la Repubblica, 18 febbraio 2026
Raf: “Torno a Sanremo con una canzone per mia moglie, sono uno degli ultimi romantici”
Sono passati 11 anni dal suo ultimo Sanremo, ma Raf è ancora uno degli ultimi romantici. Anche dopo 40 anni di carriera, 20 milioni di dischi venduti,due vittorie al Festivalbar, è rimasto quello di sempre. Ora e per sempre, la canzone che porterà all’Ariston per la sua quinta partecipazione al Festival, è una dedica a sua moglie Gabriella, sposata nel 1996 a Cuba: un matrimonio indistruttibile. In autunno uscirà il suo nuovo album di inediti, mentre il 16 luglio da Capurso (Ba) partirà il suo nuovo tour.
Nel frattempo, bentornato a Sanremo. Come è nata la canzone?
«Come un omaggio al mio matrimonio, quest’anno sono trent’anni. È il pezzo più autobiografico che io abbia mai scritto. L’idea è di mio figlio, poi mi ha detto “questa canzone devi prenderla tu, è adatta a te”. Mentre pensavo al testo mi è capitato di ritrovare un vecchio biglietto che risale alla cerimonia e che sarà la copertina del singolo».
Com’è la storia?
«Io e Gabriella (Labate, ndr) ci siamo sposati a Cuba, celebrava un prete canadese. Mi ha consegnato questo biglietto con la formula rituale. Non mi piaceva il finale: al posto di “finché morte non ci separi” preferivo “ora e per sempre”. Accettò: il biglietto con la correzione a penna fatta da me è ancora qui».
Com’è scrivere una canzone con il proprio figlio?
«Non è la prima volta, ma devo stare molto attento a come espongo le mie perplessità: con un amico posso dare giudizi più diretti. Ma è anche una grande soddisfazione».
Ha raccontato di aver sempre affrontato Sanremo con un certa ansia. Il ricordo migliore e il peggiore?
«Innanzi tutto l’ansia è migliorata. Anche se alle prove qualche brividino l’ho sentito...Il migliore è stato quello da ospite, fuori gara: lì me la sono goduta. Il peggiore è stato quello di Come una favola nel 2015: stavo molto male e dovevo abbandonare, la giuria di qualità ha valutato la performance e non la canzone. Avevo broncopolmonite e mononucleosi, un’ora prima di salire sul palco ero in ospedale a fare le flebo. Mi diedero tutti zero».
Se vince andrà all’Eurovision?
«Non vincerò mai, comunque se qualche collega decidesse di non andare avrà tutta la mia solidarietà. La verità è che un contesto che non fa per me, è un baraccone dove le canzoni contano poco, non andrei in ogni caso».
Ha scelto di duettare con i The Kolors perché dice che sembrano usciti dagli anni 80. Quel decennio ha lasciato qualche eredità?
«Ha reso tutto un po’ più leggero, meno ideologico: da allora non si è più obbligati a fare canzoni impegnate. Quello che è molto cambiato è che in quegli anni si aveva tempo a disposizione per fare dei dischi. Se si avevano buone idee, l’attitudine diluita nel tempo faceva sì che gli album contenessero canzoni qualitativamente migliori».
A proposito di giudizi severi: lei veniva dalla new wave, ha confessato di essersi un pò vergognato dopo il successo di “Self control”. Oggi è tranquillo?
«Io mi sono sempre sentito un po’ fuori posto, figuriamoci negli anni in cui passare dal rock alla dance era un tradimento. La mia generazione è cresciuta non con l’idea di fare musica per soldi e successo, ma per stare bene. A volte mi sono lasciato convincere a fare cose a cui non ero preparato. Sono rimasto molto timido, ma oggi per fortuna quella sensazione di essere fuori posto è quasi inesistente».
Con i Cafè Caracas, in cui militava anche Ghigo Renzulli, futuro chitarrista dei Litfiba, aprì il concerto di Bologna dei Clash nel 1980. Fu un trauma.
«Ci tirarono di tutto e i tecnici dei Clash si divertivano a spegnerci le casse spie, non sentivamo niente. Eravamo talmente tesi che alla fine del concerto Ghigo scoppiò a piangere. Però i Clash furono gentilissimi».
Ha frequentato tanti colleghi. Quali sono stati gli incontri che ricorda con più affetto?
«A parte Tozzi, con cui c’è un’amicizia profonda, ricordo soprattutto Pino Daniele e Franco Califano. Con Pino abitavamo vicini, qualche volta mi è venuto a suonare di mattina presto per andare in bici. Di Califano seppi da un amico comune che era un mio ammiratore: diventammo amicissimi. Volevamo fare qualcosa insieme ma lui era già malato. Mi regalò un suo taccuino di appunti, che conservo ancora».