La Stampa, 18 febbraio 2026
Intervista a Susanna Egri
Peperoni crudi a colazione. E poi lavoro quotidiano, progetti e un’incrollabile fiducia nella disciplina intesa come gioco e non come imposizione. Oggi Susanna Egri compie cent’anni, ma ha ancora il passo di chi guida la scena. E la scena, non l’ha mai lasciata: insegna ogni settimana, codirige la compagnia con Raffaele Bianco, prepara nuovi spettacoli: stasera al teatro di Verbania va in scena il suo spettacolo simbolo Istantanee del 1953, in arrivo un documentario su di lei, titolo provvisorio Susanna. «Se Dio vuole faccio le stesse cose di decenni fa».
Che cosa si prova, signora, ad avere cent’anni?
«Il mio entourage me lo ricorda in continuazione – sorride – ma io cercherei di non pensarci. Sono impegnata nell’oggi. È questo che conta».
Lei è figlia di Ern? Egri Erbstein, l’artefice del Grande Torino, ha imparato da lui la disciplina?
«Da lui e da mia madre. Mio padre non è stato solo un allenatore. Ha saputo trasformare una serie di campioni in una squadra. E questo vale in ogni campo: bisogna diventare squadra. Mia madre veniva dalla danza, mio padre (direttore tecnico del Grande Torino, morto nella tragedia di Superga, ndr) dallo sport. Senza disciplina non esiste né l’una né l’altro. Ma non è una disciplina militaresca: è rispetto di sè, dei colleghi, degli insegnanti. Comincia da come ti presenti. È una disciplina intima, giocosa».
La sua adolescenza si spezza con le leggi razziali.
«Quando mi hanno cacciata da scuola è stato insopportabile. Io ero cresciuta cattolica. E all’improvviso non potevo più frequentare le lezioni che amavo. Ero brava a scuola. Mi sembrò molto ingiusto».
La sua famiglia lascia l’Italia per l’Olanda, viene respinta, approda poi in Ungheria.
«Ho compiuto 13 anni in treno, attraversando la Germania nazista, andando incontro a un periodo molto buio. Da piccola non pensavo avrei fatto la ballerina, malgrado nelle famiglia materna ci fossero molti danzatori. In Ungheria, invece, ho capito che poteva essere la mia professione. Ho voluto entrare alla scuola dell’Opera di Budapest, non in una scuola qualsiasi. Non avevamo i soldi per la retta? Me la sono pagata dando lezioni di italiano e latino».
Non ha potuto proseguire gli studi regolari.
«Mi sono detta: mi hanno impedito la scuola? Mi farò una cultura superiore a quelli che me l’hanno impedito. Ho letto di tutto, da Darwin alla poesia in lingua originale. E poi ho studiato composizione coreografica all’Accademia di Stato, con filosofia e psicologia. Dalla terza ginnasio sono saltata all’università».
Alla fine della guerra, è pronta.
«Ero un’enciclopedia vivente della danza: classico, contemporaneo, danze etniche, jazz. Ho debuttato con un recital solistico in cui passavo dalle punte al tip tap. Era un trittico, L’uomo e il suo Dio, dedicato alla trascendenza. Nella danza confluisce tutto: letture, studi, vita. Ma ha bisogno del pubblico. Senza chi riceve, non esiste. Quando si crea quella simbiosi tra chi dà e chi riceve, per me è felicità pura».
In una recente intervista in tv ha detto che non bisogna sposarsi per amore.
«Quella frase ha urtato qualcuno. Ma l’amore da solo non basta. Servono obiettivi comuni. Io mi sono sposata a 19 anni, sapendo che non c’era il divorzio. È stato un ostacolo in una carriera già difficile, in un Paese che non considerava la danza cultura. Ho dovuto aspettare la legge sul divorzio per dividere due vite che andavano in direzioni diverse».
Non ha avuto figli.
«Non ho voluto figli senza un padre adeguato. Però ho avuto molti figli ideali. Raffaele Bianco è più di un figlio: è stato allievo, poi coreografo, e per il mio compleanno mi regala un nuovo balletto su Bartók, Cantata Profana: il Cervo Fatato».
Cosa conta di più per un giovane: talento o disciplina?
«Entrambe. Il talento o c’è o non c’è. La disciplina è la strada per farlo fiorire. Senza regole non si gioca neppure a nascondino».
È stata pioniera anche in tv.
«Dal ’49 ho lavorato in Rai. Moltissimo è andato perduto. Diciamo che ho creato sull’acqua».
Il segreto della longevità?
«Non seguo diete ma ho sempre mangiato poco perché mi viene naturale. A colazione mangio peperoni freschi su pane tostato con crema di formaggio, paprika e cumino. Non ho mai fumato, né bevuto. Ma soprattutto ho sempre guardato avanti».
Molti anziani rimpiangono il passato.
«Io no. Mi interessa il futuro. Sono curiosa. E poi ho attraversato totalitarismi, guerre, persecuzioni. Sono una combattente. Finché c’è qualcosa da fare, si fa».
Da dove viene il cognome Egri?
«Mio padre nacque Erbstein. Durante la guerra volle magiarizzare il cognome, non voleva portare un nome tedesco. Da allora siamo Egri».