Corriere della Sera, 18 febbraio 2026
Scuse del Giappone ai «figli imperfetti»
«Mi dispiace moltissimo. Non deve accadere mai più». Forse non hanno avuto tutto il rilievo che meritavano le parole dette giorni fa dalla giapponese Sanae Takaichi, la prima donna a ricoprire la carica di Primo Ministro nel grande arcipelago nipponico, parlando finalmente con chiarezza di un tema a lungo rimosso nel Paese. Quello delle Yūsei Hogo Hō, le leggi eugenetiche del luglio 1948 che nella scia delle precedenti norme per la selezione della razza del 1940 e dell’ancora più antica e secolare pratica del Mabiki, la «potatura» dei neonati, furono abolite soltanto nel 1996. Quasi mezzo secolo dopo il processo di Norimberga ai teorici e agli esecutori dell’eugenetica nazista. E solo per l’imbarazzo provato da Tokio davanti alle proteste in piazza di disabili sulle sedie a rotelle scampati allo «sfoltimento» teorizzato con l’obiettivo di «prevenire la nascita di discendenti inferiori dal punto di vista eugenetico e al contempo proteggere vita e salute della madre».
Sia chiaro, il progressivo distacco dagli orrori del passato, avvenuti nella scia dei crimini più infami compiuti dai medici nipponici e raccontati dallo storico Daniel Barenblatt nel raccapricciante reportage I medici del Sol Levante, va avanti da anni. Basti ricordare che la Corte Suprema giapponese, a metà 2024, dichiarò incostituzionale il quadro che aveva permesso queste sterilizzazioni e dispose finalmente dei risarcimenti alle vittime sopravvissute e ai loro eredi. Sentenza seguita da una definizione delle procedure d’indennizzo.
Sanae Takaichi però, ribadita «la responsabilità del governo estremamente grave per aver applicato la vecchia legge eugenetica» e rinnovate «le più sincere scuse a», pare aver deciso di accelerare. Togliendo un peso dal cuore a quanti per anni non sono riusciti a capacitarsi di come una società così evoluta e colta e civile non avesse ancora fatto fino in fondo i conti col suo passato. Segnato, tra l’altro, dalle migliaia e migliaia di statuine di «Jizo» sparse per i boschi e le campagne e le coste giapponesi a ricordare i «bambini vaganti». Quelli che nel corso dei secoli morirono piccolissimi perché malati, abortiti o soppressi dai genitori dopo la scoperta che non erano «perfetti». Sul tema c’è un racconto struggente di uno dei massimi scrittori giapponesi, Natzume Soseki in Dieci notti di sogni. Leggerlo toglie il respiro. E aiuta a capire molte cose di una cultura grande e complessa.