Corriere della Sera, 18 febbraio 2026
Sì da 27 Paesi (solo due dell’Ue) e Donald con il veto su tutto. Ecco la struttura del Consiglio
A Washington manda questa volta il suo ministro degli Esteri perché in tempi di campagna elettorale è meglio non farsi fotografare a stringere la mano all’inviato turco o a quello del Qatar. Benjamin Netanyahu rinuncia così a rivedere Donald Trump – sarebbero arrivati all’ottavo incontro in tredici mesi – e al vertice di domani si presenta Gideon Sa’ar. Eppure è stato Bibi ad apporre la firma sotto la lettera di adesione al Consiglio di Pace, la mano quasi forzata dal presidente americano che non avrebbe accettato un rifiuto.
I Paesi
Oltre a Israele, ventisei nazioni hanno per ora accettato di entrare a far parte del «Board» come Stati fondatori. Tra loro, la Turchia, il Qatar, la Giordania, l’Arabia Saudita, l’Indonesia, gli Emirati Arabi, l’Argentina. Unici europei: la Bulgaria (in attesa però della ratifica parlamentare) e l’Ungheria. L’Italia partecipa come osservatore. L’opposizione di Netanyahu alla presenza di turchi e qatarini – li ha accusati di essere «sponsor del terrorismo» – non ha fermato Trump che li considera alleati nella regione.
La struttura
È piramidale con al vertice il faraone Donald che da presidente del «Board» si è garantito poteri quasi assoluti: solo lui può invitare un membro, ha diritto di veto su tutte le decisioni e anche «di creare, modificare o dissolvere gli organismi subordinati». Che sono: il Comitato esecutivo di cui fanno parte tra gli altri Marco Rubio, il segretario di Stato americano; Tony Blair, ex premier britannico ed ex inviato del Quartetto per il Medio Oriente; Jared Kushner, consigliere e genero di Trump; Steve Witkoff, negoziatore di fiducia del presidente. Sul campo, quindi a Gaza, si muoverà il bulgaro Nickolay Mladenov, già coordinatore delle Nazioni Unite per il processo di pace, che sarà il legame tra il Comitato esecutivo a trazione americano-occidentale, un più allargato Comitato esecutivo per Gaza e il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, guidato da Ali Sha’at, che è stato ministro dell’Autorità a Ramallah.
L’ambizione
È lui, con una squadra di tecnocrati palestinesi, che dovrà gestire i 363 chilometri quadrati in questa fase di transizione.
Se questa missione non fosse abbastanza complessa, l’ambizione di Trump vede nel Consiglio «un potenziale illimitato» ovvero esteso al resto del mondo in concorrenza con le Nazioni Unite.
Trump ha annunciato che gli invitati hanno già promesso «cinque miliardi di dollari»: 1,25 miliardi a testa dovrebbero arrivare da Emirati, Qatar, Kuwait e gli Stati Uniti garantirebbero altrettanto.
I conti ancora non tornano: l’Unione europea e la Banca Mondiale calcolano che per ricostruire il territorio devastato da due anni di guerra serviranno almeno 50 miliardi di dollari. L’80 per cento degli edifici è danneggiato, le macerie nascondono ordigni inesplosi e materiali tossici. Oltre due milioni di palestinesi vivono ammassati in campi tendati e tra le rovine.
La forza multinazionale
Trump prevede di schierare soldati internazionali per stabilizzare Gaza, per ora solo l’Indonesia è pronta a inviare 8.000 militari. Le truppe israeliane restano dispiegate in oltre metà della Striscia e Netanyahu non è disposto a ritirarle fino a quando il territorio non sarà smilitarizzato. La forza multinazionale si muoverebbe in aree volatili: nonostante il cessate il fuoco, gli scontri e i bombardamenti sono quotidiani. Soprattutto dovrebbe disarmare Hamas. Gli americani potrebbero accettare che l’organizzazione tenga i fucili mitragliatori e consegni gli armamenti con cui può colpire Israele, mentre il premier israeliano considera anche i kalashnikov e la parte di tunnel non ancora smantellata come minacce.