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 2026  febbraio 17 Martedì calendario

Le foto sul tuo smartphone non le hai fatte tu. Se il telefono riscrive i ricordi a nostra insaputa

Tra le tante vittime tecnologiche dello smartphone c’è la fotocamera. Sono numerosi, infatti, i dispositivi a cui il cellulare ha rubato spazio e tempo o che ha mandato definitivamente in pensione: dai citofoni ai registratori vocali, dalle console per videogiochi ai lettori di musica (walkman o mp3), dagli orologi (o sveglie) alle torce, fino alle calcolatrici, alle mappe o ai navigatori satellitari. E l’elenco potrebbe essere molto più lungo.
Ricordi “migliori”
Oggi la maggior parte delle persone usa uno smartphone per scattare una foto. Che, da quando la macchina fotografica – come la chiamavamo nello scorso secolo – è diventata un oggetto di uso comune, è soprattutto uno strumento di archiviazione dei nostri ricordi. Memorie che oggi non sono più fedeli alle nostre capacità da fotografi. Già, perché ormai tutti i telefonini (almeno quelli in commercio da qualche anno) usano algoritmi di intelligenza artificiale per rendere le immagini “migliori”. Lo smartphone, infatti, prima di salvare la foto sul rullino del telefono esegue trilioni di operazioni per aggiustare lo scatto.
Immagini artificiali
È la fotografia computazionale. In poche parole, lo smartphone non raccoglie solo la luce che colpisce il sensore: indovina come sarebbe l’immagine se la fotocamera fosse più performante o il fotografo più abile. E poi la (ri)costruisce. Un caso celebre fu quello del 2023. Quando un utente di Reddit dimostrò come il suo Samsung era stato in grado di scattare una foto della Luna ricca di dettagli (crateri) che non si vedevano dalla Terra. Com’era possibile? L’azienda coreana aveva addestrato i suoi algoritmi a riconoscere il nostro satellite e a riprodurne immagini praticamente fedeli.
Tecnologie simili sono dentro i dispositivi di altri produttori. Gli iPhone di Apple, per esempio, usano la funzione Deep Fusion. È un’intelligenza artificiale addestrata su milioni di immagini: reti neurali che riconoscono oggetti nella scena e li elaborano in modo diverso, modificando singoli pixel in base a ciò che l’IA ha “visto” nelle altre foto. Gli smartphone Pixel di Google, invece, hanno la tecnologia Best Take: se si scattano più foto di gruppo, si possono scegliere i volti migliori e il dispositivo ne crea una finale. Una fotografia mai scattata, in realtà.
L’impatto sulla nostra memoria
Tutto questo ha un impatto sulla nostra memoria e i ricordi? Sì. È quello che ha dimostrato uno studio condotto dal Media Lab del Massachusetts Institute of Technology di Boston. Nella ricerca sono state coinvolte 200 persone: ad alcune sono state sottoposte immagini modificate con l’IA, ad altre no. I risultati hanno evidenziato che l’esposizione a foto alterate dagli algoritmi aumenta la probabilità di formazione di falsi ricordi, cioè eventi mai accaduti o che deviano dalla realtà. Un effetto ancora più pronunciato quando ai partecipanti sono stati presentati video “artificiali”. L’aspetto più preoccupante è che nelle persone sono stati riscontrati alti livelli di fiducia nei loro falsi ricordi.
I risultati della ricerca, dicono gli autori, “hanno implicazioni di vasta portata in vari ambiti, tra cui procedimenti legali, comunicazione politica e in generale nella formazione dell’opinione pubblica”. Tuttavia, lo studio evidenzia anche potenziali risvolti positivi, in particolare in medicina: “I contenuti generati dall’IA potrebbero essere utilizzati per riformulare ricordi traumatici o migliorare l’autostima se applicati in modo etico e sotto la supervisione di un professionista”, spiegano i ricercatori.
Ad ogni modo, lo studio mostra il cuore della questione: non è più l’evento a generare l’immagine, ma l’immagine ottimizzata a generare il ricordo. Perché se è lo smartphone a decidere che una persona debba avere un sorriso “migliore” nello scatto e lo sostituisce automaticamente a quello reale, non sta perfezionando una foto: sta modificando un ricordo.
Non è poco. Soprattutto perché la mediazione è invisibile: non siamo noi a scegliere un filtro e non stiamo neanche usando Photoshop. Insomma, non stiamo trasformando consapevolmente un’immagine. In ultima analisi, stiamo delegando la costruzione dei nostri ricordi all’intelligenza artificiale. Così, la memoria diventa un prodotto informatico, ottimizzato per piacere, creare engagement o semplicemente una coerenza visiva. Probabilmente tutto questo non porterà a qualcosa di drammaticamente negativo. Ma un effetto lo stiamo già toccando con mano: ci stiamo abituando a una realtà che deve sempre essere migliorata per essere accettabile.