La Stampa, 17 febbraio 2026
Tredici Pietro: "Papà Morandi scusa ma se vado al Festival è grazie a Renga"
C’è un ragazzo che cade e si rialza, e nel farlo trova la sua voce. A Sanremo quel ragazzo arriva con un nome che sembra un numero, ma pesa: Tredici Pietro. Dopo club pieni e collaborazioni importanti approda all’Ariston con Uomo che cade, un brano sospeso tra fragilità e ripartenza. Il pezzo nasce dall’incontro con Antonino Dimartino e Marco Spaggiari, si lascia vestire dalle mani di Vanegas. La canzone è una delle più belle del «bouquet» di cui ha parlato spesso Conti, vi convivono pulsazioni hip hop, morbidezze R’n’B e una scrittura che ha il passo del cantautorato. Ma essere figlio di Gianni Morandi e andare a Sanremo vuol dire già avere gli occhi puntati addosso e il rischio di dover dimostrare qualcosa in più.
La canzone di Sanremo “Uomo che cade” racconta un percorso fatto di cadute e ripartenze: qual è stata la “caduta” personale più significativa che ha influenzato il brano?
«Quella vera che ho fatto sul set dello shooting per la copertina del singolo. C’ero io che scappavo in cima a delle scale e mi lasciavo andare (ero appunto l’uomo che cade) e c’era un materasso ad attutire la mia caduta. Ma al novantesimo scatto sono caduto davvero e ho avuto un trauma cranico che mi ha lasciato delle conseguenze. A oggi ho fatto più risonanze che prove.il titolo nasce dal fatto che cadere significa solo sbagliare ma poi ci si deve impegnare per rimediare. Non dobbiamo competere con l’Ai. Il sorriso di Cher non lo puoi duplicare e nemmeno puoi duplicare le emozioni che ti esplodono dentro quando sei su un palco. Di questi tempi siamo figli di un’aspettativa irraggiungibile. Il nostro compito è trovare un equilibrio».
Ha lavorato al brano con Dimartino, Spaggiari, Vanegas e una squadra importante: qual è stato il contributo che più l’ha sorpresa durante la produzione?
«Lavorare con Dimartino è stato epifanico. Un l vello di conoscenza della musicale eccezionale».
È il suo primo Sanremo: qual è l’emozione che non si aspettava di provare entrando all’Ariston per la prima volta da artista in gara?
«La commozione. Ho dovuto nascondere le lacrime. Veder realizzata questa cosa è stato eccezionale. Ho lavorato con 70 elementi in cuffia che suonavano quello che abbiamo scritto in tre e a me è sembrato di essere sulla luna».
Nella serata dei duetti canterà Vita di di Dalla-Morandi nella sera dei duetti.
«La canzone dice “Non è stato facile uscire da un passato che mi ha lavato l’anima fino quasi renderla un po’ sdrucita. Vita io ti credo»: solo Lavezzi Mogol Dalla e Morandi potevano scrivere un capolavoro così, ed è stato con questo verso che ho convinto Galeffi, Fudasca, Montesacro e Fedd, il mio team, li ho presi per mano, li ho tirati fuori dallo studio e li ho convinti a cantare con me. Essere figlio di Morandi e cantare Morandi è una scelta coraggiosa, non sente il peso della storia che suo papà ha scritto anche al Festival?
«Mio padre e tanti immensi artisti hanno calcato questo grande palco. È la storia della musica ed esser lì è una meraviglia. Sono contento di farne parte e spero di onorarlo».
Gianni le ha dato qualche consiglio per affrontarlo?
«Sì, ma non è l’unico, tanti altri ex concorrenti noti e meno noti mi hanno detto una cosa sola: se non ti diverti tu, non si diverte nessuno. La cosa bella è la tensione positiva. Più o meno tutti quelli che hanno fatto Sanremo prima di me mi hanno parlato di una sensazione che si prova solo lì».
Ci sono brani sanremesi di suo padre a cui è più affezionato?
«Non le sembrerà vero ma mi ricordo solo l’ultimo, Apri tutte le porte, con Jovanotti. Forse per rifiuto o chissà. Questa risposta forse non piacerà, ma di papà ricordo poco o nulla».
Qual è il primo Sanremo che ricorda di aver visto davvero con attenzione?
«Renga che canta Angelo e riceve il premio, nel 2005, avevo 7 anni e ricordo lui emozionatissimo. Fu una bella cosa vederlo così contento, mi venne voglia di essere come lui».
Suo padre il Festival lo ha anche condotto, nel 2011 e 2012, lei era un ragazzino: ha qualche ricordo di quei giorni all’Ariston?
«Non sono mai stato all’Ariston, non son mai stato a Sanremo e non sono mai stato coinvolto in cose di Festival. Poverino, magari non avrà piacere che io dica questo, ma ci sono stato solo una volta quando lui era concorrente e adesso ci vado io per la prima volta come concorrente. I casi della vita».
Non ricorda davvero nulla?
«Ricordo che al centro di molte discussioni c’erano lo share, gli ascolti televisivi oltre allo spettacolo in sé. Ma io stavo per i cavoli miei e il Festival era una cosa distante. Da artista in passato ho spesso presentato dei brani senza essere preso, ma non è successo nulla».
A proposito di Auditel, suo padre si mise addirittura in mutande davanti alle telecamere per dimostrare cosa servisse per alzare gli ascolti.
«Io provo solamente a essere Pietro e a non essere il figlio di Gianni».
Se potessi parlare al Piccolo Pietro delle sue prime canzoni per prepararlo a un Sanremo, cosa gli direbbe?
«Gli direi: va’ tranquillo, sali sul quel palco e non farti paranoie».
E papà e mamma oggi cosa vuol dire?
«Solo che ho fatto gli aerosol, sto bene e prometto: smetterò di fumare».