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 2026  febbraio 18 Mercoledì calendario

Il senso di un successo e il peso del passato

Perché Giorgia Meloni non è finora riuscita a pensare fino in fondo il senso del suo successo, la sua vera portata, che cosa esso ha significato? Per far capire che cosa intendo devo fare un salto all’indietro, agli anni Settanta del secolo scorso. Quando come tanti italiani della mia generazione conobbi alcuni coetanei che militavano nel Movimento sociale o ne erano appena usciti in polemica con i suoi dirigenti. Incontrati all’università o in quel mondo di dibattiti, di lavoro politico culturale in embrione, di rivistine nate moribonde, che allora era quello di non pochi di sinistra ma anche di qualcuno di destra.
Sono convinto che nessuno di quei giovani si sarebbe mai sognato d’impedire a un avversario di parlare o di manifestare le proprie idee, mai avrebbero chiuso un giornale o una libreria sgraditi, mai si sarebbero messi in dieci contro uno a spaccare la testa a chi non la pensava come loro. C’erano altri che però lo facevano, lo so bene: ma non avveniva forse la stessa cosa dall’altra parte? La verità è che soffiava allora sull’Italia un turbine di crudeltà e di violenza che veniva da lontano e al quale molti, da entrambe le parti, non seppero o non vollero resistere: finché finalmente la Repubblica non decise di fare i conti con gli uni e con gli altri.
Ora, per quello che so e che posso immaginare, io mi figuro che seppure sia comparsa sulla scena assai più tardi, Giorgia Meloni non dovette respirare un’atmosfera troppo diversa, maturare pensieri e sentimenti troppo lontani dai pensieri e dai sentimenti di quei giovani nelle cui parole non c’era alcun desiderio di manganello e di tirannide. Ed è per questo che sono convinto che sotto la sua guida l’Italia non corre alcun pericolo di diventare un regime poliziesco e di assistere alla fine dello Stato di diritto.
Nei giovani di cui sto parlando e nei loro discorsi c’era però anche dell’altro oltre quanto ho detto: c’era un’irritazione esasperata, un’asprezza di toni e di giudizi verso il potere nel mondo circostante – nel caso specifico verso il mondo degli studi, dell’università, dei media. Si sentiva in loro, insomma, il risentimento amaro degli esclusi, di quelli che sapevano di essere destinati per chissà quanto tempo, forse per sempre, a restare fuori dell’uscio. Ciò che in quegli anni – lo confesso – a me sembrava giusto. Oggi, invece, mi sento di dire solamente che era inevitabile: la storia non è acqua, perlopiù è un fiume di sangue anzi. Viene però comunque un momento in cui il passato deve passare, un momento in cui ai vivi – ma nelle contese civili ai vincitori – spetta di seppellire i morti. Sono loro, infatti, che proprio perché hanno vinto possono e devono chiudere la partita proclamando la fine delle ostilità e la pace con i nemici di ieri.
Da noi, in realtà, all’inizio i vincitori ci provarono. Con l’amnistia e la Costituzione i cattolici e le sinistre, infatti, iniziarono coraggiosamente a seppellire il passato. Ma, appena iniziata la nuova vita politica, il Partito comunista si accorse immediatamente che la sola carta di legittimazione democratica che esso possedeva era quella dell’antifascismo: e prese a giocarla con la massima spregiudicatezza. Sicché per decenni tutti i suoi avversari furono destinati a divenire prima o poi una potenziale reincarnazione del fascismo: dal governo della Democrazia cristiana di De Gasperi, ribattezzato «regime clerico-fascista», a Bettino Craxi, subito additato come «un pericolo per la democrazia». La sinistra della seconda Repubblica non è stata capace di cambiare strada. Credo per una ragione: perché in ottant’anni di storia repubblicana la sinistra da sola, cioè senza ricorrere a patrocini di altri o ad alleanze varie e spurie, non ha mai ottenuto un’autentica vittoria elettorale con un programma realistico e fattibile. Nell’intima insicurezza che per lei ne è derivata il ricorso all’antifascismo è divenuto la droga che la libera dalla fatica di pensare a come porre rimedio a questo suo limite storico, unico in tutta la storia dell’Europa occidentale. È come se la sinistra, insomma, sapesse dentro di sé di non essere sufficientemente forte da dichiarare la fine delle ostilità antifasciste: proprio perché, come ho detto, solo i vincitori possono chiudere la partita seppellendo il passato.
E invece a vincere tre anni fa – e a vincere indiscutibilmente – è stata la destra guidata da Giorgia Meloni. Grazie a un tale successo si è aperta nella vicenda italiana un’eventualità inaspettata, un singolare rovesciamento di quanto avrebbe dovuto essere. E cioè che dopo ottant’anni, il seppellimento del passato italiano, potesse finalmente avvenire ma ad opera non già dei vincitori storici di ieri bensì, paradossalmente, dei vinti. I quali, giunti ora al governo della Repubblica avevano, essi, l’occasione di sancire la fine delle ostilità.
Non sembra proprio, però, che Giorgia Meloni abbia mai pensato alla sua vittoria in questi termini, che sia mai riuscita a mettere a fuoco la straordinaria occasione che le circostanze le offrivano. Lo testimonia il tono così frequentemente aggressivo e spesso sarcastico del suo parlare, il fastidio che sembra provare ogni volta che si trova a rivolgersi agli avversari. L’indifferenza nei confronti di ogni occasione di dialogo. E da ultimo, ma non meno importante, il contenuto delle sue parole. Nelle quali non è stato dato mai di ascoltare un discorso che cercasse di collocare il fatto così nuovo del suo governo all’interno della vicenda storica della Repubblica o in quella più ampia e drammatica della Nazione. Così come del resto neppure l’abbiamo mai sentita provare a ripensare la vicenda della sua stessa parte, provare a fare i conti con i tanti nodi di questa, potendo tra l’altro fare oggi tutto questo dalla comoda posizione di chi ha vinto. Nelle sue parole invece sembra di sentire echeggiare ancora quell’antico risentimento amaro degli esclusi di cui dicevo sopra e l’aspro desiderio di recriminare che gli fa seguito: alla fine una malcelata soddisfazione per la vendetta ottenuta.
È un peccato. Perché all’Italia, nei difficili tempi che corrono, serve più che mai un vero capo politico; e per la sua stoffa e il suo temperamento non sembra esserci altri che Giorgia Meloni in grado di incarnare una simile figura. Ma nelle democrazie i veri capi politici uniscono non dividono, sanno interpretare la storia del proprio Paese non la subiscono, sono consapevoli che per assicurare il futuro dei vivi bisogna dare sepoltura ai morti.