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 2026  febbraio 18 Mercoledì calendario

Ordine di Malta, la lettera d’accusa al Papa: “Nepotismo e nomine di divorziati risposati”

“Una linea nepotistica nelle ultime nomine operate dal Gran Cancelliere”. E ancora: “Una difficoltà nel mantenere pienamente visibili i fondamenti dell’Ordine di Malta: fede, carità, fraternità e spirito di umiltà”. Non è un blog polemico o un articolo di giornale. È una lettera ufficiale indirizzata a Papa Leone XIV da un ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta. Una lettera che il Fatto ha potuto visionare. Parole pesanti, che parlano di “smarrimento”, “declino morale e materiale”, “allontanamento di membri di grande esperienza” e di una crisi che rischia di diventare “più profonda”.
La lettera è arrivata sul tavolo del nuovo Pontefice mentre in Vaticano si valuta un’ispezione o addirittura un commissariamento, come anticipato anche dalla stampa romana. Segno che la questione non è più confinata alle lotte interne, ma è diventata un caso ecclesiale.
Il testo punta il dito contro il Gran Cancelliere Riccardo Paternò di Montecupo e contro una gestione percepita come personalistica. Parla esplicitamente di nomine che includono “persone in condizione di divorziati e divorziati risposati”, scelta vissuta da molti come una frattura rispetto alla coerenza ecclesiale richiesta a un ordine religioso. Non fa nomi, ma basta leggere gli ultimi atti ufficiali per trovare neoambasciatori risposati, laddove ai divorziati la Chiesa fatica a concedere perfino i sacramenti, figuriamoci rappresentare l’Ordine in una sede diplomatica.
Il riferimento al “nepotismo” rimanda invece a nomine controverse come quella di Maurizio Paternò, fratello del Gran Cancelliere, a consigliere Unesco con passaporto diplomatico. Proprio la rete diplomatica dell’Ordine – 115 ambasciate nel mondo – era stata invitata formalmente al silenzio: “Qualsiasi richiesta proveniente da giornalisti o media deve essere indirizzata all’Ufficio Comunicazione del Gran Magistero”, si legge nella circolare firmata dallo stesso Paternò.
Pochi in effetti parlano di un sistema diplomatico che pare allo sbando, che dovendosi sovvenzionare da solo resta fondato sul censo più che sulla competenza, e di un governo centrale in cui il Gran Maestro sarebbe di fatto condizionato dal Gran Cancelliere. Lo fa il criminologo Mario Carotenuto, per undici anni ambasciatore in Egitto. “Il problema di fondo è che non tutti possono permettersi di fare l’ambasciatore. Non avendo uno stipendio ed essendo considerato un ‘servizio’, è molto difficile trovare candidati. Io, col mio lavoro, ho dovuto sostenere i costi dell’ambasciata: affitto, utenze, stipendi dei dipendenti, viaggi, vitto e alloggio. È un limite enorme: o si trovano pensionati benestanti, o ci si deve accontentare di ambasciatori che non risiedono nel Paese e ci vanno due mesi l’anno, compromettendo le relazioni diplomatiche reali”.
Carotenuto si è dimesso. “Non per stanchezza, ma perché avevo trovato la persona perfetta: un successore residente al Cairo, una persona giovane che vive lì con la famiglia e poteva dedicarsi h24 alla missione. L’ho proposto ufficialmente a maggio dell’anno scorso, ma il Sovrano Consiglio non ha ancora ratificato la nomina. Hanno fatto passare due riunioni senza decidere. Il risultato? Quando ad aprile lascerò, l’ambasciata rischia di rimanere scoperta, nonostante avessi servito la soluzione su un piatto d’argento. È un peccato perché abbiamo progetti attivi, ambulatori per rifugiati e portiamo l’acqua nei villaggi, ma senza una guida residente tutto diventa più difficile”.
Un altro ambasciatore, che chiede l’anonimato, descrive dove porta simile meccanismo. “Le spese sono tutte a carico nostro. Non abbiamo nessun aiuto da Roma, siamo volontari in tutto e per tutto. Ma un’ambasciata è costosa: c’è la sede, la segretaria, l’autista, i cocktail, le feste nazionali. In alcuni paesi dove non c’è l’Associazione nazionale a coprire i progetti, l’ambasciatore deve farsi carico anche di quelli”.
Il punto più delicato è questo: “Io escludo che ci sia un commercio vero e proprio di passaporti diplomatici, ma il meccanismo è indotto dalla necessità: non avendo fondi, se ci sono persone che hanno la possibilità economica di ‘aiutare’, queste vengono chiamate e inserite nel servizio diplomatico come collaboratori. È un modo per sostenere i costi: si cerca il collaboratore che può aiutare l’ambasciatore finanziariamente. Certo, vedere esempi negativi di vita dispendiosa al vertice, mentre noi ci autotassiamo, è molto triste per chi ama davvero l’Ordine e crede nel carisma del servizio ai poveri”.
Perché la crisi non è solo morale ma anche economica e strutturale. Secondo l’inchiesta del Fatto, il Gran Maestro Fra’ John Dunlap – ribattezzato “Fra’ Jet” – nel solo 2024 avrebbe speso quasi 200 mila euro tra voli, hotel e taxi, con tratte Roma-New York costate 56 mila euro di biglietti. Il funzionamento del Gran Magistero supera i 10 milioni l’anno, mentre le indennità e le spese di rappresentanza sfiorano cifre milionarie.
Eppure Papa Francesco aveva imposto nel 2022 una riforma con voto di povertà effettivo, vita comunitaria e controllo dei beni. Riforma rimasta in larga parte inattuata, come evidenziato anche dall’articolo 39 della Carta che prevedeva entro un anno la creazione di un convento per i Professi, progetto rimasto bloccato.
Sul fronte patrimoniale, i numeri sono ancora più impietosi: 919 immobili in Italia e quasi 5 mila ettari agricoli per un valore stimato oltre 190 milioni di euro. Dal 2009 sono stati venduti 44 immobili per 16 milioni, reinvestendone appena 1,3.
La società agricola interna S.Agri.V.It., che gestisce 3.500 ettari, versa all’Ordine appena 200 mila euro l’anno ed è strutturalmente in perdita. Intanto offerte milionarie per la valorizzazione dei terreni – fino a 650 mila euro l’anno per 200 ettari – sarebbero rimaste senza risposta.
E mentre i volontari raccontano di ambulanze comprate di tasca propria, i dipendenti lamentano il rinnovo contrattuale andato in scadenza senza corresponsione di arretrati degli ultimi due anni con la giustificazione ufficiale che “non ci sono i soldi”, si discute della chiusura dell’ambulatorio per i poveri di via Condotti, da affittare a marchi del lusso. Un simbolo che pesa più di qualsiasi bilancio.
Il paradosso è tutto qui: un ordine nato per “Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum” – difesa della fede e servizio ai poveri – oggi accusato, dall’interno, di aver smarrito entrambe le cose. E ora la domanda è nelle mani di Leone XIV: limitarsi a un richiamo morale o riaprire la stagione del pugno duro inaugurata da Francesco nel 2017? Perché questa volta non si parla solo di jet e stipendi. Ma della credibilità stessa di un’istituzione millenaria.