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 2026  febbraio 17 Martedì calendario

Data center, ma quanto mi costi

Se ti limiti a una domanda, te la cavi con un cucchiaino d’acqua. Ma se intrattieni una «sessione standard» di 20-50 quesiti con ChatGpt, o con qualunque altro software di intelligenza artificiale, fai consumare al data center coinvolto circa una bottiglietta da mezzo litro d’acqua. Più o meno, cioè, quanto si valuta sia necessario per raffreddare il riscaldamento prodotto nel data center per elaborare le risposte. Poca roba? Solo se si resta nel micro, perché altrimenti i numeri si dilatano.
L’università della California Riverside ha valutato in circa 2.700 miliardi di litri di acqua il consumo globale dei data center nel 2025, con una proiezione di 4.700 miliardi nel 2030. Le Big Tech (Google, Microsoft, Meta, Amazon) hanno annunciato l’obiettivo «Water Positive» entro il 2030, per restituire più acqua dolce alle comunità di quanta ne consumino. Un target non facilmente perseguibile visto che i nuovi chip per l’intelligenza artificiale scaldano così tanto da far schizzare molto in alto il consumo idrico.
L’indagine
In Italia, tenendo conto sia dei data center più vecchi che consumano molto, sia di quelli recenti più risparmiosi, si calcola che, per i 609 megawatt (Mw) di potenza installata nei data center del nostro territorio, il consumo annuo di acqua possa arrivare a 2 miliardi di litri. Il dato citato sopra di 609 Mw, proviene da una indagine, relativa al 2025, appena diffusa dell’Osservatorio data center del Politecnico di Milano (Polimi).
Va chiarito che un data center è una infrastruttura fisica che ospita sistemi informatici come server, sistemi di archiviazioni, reti, e che garantisce attività essenziali quali servizi bancari, pagamenti elettronici, App e social media, sanità digitale ed e-commerce. Tutte operazioni che comportano consumi di grandi quantità di energia. Secondo la rilevazione Polimi, nel triennio 2023-2025, sono stati investiti 7,1 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di apparecchiature IT dei nuovi data center. Ma è previsto un nuovo rapido sviluppo: nel triennio 2026–2028 sono 83 i nuovi progetti infrastrutturali annunciati da 30 aziende, per un valore potenziale di 25,4 miliardi di euro.
L’Italia si trova dunque nel pieno di un’opportunità strategica che offre benefici alla nostra economia, con Milano che rappresenta il baricentro dello sviluppo. Nel capoluogo lombardo si concentra infatti il 68% della potenza energetica installata a livello nazionale, con la previsione di raccogliere il 23% degli investimenti annunciati in ambito europeo, diventando così punto di riferimento per il Sud Europa. Tutte cifre, queste, che indicano sviluppo economico ma anche grande fame di energia, con un sensibile impatto ambientale. Senza dimenticare che nuovi insediamenti significano occupazione di suolo.
In definitiva, dunque, predominano i pro o i contro? «Dal nostro punto di vista prevale il positivo – sostiene la direttrice dell’Osservatorio Marina Natalucci – anche se la crescita andrà governata, per far sì che l’impatto si sviluppi secondo linee guida che rispettino l’ambiente. Il fatto di ridurre i consumi energetici con l’utilizzo di risorse rinnovabili è comunque interesse anche degli operatori del settore, per i quali la bolletta elettrica è la spesa principale. Per quanto riguarda il consumo di suolo, si sta cercando di dare priorità all’apertura di data center sui brownfield, cioè su terreni di ex strutture industriali. E ci sarà anche un impatto positivo sull’occupazione, perché queste infrastrutture di grossi player internazionali, quando sono in fase di cantiere, con la costruzione degli edifici e con la loro messa in opera, occupano tante persone, a cui si aggiungeranno gli addetti nell’indotto dei servizi digitali».
Chi si occupa per statuto di difesa ambientale avanza ulteriori riserve. «La cosa che mi preoccupa di meno – commenta il responsabile suolo di Legambiente Damiano Di Simine – è il consumo di acqua, soprattutto nell’area milanese dove è abbondante e dove ci sono 2-300 pompe sommerse che servono solo a tenere basso il livello della falda. Preoccupante è invece il potenziale consumo di suolo, visto che il territorio è una risorsa scarsa. Per noi costruire su aree industriali dismesse, è un prerequisito. Possiamo anche mettere i data center in aree ad alta urbanizzazione, riabilitando così quei siti su cui è bene che le industrie non tornino. Dove c’è del verde, però, teniamocelo! C’è poi chi parla – prosegue Di Simine – di improbabili utilizzi dell’acqua calda di raffreddamento dei data center per il teleriscaldamento. È una proposta che non mi piace, a meno che la rete non passi vicino alla struttura. Costruirne una ex novo rischia di reprimere altre forme di investimento più sostenibili, tipo le pompe di calore che offrono migliori prospettive future rispetto ai vecchi tubi di acqua calda».