corriere.it, 18 febbraio 2026
Milano Rogoredo, i drogati sui binari. E l’Alta Velocità rallenta.
A fine gennaio la circolazione ferroviaria alla stazione di Milano Rogoredo ha subito forti rallentamenti per tre ore e mezza. Non per maltempo o guasti: la causa è stata la presenza di persone lungo i binari in direzione sud. Una criticità che è diventata parte di una routine che di normale non ha nulla e che si consuma ogni giorno sotto gli occhi di chi lavora sui treni: uomini e donne di ogni età che attraversano la linea ferroviaria verso San Giuliano Milanese per raggiungere quello che, tra le rotaie e la massicciata, è il più grande mercato della droga a cielo aperto della zona. A Rogoredo il traffico ferroviario, con oltre mille treni al giorno tra Alta velocità, regionali e suburbani, incrocia quello della disperazione.
L’accesso ai binari è estremamente semplice: basta superare un varco in via Sant’Arialdo. Tutti i giorni, a ogni ora, si vedono decine di disperati che si lasciano alle spalle la stazione e il quartiere Santa Giulia, dove sorge l’Arena, uno dei simboli delle Olimpiadi invernali in corso. In processione, uno dietro l’altro, si dirigono verso gli spacciatori che si nascondono sotto i ponti, vicino alle cabine elettriche sul lato della tangenziale o lungo la linea in direzione sud. Per i ferrovieri dell’Alta velocità la loro presenza è diventata una costante. E così ogni turno inizia con la stessa consapevolezza: osservare, segnalare e sperare che non succeda nulla.
«Quando passo dal binario 8 sono preoccupato – racconta un macchinista —. In una ventina di secondi, dopo aver lasciato Rogoredo, incroci già le prime persone sui binari. Li vedi muoversi, a volte barcollare. Sai bene che può bastare un attimo». Le procedure di Rfi sono ormai automatiche. La circolazione viene protetta con convogli di controllo e limitazioni di velocità. È la cosiddetta «marcia a vista»: 30 chilometri orari per individuare la presenza di estranei sulla linea. Un sacrificio operativo che pesa sulla puntualità, ma che tutti considerano inevitabile. «Le segnalazioni dai convogli dovrebbero partire ogni giorno – spiega un altro macchinista con diversi anni di esperienza sull’Alta velocità —. Se applicassimo tutto alla lettera, fermeremmo davvero il Paese, ma a volte chiudiamo gli occhi. Perché? I ritardi sono un grosso problema anche per noi costretti a restare alla guida e senza possibilità di avere un cambio. Dal 2009 molti treni viaggiano con un solo agente di condotta: cinque ore consecutive alla guida, con la responsabilità totale di ciò che accade».
Quello che succede lungo i binari tra Rogoredo e San Giuliano ha un impatto umano e psicologico sui macchinisti. Tra di loro c’è una domanda che nessuno vorrebbe affrontare, ma che ritorna spesso: cosa si prova quando si investe qualcuno? La risposta è senza retorica: «Senti come rami che si spezzano», racconta un macchinista che ha più volte parlato con Simone Feder, psicologo e attivista nell’area di Rogoredo.
Nelle testimonianze dei ferrovieri non c’è rabbia verso queste persone. Piuttosto un senso di tragedia condivisa. «Li chiamiamo tossici, suicidi, disperati – dice il ferroviere —. Ma sono poveri cristi. Quando succede, il peso ricade anche su chi resta al posto di comando. E il giorno dopo si riparte. Stessa tratta, stessi rallentamenti. Stessa preghiera silenziosa: che oggi, almeno oggi, non tocchi a nessuno».