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 2026  febbraio 17 Martedì calendario

In un anno le minacce contro i giornalisti sono cresciute del 78%

Questione di democrazia e di sicurezza. Per comprendere l’importanza di un indice sulla libertà di stampa, in Europa e nel resto del mondo, basta scorrere le voci su cui si basa la classifica elaborata ogni anno da Reporters Sans Frontières. Ci sono le leggi che regolano l’informazione e più in generale il diritto di manifestare ed esprimere le proprio opinioni. C’è l’analisi politica dei diversi Paesi, dove ancora una volta viene rilevata la crescita dei governi autoritari. E c’è l’effettiva libertà dei giornalisti di informare senza censure e pressioni, politiche e non, e senza minacce alla propria incolumità.
Eccolo qui, il barometro per la salute di una democrazia: che nel 2025 vede l’Italia scendere al 49° posto su 180. Certo, siamo davanti agli Stati Uniti (57° posto), ma restiamo il fanalino di coda dell’Europa occidentale, tre posizioni più in basso rispetto al 2024. Sul podio, nella classifica presentata lo scorso maggio, ci sono Norvegia, Estonia e Paesi Bassi. Cosa ci ha spinti così in basso? Reporters Sans Frontières indica tre fattori: le pressioni politiche, le ingerenze economiche e le minacce dirette ai giornalisti.
Prima ancora della violenza, l’arma della querela è quella più utilizzata per scoraggiare un’inchiesta scomoda. Esposti e denunce che diventano bavaglio. E non sembrano casi isolati, visto che nel nostro Paese si conta una media di diecimila querele ogni anno. I dati sono raccolti dall’associazione “Ossigeno per l’informazione”. E le minacce? Secondo l’Osservatorio – premiato in due occasioni proprio da Sergio Mattarella con le “Medaglie del presidente della Repubblica” – sono state 361 soltanto nei primi sei mesi dello scorso anno: il 78% in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Crescono del 10% le aggressioni così come la tendenza delle vittime a non denunciare gli abusi, sia fisici sia verbali: rappresentano l’81% rispetto al 50% dell’anno precedente.
Oggi, in tutta Italia, sono 26 i giornalisti sotto scorta.
Storie come quella della direttrice di Napolitan.it Luciana Esposito, minacciata dai clan che si contendono il territorio. O come quella di Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report che la notte tra il 16 e 17 ottobre scorso ha visto saltare in aria la sua automobile parcheggiata davanti alla casa di famiglia, a Pomezia. Lui, in realtà è sotto scorta già dall’estate 2021, dopo le minacce di morte legate alle inchieste sul narcotraffico e sulla ’ndrangheta. Altri duecentocinquanta sono i colleghi per cui è stata applicata la “tutela” delle forze dell’ordine: anche i loro nomi sono inseriti in quella che è una vera e propria anagrafe delle situazioni a rischio, collegato al centro di coordinamento, gestito dal ministero dell’Interno, che monitora gli atti intimidatori contro gli autori di inchieste, reportage, articoli di cronaca nera e giudiziaria. Un fenomeno che non conosce confini geografici, visto che le regioni con il più alto numero di giornalisti minacciati sono la Lombardia, il Lazio e la Sicilia. E se si sommano tutte le diverse forme di intimidazione, azioni legali comprese, si scopre che quasi quattro episodi su dieci (il 39%) sono promossi dalle stesse istituzioni pubbliche.
Così la libertà di stampa limitata corre sullo stesso binario di una democrazia sempre più debole, dove l’accesso all’informazione diventa un imbuto. E sempre più stretto è anche lo spazio lasciato al dissenso. Vale per l’Italia ma la situazione non è particolarmente rosea nemmeno in Francia, Germania e Spagna. Per non parlare degli Usa: collocata tra Sierra Leone e Gambia, la libertà di stampa americana si deve accontentare del 57° posto.