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 2026  febbraio 18 Mercoledì calendario

Giovanni Lindo Ferretti: “Ero un punk blasfemo adesso scrivo preghiere”

C’è un momento, nella tarda primavera del 2022, in cui Giovanni Lindo Ferretti crede di aver chiuso i conti con il mondo. Settant’anni alle spalle, i cavalli invecchiati che non possono più essere cavalcati, la casa sull’Appennino tosco-emiliano come rifugio. Un libro Ora (nella nuova versione si è aggiunto -et labora, poi capiremo il perché), sottotitolo: Difendi conserva prega doveva essere l’ultimo atto. La testimonianza di chi ha smesso di interessarsi “al racconto che il mondo fa di sé tra vacuità e tornaconti da poco”. E invece no. Come è nato questo libro?
«Era nato molto tempo fa quando avevo pensato di sparire per sempre dalla scena pubblica e dal palco. Avevo pensato di farlo per me e mi ero organizzato per stamparne 100 copie per gli amici, quando un mio caro amico di Reggio mi ha detto: “Senti l’editore Aliberti mi ha chiesto se ti andrebbe di scrivere un libro sulle tue preghiere”. In pratica mi chiedeva di fare il libro che io stavo scrivendo per me stesso, quindi ho detto sì. È uscito nel 2022, solo che, al contrario delle mie aspettative, poi è successo di tutto: dalla ricostituzione dei CCCP fino a quella che abbiamo appena annunciato dei CSI. Aliberti lo voleva ristampare ma a questo punto era necessario aggiungere due capitoli: uno iniziale e uno finale per spiegare questi ultimi eventi, così il titolo è diventato Ora et labora perché non faccio altro che andare in giro a fare concerti».
Infatti adesso, in attesa dei concerti dei CSI c’è un tour da solo.
«Il libro riesce anche perché è l’ossatura su cui è costruito il nuovo spettacolo. Si intitola Percuotendo. In cadenza e doveva essere un unicum per un evento organizzato a Vicenza dal Teatro delle albe di Ermanna Montanari e invece era venuto così bene che lo abbiamo rimesso in piedi».
Il sottotitolo è “Difendi conserva prega”. Può spiegare che cosa significa?
«Un mio amico dei tempi di Lotta Continua ai tempi mi fece avere questa strana poesia in cui Pasolini si rivolgeva a un giovane fascista. Questa poesia mi colpì moltissimo. Non ti so dire in quale raccolta sia (si tratta di una poesia in friulano dal titolo Saluto e augurio, inizia così: “È quasi sicuro che questa/ è la mia ultima poesia in friulano/ e voglio parlare a un fascista,/ prima che io, o lui, siamo troppo lontani./ È un fascista giovane,/ avrà ventuno, ventidue anni”, ndr). Sono tre imperativi ma “difendi” e “conserva” vanno coniugati, nel senso che dipende: conserva che cosa? difendi chi? perché? Invece “prega” è un imperativo assoluto, cioè si deve pregare e basta».
Ha sempre pregato?
«Da bambino pregavo, poi ho smesso, anzi sono diventato un bestemmiatore. Poi, senza volerlo, ho ricominciato. Ero ancora nei CCCP e mi è nata in testa “Madre”, una canzone che è una preghiera a tutti gli effetti».
Cosa significa per lei “difendi”?
«È la difesa di questo mondo che abbiamo visto scomparire. La difesa del mondo arcaico, contadino, paesano. Ho riletto un’altra cosa di Pasolini in questi giorni, per caso, dove parla del suo primo viaggio a Mosca come reporter di Vie Nuove al tempo di Krusciov. Il suo articolo dice che Mosca è come la Balduina: di come per grazia, per una casualità imprevedibile, la rivoluzione abbia salvato proprio quell’animo contadino, che doveva distruggere, e che lui rivede fiorire a Mosca. Raccontava che la sera attorno al Cremlino, i giardinetti che non erano neanche illuminati, si riempivano di migliaia e migliaia di giovani. Attraversando queste migliaia di persone che sono insieme a piccoli gruppi, lui si sente come in un qualsiasi paese del Friuli o in un qualsiasi quartiere di Roma. È l’infanzia di un mondo che sta finendo: “difendi” e “conserva” sono legati a questo. Pasolini è molto controverso, spigoloso: è un grande poeta e i grandi poeti non sono riducibili a qualcosa di lineare. Suscita disgusto, nervosismo, rabbia, ma è una voce di cui non si può fare a meno».
A un certo punto si parla della trascrizione in latino delle preghiere dai libri della nonna Maddalena...
«Sì, perché quando ho scritto le preghiere, i miei amici intellettuali mi hanno fatto notare tutta una serie di errori. Allora io ho dovuto spiegare loro che questo non è un latino accademico, è un latino ecclesiale, quindi di per sé già molto deteriorato che poi trova la sua origine nei testi devozionali della seconda metà dell’Ottocento».
Preferirebbe la messa in latino?
«Sì, molto. Perché ci sono delle virtù.
Si dice: la messa in latino non è comprensibile. Però in realtà è come un cedere a un mistero che ti sovrasta. La dimensione della Messa è il fondamento della cristianità, del cattolicesimo. Avere una lingua sacra che è il latino permette di parlare a tutti i credenti del mondo... Poi tutte quelle che sono le prediche, le letture, è giusto che siano nelle lingue che tutti quanti noi parliamo. Però la messa è la celebrazione di un sacrificio e di un mistero. Io quindi preferisco le modalità in cui si è concretizzata nei secoli. Benedetto con un motu proprio l’aveva resa di nuovo possibile».
Nel libro si parla del 25 aprile.
«Ognuno di noi è figlio di una storia. Io non reputo che la mia storia sia la storia dei giusti. Parlo di un partigiano cattolico che è stato ucciso qualche giorno prima del 25 aprile ed è stato ucciso non dai tedeschi, dai fascisti, ma dai partigiani comunisti. Il 25 aprile per me rimane un giorno di festa. Solo che io da giovane lo festeggiavo in piazza con le bandiere rosse. Oggi la mia immagine è diventata più complessa e contempla anche una quota di dolore che un tempo per me non era immaginabile».
Una cosa non ha spiegato: perché è ricominciato tutto?
«Perché non lo so spiegare: è successo. Tutto va contro questa cosa: l’età, il buon senso... Morirò in concerto? Va bene, morirò. Nel 2024 sono salito sul palco a Bologna a 71 anni e mi sono rimesso a cantare. Pochi giorni prima avevo avuto un infarto a Venezia mentre ero lì per un incontro. Un segno, perché se mi fosse successo a Cerreto, nella mia stalla non so come sarebbe andata. Mi ha salvato Pietrangelo Buttafuoco».
Davvero?
«Mi era già successo a casa. Mi ero sdraiato nella stalla, a guardare il soffitto e dopo un po’ mi era passato. Quando Buttafuoco mi ha visto, appena sceso dal vaporetto ha detto subito: “Ferretti lei è molto pallido: non si sente bene?”. E io: “Magari mi sdraio un attimo”. E lui: “No, adesso andiamo all’ospedale”. Mi hanno operato subito, poi mi hanno detto che se non fossi stato vicino a un luogo attrezzato non me la sarei cavata. Era così bello stare all’ospedale di Venezia! Entrava una luce meravigliosa e c’era una finestra da cui potevi vedere tutta la sua bellezza…».