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 2026  febbraio 17 Martedì calendario

Vajont, un progetto vuole riaprire una centrale idroelettrica nei luoghi del disastro del 1963. Il sindaco di Erto: «Sono favorevole»

Tornare a produrre energia elettrica grazie all’acqua del Vajont? A questo punta un progetto il cui esame è cominciato da pochi giorni negli uffici della Regione Friuli Venezia Giulia. È stata chiesta  la costruzione di una centrale di piccole dimensioni ma al tempo stesso il progetto evoca inevitabilmente la tragedia del 9 ottobre 1963 quando un’onda d’acqua scavalcò la diga del Vajont, cancellò dalla faccia della Terra l’abitato di Longarone e lasciò dietro di sé 1.900 morti e 1.300 dispersi. 
La domanda è stata presentata dalla società Welly Red di Belluno il 12 dicembre del 2025 e l’istruttoria risulta avviata dagli uffici «valutazione ambientale, autorizzazioni e contributi» della Regione Friuli Venezia Giulia il 6 febbraio di quest’anno. «Si comunica che la Welly Red srl ha presentato istanza di verifica di assoggettabilità alla VIA del progetto di una centrale idroelettrica sul torrente Vajont, con presa allo scarico del lago residuo del Vajont, subito a valle della diga, in territorio comunale di Erto e Casso (Pordenone)».   
Si parla di uno dei tanti impianti che negli ultimi venti anni hanno proliferato lungo l’arco alpino ovunque fosse a disposizione un salto d’acqua e che hanno garantito un boom nella produzione di energia da fonti rinnovabili. Altra cosa, tuttavia, è immaginare una centrale in una montagna così segnata dalla memoria e dove il lutto è ancora vivo nelle comunità locali. Oggi il Vajont è un luogo dove tutto parla del disastro del 1963, è meta turistica ma dove non viene prodotto un solo kilowatt di energia. Come potrà inserirsi in questo contesto il progetto per tornare a sfruttare  a scopo industriale le risorse naturali della valle?
Nel dettaglio la Welly Red prevede di investire 12 milioni di euro e punta a produrre 13,3 milioni di kilowattora l’anno. Il progetto ne riprende uno già formulato nel 1996 ma che non vide mai la luce. La nuova centrale occuperebbe il pendio a valle della diga lungo il corso del torrente Vajont. La captazione delle acque avverrebbe a 605 metri di quota. L’energia sarebbe ricavata sfruttando un salto d’acqua di circa 120 metri. È prevista la costruzione di una serie di vasche di raccolta delle acque, di condotte e di una centrale operativa. Tutte opere – precisa la relazione depositata in Regione – che verrebbero realizzate interamente dentro la montagna e non sarebbero visibili dall’esterno. A valle dell’impianto le acque del Vajont tornerebbero a scorrere libere terminando la loro corsa nel fiume Piave.  
L’iter per arrivare all’apertura vera e propria dei cantieri sta muovendo i primi passi, la Regione deve prima di tutto valutarne la compatibilità ambientale. altrettanto faranno le comunità di Erto e Casso e anche quella di Longarone.  Il sindaco di quest’ultima comunità, ai media locali, ha già espresso il suo parere contrario, richiamando il significato «sacro» della valle e dell’acqua che lo solca.  
Non la pensa allo stesso modo Antonio Carrara, sindaco di Erto e Casso, sul cui territorio ricadrebbe la nuova centrale: «Perché le acque del Vajont devono essere sacre per noi e non per tutti gli altri comuni che le sfruttano più a valle, lungo il corso del Piave che è disseminato di impianti idroelettrici?». Parole nette, che spiazzano ma che Carrara ci tiene a sostenere con una serie di argomenti: «Premetto che io, nelle tragedia del Vajont, ho perduto persone care, che mi avevano cresciuto. Io stesso mi considero scampato a quel disastro».
Dunque, almeno in linea di principio lei non è contrario al progetto...«Certo che sì, anche se ne parleremo in consiglio comunale. Mi spiego: di fatto l’acqua del Vajont, attraverso le concessioni idroelettriche, oggi garantisce introiti a tutti i comuni lungo il corso del Piave. Soldi preziosi, per piccole comunità di montagna con cui assicurare servizi ai cittadini. Noi di Erto e Casso siamo rimasti gli unici a non trarne benefici. Se nascesse la centrale avremmo anche noi quel che ci spetta».  
Ma la memoria delle vittime, il dolore per i fatti del 1963: tutto superato? «Al contrario – ribatte Carrara – perché quei soldi rappresenterebbero finalmente un risarcimento per chi ha tenacemente scelto di rimanere a vivere quassù e tenere vivi i nostri paesi. Senza quell’aiuto rischieremmo di scomparire». E per l’ambiente, non vede pericoli? «Macché! Parliamo di un tubo di qualche decina di metri, del tutto chiuso in una montagna, dentro il quale verrebbe convogliata  una parte, non tutta, del torrente. Rispetto all’impianto del ’63 parliamo di una fontanella...»