così dotata che il padre lo mandò a Londra a studiare pittura presso Thomas Hudson, un ritrattista di buona fama che aveva saputo ben formare Joshua Reynolds.
Dopo aver appreso il mestiere, se ne tornò a Derby, dove intraprese una fortunata carriera di ritrattista. Lo fece ispirandosi al linguaggio aulico di Pompeo Batoni, superbo interprete della grandeur dell’aristocrazia britannica innamorata dell’Italia, ma anche allineandosi alle soluzioni più ariose e dinamiche adottate da Gainsborough, Zoffany e Hogarth. Al pari di questi ultimi praticò il genere cosiddetto del Conversation piece, ossia la descrizione di più figure intente a discutere in una stanza o, più di rado, all’aperto. È il mondo restituitoci da Stanley Kubrick in Barry Lyndon, peraltro proprio sulla base di simili, lucidissime, testimonianze visive. A un certo punto però – e siamo alla metà del settimo decennio – Wright of Derby decise di accantonare quella luce e quegli spazi per inaugurare un filone nuovo.
Immaginò interni inghiottiti dall’oscurità, svelati dalla fiamma delle candele e dalla luce argentea della luna, dove si svolgevano episodi aneddotici (la lettura di una missiva, giochi di bambini, artigiani e contadini al lavoro...), oppure studi accademici, meditazioni filosofiche ed esperimenti scientifici. Per accentuare il senso di segretezza di tali scene, recuperò le formule compositive divulgate nel ’600 da Georges de La Tour, Hendrick ter Brugghen, Gherardo delle Notti, Matthias Stomer e vari altri, in quella che fu la prima sostanziale riabilitazione critica settecentesca del caravaggismo, che fino a quel momento aveva subito una damnatio quasi integrale. Wright la ripropose senza alcuna nostalgia, limitandosi a riutilizzarne schemi e soluzioni luministiche, con un rigore interpretativo assoluto, di sapore neoclassico.
La cultura visiva che sostanzia tali sue prove è sorprendente, specie se si considera che egli svolse la sua attività per lo più a Derby. Ma assorbì comunque la densità dei suoi tempi: che erano quelli in cui le residenze dei lord venivano inondate da capolavori di pittura, reperti archeologici, calchi dall’antico, incisioni e volumi illustrati; in cui James Christie e Samuel Baker (il fondatore di Sotheby’s) inventarono le moderne case d’asta; in cui fiorivano le società di artisti che si proponevano a un pubblico sempre più agguerrito di collezionisti, conoscitori, critici e mercanti; in cui nacquero la Royal Academy of Arts e il British Museum, quest’ultimo grazie al lascito del medico e scienziato Hans Sloane.
Amico intimo di Erasmus Darwin – medico umanista che tanto influenzò il suo ben più celebre nipote, Charles – Wright frequentò inventori come Richard Arkwright e Josiah Wedgwood, compagni di strada di Isaac Newton. Pertanto non stupisce che, in un clima sperimentale così denso e ribollente, egli abbia deciso di rappresentare le alacri attività notturne svolte in laboratori, fabbriche e fonderie, in tele spesso di grande formato che conferivano alle sue restituzioni pittoriche un impatto monumentale e inquietante. Che si trattasse della ricerca della pietra filosofale, dell’analisi di un planetario o di un macabro esperimento scientifico con un uccello vivo in una Air Pump, ogni pretesto era per lui perfetto per celebrare la potenza espressiva delle ombre, la loro vittoria sulla luce artificiale.
Nel 1773 decise di scendere in Italia. Non si limitò però ad ammirare le rovine classiche e i capolavori moderni: si appassionò alle eruzioni del Vesuvio, si raccolse in meditazione sulle tombe dei poeti antichi e si entusiasmò per i fuochi di Castel Sant’Angelo, che percepì come una meravigliosa notte infernale. Tornato in Gran Bretagna, si dedicò a paesaggi e temi letterari, morendovi nel 1797, quando l’Europa si stava sgretolando sotto il ciclone napoleonico. La sua Inghilterra seppe salvarsi, e con essa il locale Ancien Régime: ma altrove furono rovine, incubi e presagi nefasti, di cui i tratti finali del percorso artistico di Goya sono drammatica testimonianza.
La National Gallery di Londra e il Derby Museum and Art Gallery hanno riunito alcune sue celebri elucubrazioni tenebrose (pittoriche e incisorie) in una piccola mostra congiunta, aperta a Londra fino al 10 maggio e che dal 12 giugno passerà nella città natale dell’artista. Entrando nelle sale londinesi – dopo aver superato gli ambienti riservati ai capiscuola del Rinascimento, del Barocco e del Rococò – si prova un senso di straniamento culturale, di sospensione tra epoche antitetiche, come intrappolati in un surreale laboratorio alchemico del secolo dei Lumi.