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 2026  febbraio 15 Domenica calendario

Intervista a Chip Zdarsky

Capitan America ha sempre rappresentato l’idea di libertà e democrazia a partire dall’iconico pugno sferrato a Hitler sulla copertina del numero 1 uscito nel 1940 e disegnato dal grande Jack Kirby. Ai tempi vendette oltre un milione di copie. Ma, al contrario di quello che molti credono, Capitan America non è semplicemente un personaggio patriottico: basta ricordare quando nel lungo ciclo di Civil War combatte contro un Iron Man che incarna il potere delle multinazionali e la volontà del governo di costringere i supereroi a registrarsi diventando una forza governativa. O ancora, e forse soprattutto, quando smaschera ne L’Impero segreto, il presidente americano coinvolto in uno scandalo che è chiaramente il Watergate, portandolo a suicidarsi. I tempi moderni sono ancora più complessi e quindi la sfida di un nuovo capitano non poteva che essere affidata all’astro emergente Chip Zdarsky, l’autore più prolifico e instancabile della scena Marvel e DC contemporanea. 
Hai iniziato come giornalista: perché poi hai deciso di cambiare? 
«In Canada ho fatto una scuola di illustrazione e una volta diplomato c’era un’opportunità come artista di grafica informativa per i giornali. Così ci sono andato, soprattutto perché ero l’unico ragazzo della mia classe che leggeva i giornali. Ho imparato tantissimo in quel lavoro. Facevo mappe, grafici azionari o per spiegare le cose. Dopo un po’ ho iniziato a proporre storie mie, vignette e video. Ho affinato molte competenze che poi mi hanno aiutato: facevo anche fumetti come attività secondaria: miglioravo sempre proprio grazie al giornale». 
A quel tempo facevi riviste di fumetto indipendenti: com’era?
«Fantastico, perché è la libertà assoluta. Non hai un capo, fai le tue cose, pubblichi da solo, organizzi le fiere e poi cerchi di convincere la gente a comprare. Mi sono divertito molto: piccole tirature, mille copie qui, mille là. Ero sempre grato quando qualcuno comprava il mio lavoro. Pensavo che la mia vita sarebbe stata così: lavorare al giornale e fare fumetti nel tempo libero. Poi le cose sono cambiate». 
Come? 
«Il motivo principale è che ho incontrato molti autori di fumetti online e siamo diventati fan l’uno dell’altro. Tra i ragazzi che ho conosciuto c’era Matt Fraction, uno sceneggiatore. Era in un periodo in cui si stava stancando di lavorare per Marvel e io invece mi stavo stancando del giornale. Così abbiamo iniziato a parlare e gli ho detto che avremmo dovuto fare qualcosa insieme, un progetto divertente. Lui aveva l’idea per quello che sarebbe poi diventato Sex Criminals e di lì a poco abbiamo iniziato a lavorarci. Pensavamo che nessuno l’avrebbe comprato e che sarebbe durato tre numeri! Invece quando è uscito è diventato un successo e così abbiamo iniziato a viaggiare per il mondo. Siamo andati anche a Lucca Comics, una decina d’anni fa». 
Me lo ricordo: intervistammo Matt Fraction quella volta. 
«Sì, quell’anno è stato folle. Perché facevo quel libro mentre lavoravo ancora al giornale. E alla fine ho dovuto dire: devo smettere con uno dei due. Così ho lasciato il giornale per continuare con Sex Criminals, poi Marvel mi ha contattato e mi ha aperto una porta completamente nuova». 
Quale giornale era? 
«Il National Post, in Canada. Ma ho lavorato anche per il Globe and Mail e il Toronto Star». 
Ora vivi negli Stati Uniti? 
«No, stavo a Toronto e sono ancora a Toronto. Sono canadese». 
Però stai lavorando su Capitan America... 
«Sì, sono il primo canadese a scrivere Capitan America. Quando ho iniziato alla Marvel e C.B. Cebulski è diventato editor-in- chief, ha contattato tutti i suoi sceneggiatori dicendo: fatemi sapere i vostri titoli preferiti, se mai diventassero disponibili. Gli ho dato i miei: uno era Daredevil e l’ho fatto per diversi anni. E un altro era Capitan America». 
Chi è il tuo Capitan America? 
«Di certo non è un traditore nazista come nel ciclo di Nick Spencer (criticato da molti per questo, ndr). È un uomo che crede nel sogno di libertà e democrazia, ma che spesso non è d’accordo con i politici che guidano gli Stati Uniti. Il suo scopo è rendere il suo Paese migliore. È un personaggio interessante, specialmente adesso». 
Nel tuo ciclo decide di non unirsi agli Avengers ma all’esercito.
«Era un soldato agli inizi, poi si è addormentato e si è svegliato in un nuovo mondo che io però ho fissato dopo l’11 settembre. Non conosce più nessuno e quindi torna nel solo posto che gli è familiare: l’esercito». 
Nel tempo in cui viveva era chiaro chi erano i buoni e i cattivi ma nella tua storia si scopre che i cattivi sono... gli americani! 
«Sì, nella mia storia si mette in discussione cosa sta facendo l’America e dove sta andando. Gli Usa hanno praticamente conquistato il mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Le basi statunitensi lo controllano, i satelliti sono ovunque. È davvero un posto molto strano per lui in cui risvegliarsi». 
Pensi che i supereroi abbiano ancora un senso oggi? 
«L’idea dell’eroe è ancora quella di aiutare le persone, ma la grande domanda è: come si fa? Era più facile nel 1962 o giù di lì, quando la risposta era dare un pugno a qualcuno o fermare il tizio che vuole conquistare il mondo. Ma è una cosa diversa ora. Il mio Daredevil per esempio guardava alla violenza all’interno dei sistemi: il sistema carcerario, il governo, la gente. Sono domande più grandi che richiedono risposte più complesse».
Sarà molto interessante vedere cosa succederà. 
«Sì, continuate a leggere».