Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 17 Martedì calendario

Nordio in playback

Dopo aver dato dei “paramafiosi” a Falcone (fondatore di una corrente), a Borsellino (esponente di un’altra) e agli altri 24 magistrati ammazzati dai terroristi e dai mafiosi (quasi tutti iscritti all’Anm e/o alle sue correnti), ma anche a Mattarella (presidente del Csm correntizio e dunque “paramafioso”), il cosiddetto ministro della Giustizia Carlo Nordio dice di aver citato una vecchia frase del pm Nino Di Matteo (che non parlava solo delle correnti togate, ma anche dei maneggi dei laici, cioè dei politici, che la schiforma continua a far scegliere dai partiti col sorteggio-truffa). E minaccia: “Ho altre frasi anche peggiori. Ogni giorno ne tirerò fuori una. Possiamo andare avanti fino al referendum”. Quindi, ora che per fortuna è passato da Gelli a Di Matteo, ne declamerà a puntate la requisitoria sulla trattativa Stato-mafia e chiederà di condannare Mori, De Donno, Dell’Utri&C., inopinatamente assolti in appello e in Cassazione. Chi canta in playback è perché non ha voce: chi parla in playback è perché non ha pensieri e deve farsi doppiare da altri. Oppure il neurone che gli ronza in testa si sente solo e secerne pensieri che è meglio lasciare lì dentro.
Immaginate che guaio per Nordio se, anziché Di Matteo, citasse se stesso. Lui che era così contrario a separare le carriere da fare prima il giudice di tribunale, poi il giudice istruttore, infine pm e ora vuole vietarlo agli altri. Nel 1992 e nel ’94 firmò due volte un appello con centinaia di pm dell’Anm paramafiosa “contrari alla divisione delle carriere dei magistrati requirenti e giudicanti” perché “l’indipendenza del pm dall’esecutivo e l’unicità della magistratura ha rappresentato in concreto una garanzia per l’affermazione della legalità e la tutela dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge” e “la possibilità di passare dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa è… un’occasione di arricchimento professionale e ha consentito al pm italiano di mantenersi radicato nella cultura della giurisdizione”, dunque “il nostro impegno potrà continuare nelle attuali funzioni solo se sarà ancora riconosciuta… al pm la funzione di effettiva difesa della legalità”. Ancora nel 2010 Carletto Mezzolitro, in un libro scritto con l’avvocato Giuliano Pisapia, In attesa di giustizia (ed. Guerini), ridicolizzò la separazione delle carriere come “un problema secondario che non merita di invelenire ulteriormente i rapporti tra Parlamento, avvocati e magistrati” perché “l’urgenza più immediata è ridare alla giustizia un minimo di efficienza… e la separazione delle carriere non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con il funzionamento celere e incisivo della macchina giudiziaria”. Sfido io che si fa scrivere i testi da Di Matteo. Il quale, fra l’altro, è praticamente astemio.