Robinson, 15 febbraio 2026
Amantha Harvey: "Nella veglia il mio sogno era la scrittura"
Amantha Harvey parla lentamente, quasi pescando le parole dal profondo. Sarà la suggestione dell’argomento, visto che in Italia è appena uscito Le infinite notti, il suo memoir da insonne (Nn edizioni), ma l’immagine della scrittrice sullo schermo del computer – incarnato chiarissimo, capelli lunghi e biondi, gestualità rallentata – ha qualcosa di vagamente onirico. Il libro è magnetico perché ci fa abitare dentro la mente dell’autrice, seguendone il conteggio delle ore di veglia, le ansie, i tentativi di guarire. Harvey risponde a Robinson dalla sua casa vicino Bath, dove vive. Spiega che è la prima volta che parla così distesamente di questo atipico diario della propria insonnia pubblicato in Inghilterra nel 2020, ai tempi del Covid, quattro anni prima che vincesse il Booker Prize con Orbital. Il titolo inglese è meno poetico ma rende benissimo: The Shapeless Unease, l’inquietudine informe.
Provi a dare un’immagine dell’insonnia.
«Avevo la sensazione di cadere continuamente, come se non ci fosse la terra sotto di me. Cercavo qualcosa che mi sostenesse, ma non riuscivo a trovarla».
Racconta di aver rimpianto di non credere in Dio.
«A volte invidiavo una mia cara amica che riusciva a vivere con il sostegno della fede. Capivo che lei aveva una base su cui appoggiare i piedi. La sua fede era qualcosa di molto solido, mentre io non riuscivo a trovare risposte alla mia ansia confusa. In quei momenti avrei avuto bisogno di qualcosa che potesse impedirmi di continuare a cadere all’infinito».
Come ha influito quel turbamento sulla scrittura?
«La scrittura ha risentito della mia condizione mentale. Non ero in grado di mantenere a lungo nessuna idea, né di concentrami, quindi potevo solo procedere per frammenti e digressioni. Scrivere un romanzo non era immaginabile, ero troppo esausta. Così ho iniziato a mettere nero su bianco tutto quello che mi veniva in mente, che fosse un ricordo o qualcosa che avevo pensato durante la notte. Non avevo intenzione di farne un libro, nessuno dei miei romanzi è autobiografico, sentivo però l’esigenza di scrivere. L’ho fatto in modo libero, senza un disegno preciso, senza uno scopo, ma con grande intensità e andando avanti velocemente. In sei mesi avevo un diario di quei giorni».
Sembra quasi un lavoro psicoanalitico, una sorta di emersione sulla pagina dell’inconscio.
«Qualcosa del genere, meno premeditato e pianificato rispetto a un romanzo. Scrivere è stato molto simile a sognare. In quel periodo privo di sonno, ho sostituito i sogni con la scrittura. Ho tirato fuori cose da dentro di me che non sapevo neanche esistessero».
È vero che ha passato anche cinquanta ore di seguito senza chiudere occhio?
«È andata così. Oggi posso dire che scrivere mi ha salvato la vita. Forse è la scrittura la mia fede, il luogo della fiducia, il mio punto fermo. Mia madre faceva la ghostwriter ma mio padre era un muratore, faticava a leggere. Il primo libro che ha letto, con molta lentezza, è il mio romanzo d’esordio The Wilderness. Scrivere per me ha rappresentato un approdo a lungo desiderato. Da bambina guardavo lavorare mia madre e pensavo che nella vita non avrei voluto fare altro».
Ha capito perché improvvisamente è comparsa l’insonnia? Nel memoir la lega a un lutto, alla perdita di suo cugino.
«Quando ho perso mio cugino ero già in crisi. Ho sempre dormito molto bene, anche nelle fasi difficili, poi a un certo punto è comparsa l’ansia. Di colpo mi sono ritrovata a essere una donna piena di paure. Non una paura in particolare, ma una sorta di spirale nebulosa».
Una preoccupazione informe?
«Un continuo ronzio che mi sovraccaricava la mente. Ero diventata molto sensibile, ogni rumore mi dava fastidio. Una notte sono stata assalita dal terrore. Sentivo degli strani colpi, pensavo che qualcuno stesse entrando a casa, solo dopo ore ho capito che erano le noci che cadevano dall’albero sul tetto».
Il paradosso è che proprio nell’epoca dei confort, dei materassi ergonomici, delle case sicure, l’insonnia sia un problema così diffuso.
«I nostri timori non riguardano più la sopravvivenza, sono di natura piuttosto astratta. A volte osservo la mia cagnolina mentre dorme beata e penso che vorrei imparare qualcosa da lei».
Non è riuscita quindi a rintracciare un momento di frattura nella sua vita al quale imputare le sue nuove ansie?
«Ho iniziato a stare male nel 2017. Registravo una sorta di crescente intolleranza nei confronti del mondo, che cominciava ad apparirmi come un posto davvero abrasivo, difficile, ostile. Ciò che in quegli anni accadeva a livello politico non mi aiutava. Trump era salito al potere, gli elettori si erano pronunciati a favore della Brexit. La realtà che mi circondava non mi sembrava più in linea con i miei valori. Non mi sentivo più a mio agio».
Soffre ancora d’insonnia?
«Adesso dormo bene».
Eppure il mondo non se la passa meglio.
«A confronto il 2017 appare un periodo glorioso».
Come ha fatto a guarire?
«Ho semplicemente accettato che non posso controllare tutto. Ho imparato a proteggermi, a non farmi carico di ogni cosa. Il che non significa disimpegno. Non lascerò che Donald Trump mi tolga altro sonno, ha già fatto abbastanza».
Nel libro riporta anche stralci di colloqui con psicoanalisti.
«Vedevo medici diversi, a volte erano bravi e gentili, altre erano terribili. Penso che nessuno, almeno nel Regno Unito, sappia cosa fare con l’insonnia. Non è esattamente una malattia mentale, ma non è nemmeno una malattia fisica e nessuno sa come trattarla. Nel Regno Unito ci sono pochissimi servizi che si occupano di insonnia. Mi sentivo sola. I medici perlopiù si limitavano a darmi dei sonniferi. Una volta sono andata al Pronto Soccorso alle tre di mattina. Ero disperata, insonne da due anni. Il medico neanche mi ha visitata, mi ha solo consigliato di tornare a casa e prendere un sonnifero. Avrei potuto essere un caso a rischio suicidio ma non interessava».
Goya diceva «il sonno della ragione genera mostri». Che cosa le affollava la mente nelle ore di veglia?
«Se rimani sveglio a lungo, hai molto tempo per pensare, ti vengono anche pensieri di morte. Sei solo al buio, tutti i demoni arrivano a quell’ora. Le cose che durante il giorno non sembrano un problema lo diventano in piena notte. A volte, quando ero molto provata, mi sembrava che la morte fosse una liberazione. Non era un pensiero melodrammatico, non stavo contemplando il suicidio, semplicemente immaginavo un affrancamento dalla sofferenza».
Ci sono anche passaggi divertenti, come le varie strategie provate per dormire: i mantra buddisti, il latte caldo prima di andare a letto, la lavanda sul cuscino, un bagno prima di coricarsi.
«Più rituali facevo prima di mettermi sotto le lenzuola e più diventavo ansiosa. Niente mi calmava, la mia testa rimbombava come un grande rullo di tamburi. Ho scoperto che la cosa migliore è non ossessionarmi, lasciarmi andare, in qualche modo assolvermi».
Sembra una sorta di “perdono notturno”. Dorme meglio chi è indulgente verso se stesso?
«Non c’è dubbio. La vera scommessa è lasciarsi alle spalle torti e sensi di colpa. Al massimo oggi per prendere sonno gioco a elencare i paesi del mondo: parto dall’Africa, passo all’Asia, all’Europa e così via. È un’attività quasi ludica, non speculativa, e mi aiuta. La mia mente è come un cane pastore, ha sempre bisogno di qualcosa da fare».
Questo memoir è un libro sul tempo, come lo era “Orbital”, il romanzo in cui racconta l’avventura di sei astronauti che viaggiano in orbita attorno alla Terra.
«Penso che l’insonnia abbia in qualche modo modificato i miei circuiti cerebrali. Orbital è stato una sorta di reazione, un desiderio di uscire da me stessa, una risposta alle mie ore insonni, un salto oltre me. Dopo essermi immersa dentro me stessa uscivo finalmente fuori, addirittura nello spazio».
Era stanca di sé?
«Lo spazio in realtà è diventato lo specchio della mia interiorità».