Corriere della Sera, 17 febbraio 2026
La basilica di S. Pietro: miracolo di ingegneria che ha sfidato il tempo
Sul luogo degli Orti neroniani, dove sorgeva una necropoli in cui era stato sepolto il corpo di San Pietro, dopo l’Editto di Costantino (313 d.C.) i cristiani costruirono una prima basilica, via via ampliata. Lì, il 25 dicembre dell’800 papa Leone III incoronò Carlo Magno imperatore di quello che si chiamò Sacro Romano Impero, più di tre secoli dopo la caduta di quello Romano.
Durante il Medioevo intorno a questa basilica nell’Oltretevere sorse il Borgo Pio, un intrico di vie e di case dove abitava anche Raffaello. Ai tempi in cui Raffaello divenne proto della Basilica di San Pietro, questa era ancora in costruzione. Nel XV secolo i primi architetti chiamati a ricostruire la vecchia basilica furono Bernardo Rossellino e Giuliano da Sangallo. Ma il 18 aprile 1506 papa Giulio II decise di rifarla completamente affidando i lavori a Donato Bramante, già al servizio di Ludovico il Moro a Milano. Bramante progettò una basilica a croce greca caratterizzata da una grande cupola ispirata al Pantheon. Comunque, per aver distrutto la vecchia basilica e non costruito la nuova fu dileggiato con il soprannome di «maestro ruinante».
I lavori furono ripresi da Raffaello e Antonio da Sangallo per una basilica a croce latina finché, nel 1546 subentrò il settantenne Michelangelo. Il centro del suo progetto divenne la cupola, ispirata a quella a doppia calotta di Brunelleschi a Firenze. Fu costruita in soli due anni da Giacomo Della Porta, alta 133 metri e 41,50 di diametro, di poco inferiore al Pantheon.
Il completamento della basilica si deve a Carlo Maderno, a inizio Seicento. Solo dopo la consacrazione della basilica, avvenuta il 18 novembre 1626, Gian Lorenzo Bernini progettò il colonnato che, come due braccia, accoglie i credenti. Al centro della piazza mise un obelisco, simbolo pagano al dio sole, tra i molti che i romani avevano razziato nella campagna d’Egitto e a terra sin dal Medioevo. Fu un’impresa eroica issarlo, come descritto dall’architetto Domenico Fontana in Dell’erezione dell’obelisco vaticano.
Al tempo del Bernini – che realizzò anche l’altare a baldacchino – già si discuteva sulla stabilità della cupola, che temevano cadesse, sebbene costruita su pilastri grandi quanto l’intera chiesa di San Carlino del Borromini. Il 22 settembre 1742 fu istituita una vera e propria commissione per studiare le fessurazioni della cupola composta da monsignor Olivieri, Luigi Vanvitelli (architetto della fabbrica), il matematico Crispi, il geometra Giacomelli e il celebre fisico padovano Giovanni Poleni che, in qualità di segretario, raccolse gli esiti di sopralluoghi, calcoli e progetti (quelli che oggi chiameremmo audit e campagne scientifiche) nel celebre volume Memorie istoriche della Gran cupola del tempio Vaticano (1748).
Studiarono le fessurazioni della cupola i maggiori matematici del tempo, come Boscovic, Jacquier e Le Seur i quali, procedendo a un calcolo analitico delle forze spingenti e di quelle resistenti giunsero a verificare uno sbilanciamento di circa 3 milioni di libbre a favore delle forze spingenti. Per questo suggerirono di porre in opera tre cerchi di ferro nella cupola rifacendo i contrafforti e inzeppando le fessurazioni. Si avviò un vivace dibattito e alla fine Vanvitelli fu chiamato a porre in opera quattro catene. Tuttavia, in seguito al fulmine che il 7 settembre del 1773 scosse la lanterna della cupola, Poleni decise di far collocare un quinto cerchione.
Anche nell’Ottocento, nel Novecento, così come oggi, si susseguirono interventi e studi fisico-matematici sulla basilica, ma non con una così vasta eco culturale. Ovviamente, le nuove metodologie consentono accertamenti più rapidi e «scientifici» rispetto a quelli pragmatici dei matematici di allora, che realizzavano delle cupole in argilla provando a spaccarle per vedere dove sarebbero collassate.