Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 17 Martedì calendario

La Russia affoga nel suo petrolio e l’economia di guerra si inceppa

«La Russia sta affogando nel suo petrolio», titola il Moscow Times, e cita numeri vertiginosi: almeno 150 milioni di barili di greggio russo sono in questo momento in alto mare, letteralmente, caricati su petroliere che però non riescono ad approdare nei porti. I depositi in territorio russo possono contenere circa 32 milioni di barili, l’equivalente di appena 3-4 giorni di produzione nazionale, e sarebbero per metà già riempiti. Gli oleodotti russi potrebbero contenere provvisoriamente un altro centinaio di milioni di barili, altri 12 giorni di produzione, dopo di che, sostengono gli esperti del settore interpellati da Reuters, il Cremlino si troverà di fronte a una scelta: o tagliare la produzione, oppure cominciare a sigillare i pozzi petroliferi che producono il greggio che non trova più mercato: nel 2025, le entrate russe da petrolio e gas si sono ridotte del 24 per cento, e nel solo mese di gennaio si sono dimezzate rispetto a un anno fa. Le notizie secche – e sempre più scarse, visto che mese dopo mese sempre più voci delle statistiche economiche della Federazione Russa vengono secretate dal governo – assomigliano in certi giorni ai bollettini dal fronte. Quando l’Alta responsabile per la politica estera europea Kaja Kallas dice che l’economia russa è in rovina, può suonare come un’esagerazione solo per chi non ha visto i numeri prodotti dalle fonti ufficiali di Mosca. Come quello di un deficit di bilancio che a gennaio ha già superato di un terzo le aspettative dell’esecutivo, e secondo calcoli riservati del governo, rivelati dalla Reuters, potrebbe raddoppiare rispetto alle stime. Il rapporto del ministero dello Sviluppo economico riferisce di una recessione in 21 settori su 27, e il ministro Maksim Reshetnikov in un intervento alla Duma ha cautamente promesso una ripresa dell’economia «non prima del 2027». Ancora più pessimista la Banca Centrale, che ha appena ridotto le sue stesse stime fatte soltanto nell’ottobre scorso, quando aveva pronosticato un prezzo medio del barile made in Russia a 55 dollari. Oggi viene stimato a 10 dollari in meno, e visto che il bilancio dello Stato era stato progettato con un’ipotesi di quasi 60 dollari a barile, la governatrice Elvira Nabiullina commenta asciutta che «il prezzo del petrolio oggi rappresenta dei rischi cospicui».
L’economia russa, e la guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina, vanno a petrolio, e il taglio della produzione di 100 mila barili giornalieri – i dati ufficiali dell’estrazione sono riservati, ma Reuters cita le stime dell’agenzia internazionale Rystad Energy – potrebbe essere soltanto l’inizio. L’Unione Europea sta infatti discutendo un nuovo pacchetto di sanzioni che dovrebbero di fatto proibire il transito marittimo delle petroliere con il greggio russo, mentre diversi Paesi occidentali stanno prendendo di mira la “flotta ombra” di navi con bandiere diverse, che però di fatto vengono utilizzate dal Cremlino non solo per il trasporto, ma anche per operazioni di spionaggio e lancio dei droni. Intanto, già le sanzioni precedenti, sia europee che americane, hanno spinto il maggior acquirente del petrolio russo, l’India, a ridurre drasticamente le importazioni di combustibili fossili dalla Russia: da 3, 8 milioni di barili di dicembre a 2, 8 milioni a febbraio. Un terzo di volumi in meno, con almeno un terzo di ricavi in meno, ma probabilmente in termini monetari le perdite sono ancora più cospicue: secondo le fonti dell’Opec, dopo l’introduzione delle sanzioni europee sulle esportazioni marittime del greggio russo lo sconto offerto dai trader russi ha superato i 30 dollari a barile. Anche la Cina ha tagliato i consumi, mentre l’unico petrolio russo che ancora arrivava nell’Unione Europea, in Ungheria e in Slovacchia, è stato bloccato da un attacco all’oleodotto Druzhba. Dati che spiegano come mai un Volodymyr Zelensky insolitamente ottimista ha raccontato, alla conferenza per la sicurezza di Monaco, che «Putin non ha molto tempo».
Difficile che anche un collasso delle esportazioni possa convincere il padrone del Cremlino a fermare la guerra. Ma proseguirla sarà sempre più difficile: senza le entrate petrolifere che si aspettava dovrà tagliare le spese, o stampare più rubli. Intanto, secondo il Comitato per la statistica russo, le regioni della Federazione hanno chiuso il 2025 con un deficit dei bilanci complessivo aumentato di 5 volte rispetto alle aspettative. Questo spiega anche perché il numero dei disastri nelle infrastrutture comunali – dal riscaldamento all’elettricità alle tubature dell’acqua e delle fogne – nel gennaio 2026 è raddoppiato rispetto a 12 mesi fa, raggiungendo la cifra record di 1280 episodi. E mentre il governo è alle prese con l’ennesima emergenza prezzi, stavolta sui cetrioli (la verdura nazionale è aumentata in media del 111%, e in alcuni negozi siberiani la vendita viene limitata a 5 chili a persona, per evitare speculazioni), il Comitato per la statistica segnala che le famiglie russe stanno spendendo in media il 39% delle loro entrate per mangiare, il dato più elevato dai tempi della crisi del 2008. Un altro record è quello delle perdite cumulate da 18 mila società russe, incluse aziende illustri come le ferrovie RZhD, che stanno mettendo in vendita edifici di stazioni e grattacieli a Mosca, per provare a chiudere un buco che l’economista Sergey Aleksashenko chiama «bancarotta». Quello che non fanno le sanzioni, lo fanno le spese di guerra: secondo alcune stime, già quest’anno le riserve dalle quali finora il Cremlino ha ripianato il deficit delle entrate potrebbero esaurirsi.