Corriere della Sera, 18 febbraio 2026
Intervista a Fabrizio Russo
Il mestiere di Fabrizio Russo è quello di mettersi nei pennelli altrui. È un mercante d’arte, nato in una famiglia che aprì la prima Galleria nel 1898. Sono passati tutti da loro: Casorati e Carrà, Severini e Sironi, Balla e de Chirico, Mafai e Fausto Pirandello, figlio di Luigi, il drammaturgo. Fabrizio, nato a Roma 63 anni fa, ha una antica passione per il Futurismo e per lui ogni artista di quel movimento «è un universo a sé». Ai vernissage della Galleria Russo, che a Roma ha avuto tante sedi ma tutte gravitanti attorno a piazza di Spagna, andavano presidenti del Consiglio e capi di Stato.
Mercante in genere si dice con disprezzo.
«A me piace. In molti si definiscono dealer, che fa più figo. Sono un artigiano del mercato dell’arte, o se vuole un ricercatore di capolavori».
Come entrò nel mondo dell’arte?
«Avevo 21 anni, era il 1984, studiavo Legge senza avere le idee chiare sul mio futuro. Mio padre mi disse: vieni a lavorare in galleria. Mi ha insegnato il rigore e l’etica, mi ha formato ma è stato anche feroce. Ricordo con dolore ancora oggi che i clienti si mettevano davanti a me perché non potessi parlare, solo ascoltare. Nel 2003, dopo di lui, assunsi la direzione della galleria».
Lei, che impronta ha dato?
«Ho lavorato nel segno della continuità, quindi il ‘900 italiano, specializzandomi fino al 1940».
Il colpo di genio?
«A Bologna mi chiesero il programma parecchio tempo prima di una Fiera. Obiettai: se dico che ti porto un quadro ma nel frattempo lo vendo, come faccio? Riuscii rapidamente a mettere insieme 40 capolavori della collezione di Margherita Sarfatti, l’amante di Mussolini che poi fu messa da parte, sull’arte in Italia tra le due guerre. Ci furono 8 mila visitatori in tre settimane».
L’abbaglio?
«Essermi fidato di persone che mi hanno tradito, pittori o critici che mi hanno strumentalizzato, a cui avevo dato fiducia e affetto. Ma ho la fortuna di essere cresciuto accanto a grandi famiglie di artisti, come quella di Gino Severini».
Truffatori ci sono?
«Fanno le banconote false, figuriamoci un quadro. Io ho pubblicato il vademecum per un acquisto sicuro».
Lo spieghi.
«La galleria deve apporre sul retro della tela il suo timbro, e rilasciare un documento che riporti l’immagine e la relativa scheda scientifica dell’opera, così come l’autentica dell’archivio di riferimento. Poi se l’opera è stata eseguita su carta la firma va apposta a matita sul supporto e non su cartoni dedicati al completamento della cornice, e via dicendo».
I critici d’arte sono così potenti?
«Dividerei la categoria tra critici e storici. I primi tranne rare eccezioni sono tanti, forse troppi e stanno perdendo presa; basta chiedere all’Intelligenza artificiale l’introduzione critica di un giovane contemporaneo... Gli storici sono fondamentali per la ricerca e l’ombrello protettivo che deve essere riconosciuto dal mercato, mi riferisco agli archivi da loro curati. Il più visionario è stato Maurizio Fagiolo dell’Arco, oggi citerei Fabio Benzi».
Scrivono sempre prefazioni in un italiano incomprensibile?
«Non per le nostre mostre. L’importante è non spiegare il significato di un’opera: è l’incanto del momento, il rapimento emotivo che deve imporsi, e dura due secondi, un battito di ciglia. Se invece torni su un quadro, qualcosa non va».
Sgarbi o Bonito Oliva?
«Col secondo mai avuto rapporti. A Sgarbi sono umanamente legato, ha avuto un grande occhio, sono dispiaciuto per ciò che sta vivendo».
Il film «L’artista» descrive il suo mondo come una nicchia autoreferenziale, snob, frivola e narcisista dove si pensa più alle tartine che ai quadri, sui quali la gente sorvola con occhio distratto, mentre i critici posano lo sguardo fugace vestendo maglioni a collo alto da esistenzialisti francesi.
«A volte può essere così, ma non necessariamente. Mi sembra una visione estrema. C’è anche tanta passione e competenza».
Chi sono i vostri colleghi?
«In passato la Nuova Pesa di Simona Marchini che faceva Quelli della notte con Renzo Arbore in tv, beh loro hanno tenuto alto il livello della selezione e curavano più astrattismo, noi la figurazione. Oggi lo Scudo di Verona».
È difficile lasciare andare un quadro?
«Certo che dispiace, ma io antepongo l’impresa all’opera, sapendo che in ogni momento potrò temporaneamente riaverla per una mostra. La prossima, il 20, sarà dedicata a Gino Severini».
Possedere un quadro è uno status symbol?
«Lo è fin dalle corti del ‘400 che si circondavano di artisti. Non lo trovo disdicevole. Il valore di un quadro contemporaneo può andare da 5 mila euro a 1 milione e mezzo».
I clienti chi sono?
«Fondazioni, istituzioni pubbliche, molti sono collezionisti privati».
C’è chi nota la firma e poi il quadro?
«Eccome. E non sono grandi collezionisti. Sironi il 90 per cento delle sue opere non le firmava, ritenendo che le avrebbe rovinate».
La discrezionalità del mercato è ampia?
«Da 15 anni i mezzi digitali forniscono informazioni approfondite che danno un range di valore effettivo e reale. Tanto più quando il soggetto è tipico dell’artista, Morandi è famoso per le nature morte, meno per i paesaggi, ancora meno per i ritratti».
In che modo è cambiato il mercato?
«In passato l’acquisto era un approdo culturale, oggi un collezionista lo interpreta come un investimento, e non c’è niente di più sbagliato, la prospettiva del mercimonio è un errore clamoroso».
In galleria il rapporto è diverso?
«Beh, c’è un rapporto umano. La mia famiglia lo ha avuto con tanti artisti, a cominciare da de Chirico che abbiamo avuto in esclusiva per vent’anni; ogni mattina veniva in galleria e raccontava la barzelletta del giorno, che inventava lì per lì. Purtroppo due canali di vendita si stanno sempre più imponendo: le Fiere e le Case d’asta, in Italia le portarono la famiglia Russo negli Anni ‘50».
Chi cominciò l’attività nella sua famiglia?
«Mio bisnonno Pasquale Addeo, personaggio gioviale nato in provincia di Napoli, venne a Roma per diventare notaio solo che frequentava sempre la Galleria Borghese, il direttore si incuriosì volle conoscerlo, diventarono amici. Da lì iniziò tutto».
Cosa andrebbe abolito oggi nel mercato dell’arte?
«La velocità. Nelle Fiere si vedono opere di cento Gallerie, nelle Case d’asta l’emozione dell’acquisto dura il tempo di un’alzata di dito».
Che qualità deve avere il banditore d’asta?
«Deve avere un’energia intrinseca e trasmetterla. È una figura che sta tramontando, l’80 percento delle vendite si fa online o al telefono. E tutto spersonalizzato».
Il ‘900 italiano è riconosciuto nel mondo?
«Sì, nella misura in cui i capolavori riescono a uscire dal nostro territorio. Il problema nasce col fascismo. Mussolini prese l’abitudine di regalare quadri a Göring e Hitler. Così il ministro Bottai nel 1939, per arginarlo, promosse la normativa, tuttora vigente, secondo cui le opere di un grande artista, del quale i musei sono sprovvisti, alla richiesta di libera circolazione devono essere notificate dallo Stato italiano e acquisite».
Cosa pensa del caso dei quadri della famiglia Agnelli non dichiarati all’estero?
«C’è stata una sovrastima. Ma non abbiamo parlato degli archivi».
Prego.
«La normativa prevede che l’opera debba essere accompagnata dall’autentica dell’archivio di riferimento, collegato agli eredi. Esistono delle regole che noi in un’ottica di formazione del collezionista stampiamo nei cataloghi, una sorta di vademecum. Oggi abbiamo problematiche scaturite da situazioni opache che hanno aperto una falla».
Cosa serve?
«Servono norme più stringenti, d’intesa con il Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, i nostri angeli custodi, che controllino tutto ciò che viene archiviato».
Un giovane di valore?
«Sergio Fermariello, che lavora sul solco di Fontana e Capogrossi. Tutti gli artisti veri prendono il testimone da chi li ha preceduti».
Che tipi sono i pittori?
«Meravigliosamente e perdutamente egocentrici, hanno un concetto altissimo del proprio lavoro. Giusto così».
Ha un colore preferito?
«Il blu Klein. Intenso, avvolgente. Come il mio mestiere».