La Stampa, 18 febbraio 2026
Cinecittà, appalti nel mirino dell’Anticorruzione: sentita l’ad Cacciamani
Se le chiedi se è vero quello che dicono tutti, che nel suo futuro c’è Rai Cinema, la sua risposta non assomiglia a una smentita: «Non ho ricevuto alcuna proposta. Ma può tranquillamente scrivere che Cinecittà è la mia vita, la storia della mia famiglia. Di mio nonno che nel 1937 lavorava qui come maestranza e di mio padre che entrò nel 1953 e divenne il custode degli studi più belli del mondo. Non voglio interrompere il mio mandato». C’è da dire che non è da tutti, se sei amministratore delegato, alzare il telefono e chiamare il giornale che sta scrivendo di te. Manuela Cacciamani lo ha fatto ieri sera, quando ha saputo che La Stampa stava preparando un articolo su Cinecittà e sul ministero della Cultura. Nello specifico su due fatti avvenuti pochi giorni fa. La Corte dei Conti ha inviato una nota al Mic per chiedere la rendicontazione del 2024 e contemporaneamente l’Anac sta procedendo con una sua istruttoria su due appalti del 2023 affidati, su input del ministero e attraverso Cinecittà, in modo diretto e senza gara, alla One More Pictures, l’azienda che Cacciamani guidava prima di diventare ad della società pubblica, nel giugno 2024. L’11 febbraio, la manager ha fatto il suo ingresso all’Autorità Anticorruzione per un’audizione, «su mia richiesta». Ma ci arriveremo. Prima bisogna fare una piccola digressione, per inquadrare politicamente questa vicenda.
Come ormai sanno anche i sanpietrini di Roma, Cacciamani diventa amministratrice delegata in quota Fratelli d’Italia. Le sorelle Meloni, Arianna e la presidente del Consiglio Giorgia, la conoscono, la stimano, come un’apprezzata produttrice. Non guasta poi che la sorella, Maria Grazia Cacciamani, sia stata candidata proprio con FdI, e lavori nel gabinetto del governatore del Lazio Francesco Rocca. La scorsa estate un film prodotto dalla One More Pictures, Albatross, regia di Giulio Base, direttore del Torino Film Festival, è finito, assieme ad altri, sotto la lente della Guardia di Finanza che indaga sul tax credit. La pellicola attira l’interesse dei giornali e della politica per due motivi: perché prodotta dall’ex società dell’attuale ad di Cinecittà e perché trattando della vita del giornalista Almerigo Grilz, controversa figura mitizzata dalla destra post-missina, il film viene celebrato da un’anteprima con tutto lo stato maggiore di FdI: Arianna, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro della Cultura Alessandro Giuli (e la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni). Albatross si rivelerà un clamoroso flop al botteghino ma lascerà i fari accesi su Cacciamani e sulle attività pregresse di One More Pictures. Su due commesse in particolare, entrambe per la campagna di comunicazione di Cinema Revolution, iniziativa per incentivare gli italiani ad andare in sala. Un appalto di 300 mila euro e l’altro di 350 mila, ben sopra la soglia (di 150 mila) prevista dalla legge. Siamo nel giugno e nel dicembre 2023, al governo c’è già Meloni ma ad di Cinecittà è ancora Nicola Maccanico: per lui la procura di Roma a fine 2025 chiederà il rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali, proprio in riferimento al bilancio del 2023.
Dunque, Cacciamani, come ironicamente ricorda lei stessa, si trova di fronte all’Anac a rispondere in una doppia veste. «Sono due progetti – spiega – assegnati e pagati prima del mio arrivo a Cinecittà. Ho spiegato che il mio predecessore aveva agito secondo criteri d’urgenza». Il timore di un’ammenda, però, è concreto. Gli approfondimenti continuano e si potrebbero allargare ai mesi successivi e a tutto il 2025. Perché Corte dei Conti e Anac vogliono capire se la consuetudine sospetta degli affidamenti senza gara è continuata anche con Cacciamani: «Se è capitato – è la sua risposta – ovviamente si poteva fare, ma di certo non ho dato un euro alla mia ex società».
La Stampa ha contattato una fonte della Corte dei Conti, due fonti di Cinecittà, due del ministero e ha parlato con Cacciamani. Dalla Corte dei Conti, i cui controlli sono stati a più riprese criticati dal governo Meloni e che si ritrova oggetto di una legge di riforma considerata punitiva dai magistrati contabili, ci è stato indicato il punto 9 della delibera inviata lo scorso anno, relativa alle attività di Cinecittà nel 2023. C’è scritto che la situazione previsionale negativa a fine 2024 «è stata successivamente rivista in ragione di interventi del ministero della Cultura (cosiddetti “progetti speciali”) che hanno consentito alla società di tornare in area patrimonio netto positivo». È il ministero a dare l’indirizzo su ciò che è considerato progetto speciale. Lo erano i due appalti di Cinema Revolution, e lo sono altri – che riguardano mostre, festival, iniziative, anche a sfondo sociale. Come Rivoluzione MediCinema, sul potere curativo della sala: evento voluto da Cacciamani a luglio (87 mila euro di catering), e che ha fatto da premessa all’annuncio dell’acquisto per 100 mila euro dei diritti del documentario prodotto da una società milanese. Si tratta per entrambi, ancora una volta, di affidamenti diretti: in questo caso per progetti in cui è coinvolta una onlus, MediCinema, con cui Cacciamani aveva collaborato ai tempi della One More, come si legge sul suo curriculum.
Anche sui progetti speciali Corte dei Conti e Anac vogliono vederci chiaro. A quanto pare, è attraverso questi finanziamenti (circa 60 milioni di euro da quando c’è Cacciamani) che la direzione generale cinema del Mic dà ossigeno al fatturato di Cinecittà, che altrimenti non riuscirebbe a mantenersi con le produzioni e gli studios. Tutti – dirigenti e maestranze – attendono con le mani congiunte in preghiera che vengano confermati i set di Assassin’s Creed II e della seconda stagione della serie sull’antica Roma Those about to die. Cacciamani smentisce di voler andar via perché stanca dell’insostenibilità della gestione di Cinecittà e di tutte le grane politiche in cui è rimasta invischiata. Ma i rumors su un’altra destinazione garantita dal governo non sono pochi. Una potrebbe essere l’authority sul cinema che nascerà sul modello francese, con una legge, e che però la Lega avrebbe promesso alla sottosegretaria Borgonzoni. Un’altra poltrona appetibile è, come detto, quella di Rai Cinema, occupata dal 2010 da Paolo Del Brocco, per questo nell’ambiente ribattezzato Paolo VII: quanti sono i governi, di diverso colore politico, che ha attraversato.