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 2026  febbraio 18 Mercoledì calendario

Intervista a Valerio Staffelli

Valerio Staffelli racconta la sua storia, che ormai conta trent’anni da inviato di Striscia la notizia, fra radio, cinema, televisione e Tapiri memorabili. A quattordici anni era già davanti a un microfono, immerso nella musica degli studi di piccole radio locali. Intrattenere il pubblico era un istinto e quella passione lo spinse fino alle discoteche. Dopo il servizio militare Stafelùn – come lo chiama l’amico Fiorello – che aveva ben chiaro cosa avrebbe voluto fare da grande, iniziò a proporsi in varie agenzie e da lì arrivarono la chiamata di Rete 4, le gag con Diego Abatantuono, lavoretti di piccolo calibro ma intanto un piede era entrato nella porta dello showbusiness. «Quella con Diego è un’amicizia forte e con lui ho girato la prima situation comedy italiana, Diego 100%: per quattro mesi ho interpretato un personaggio in onda su una tv nazionale, Euro TV. Solo più tardi quando Diego, Paolo Rossi e Salvatores costituirono la Colorado Films fui coinvolto in Kamikazen – Ultima notte a Milano e Nirvana. Gli anni passavano e sulla mia strada arriva Umberto Smaila».
Smaila mischia di nuovo le carte del destino, giusto?
«Eh sì, nacque il suo locale, lo Smaila’s, le estati in Sardegna, la tv del pomeriggio, le serate che mi insegnarono cos’era il ritmo della televisione. Per un bel po’ ho continuato a darmi da fare finché arrivò Scherzi a Parte: il colloquio con Davide Parenti (il deus ex machina) fu pazzesco e da lì settanta scherzi in tre edizioni».
Intanto esordiva anche nella Nazionale Italiana Artisti TV?
«Giocavo con Lorenzo Beccati, la voce del Gabibbo, uno degli autori più importanti e determinanti per il successo di Striscia. La tv mi piaceva da morire, era quello che volevo fare e a forza di provini arrivarono I Guastafeste con Luca Barbareschi e Massimo Lopez e i viaggi in Italia a caccia di storie da ribalta».
Quando arriva la convocazione di Antonio Ricci?
«Era il 1996. Mi dice: “Vuoi fare l’inviato? Non ci pensare: ho un servizio per te”. Figuriamoci, come mi potevo sentire? Ricci? Striscia la notizia? Inviato? Ero al settimo cielo. Mi fiondai a Roma da Enzo Siciliano: era il presidente della Rai e non voleva farsi intervistare. Ricordo che corse in macchina per evitarmi e mi chiuse la mano nella portiera. Il patatrac. Mi misi a urlare, ma ormai le mie dita erano rosse come salsicce, ma ancora attaccate alla mano. Non sapevo come dirlo a Ricci. Siciliano non mi aveva risposto, anzi. Dissi ad Antonio come erano andate le cose ma ero certo che avrei ricevuto un rimbrotto o, alla peggio, che la mia carriera da inviato sarebbe finita lì. Al contrario, Ricci al telefono disse: “Come stai? Bene? Sei riuscito a riprendere tutto? Ci sono le immagini della mano nella portiera? Sì? Beh, allora benvenuto nella grande famiglia di Striscia"».
L’idea del Tapiro d’oro come nacque?
«Antonio ne aveva uno in ufficio che aveva preparato per il Gabibbo perché in Liguria, quando sei triste e con il muso lungo, si dice che sei attapirato; l’idea di consegnare quel “muso lungo” a chi, dai personaggi dello spettacolo, alla politica o altro, fosse immusonito per qualcosa fu vincente».
Ha consegnato oltre 1500 Tapiri e ogni volta un backstage, una storia, un rischio diverso.
«Con Mike Bongiorno fu durissima: stizzito, spaccò il Tapiro e il suo bodyguard la telecamera, ma Ricci disse: “Ti avevo detto di non farlo arrabbiare”. E io: “Fidati, le immagini fanno ridere ed entreranno nella storia di questo programma”. Ricci le vide e mi diede ragione».
Con Maradona come andò?
«Pura emozione: Palleggiammo di testa per qualche secondo. Per me fu come incontrare un alieno. Diego fu affettuoso e gentile».
Il Tapiro più difficile?
«Celentano: dieci giorni di appostamenti a Galbiate mascherati da fan, fra orari misteriosi e uscite imprevedibili. Quando finalmente arrivò, fu strepitoso e affettuoso. Il pubblico ama il Tapiro perché prima lo rifiuta, poi lo vuole, poi ne vuole altri: è un rito italiano».
Leader politici, calciatori, star: tutti allargano le braccia quando vedono arrivare il Tapiro d’oro. Come ha reagito alle aggressioni?
«Il naso rotto da Fabrizio Del Noce, il calcio nelle mie parti intime dai Sottotono, gli ospedali, i rischi... Le difficoltà non sono mancate eppure non ho mai pensato, nemmeno per un secondo, di mollare».
Il segreto?
«Non condannare mai: porre domande che insinuano dubbi, senza dare sentenze o colpire. Nel tempo ho fatto sempre più inchieste: ciò che mi spinge è dare voce a persone che nessuno ascolta».
Fare satira e giornalismo insieme è possibile?
«Sì, se si tiene saldo il rispetto per i fatti. Dal 1994 sono sposato con Matilde: la famiglia mi tiene a terra, mi dà equilibrio, mi ricorda cosa conta. I figli Riccardo e Rebecca sono adulti: Rebecca lavora nei media (tra le altre cose Grande Fratello e Radio R101). Nel nostro mondo – le dico sempre – servono equilibrio, educazione, versatilità».
Cosa direbbe al giovane Valerio alle prime armi?
«Vai, insisti, fidati ma soprattutto divertiti, perché il resto arriva. Ciò che mi rende veramente orgoglioso è la fiducia della gente: sentirmi parte delle storie che racconto».
Il futuro?
«Ora voglio godermi il Festival e prendermi una vacanza dopo mesi di duro lavoro. Striscia sperimenta, cambia fascia, tiene botta e noi ci reinventiamo. I miei esperimenti sociali hanno ottenuto milioni e milioni di visualizzazioni. Finché ci sono storie continuerò a inseguirle. Dopo tanti anni, la mia sfida è restare curioso. Non adagiarsi, non ripetersi. La cosa peggiore sarebbe diventare prevedibili».
È vero che molte intuizioni nascono dalla strada?
«Molti mi fermano mentre sono in moto per dirmi: Staffelli perché non vai a controllare questa cosa? Guarda che in questa periferia è un casino...La gente ti dà la misura di ciò che funziona davvero perché quando pensi di averle viste tutte arriva sempre qualcuno che ti sorprende».