Corriere della Sera, 17 febbraio 2026
Sensori e batterie termiche. I segreti dei nuovi box per trasportare gli organi
Dal primo trapianto di cuore, eseguito in Sudafrica da Christiaan Barnard nel 1967, il mondo della trapiantologia ha fatto passi da gigante. Anche nel campo della conservazione e del trasporto degli organi.
Il contenitore, allora un semplice frigo portatile da picnic, si è evoluto fino ai moderni «gusci smart» con display che segnalano i parametri dell’organo e dell’ambiente, sensori collegabili via bluetooth alle app dell’equipe del prelievo, geolocalizzazione. E sistemi di raffreddamento che rendono obsoleto l’uso del ghiaccio.
«Parliamo di sistemi in cui il cuore viene preservato a freddo, ma con temperatura costantemente controllata, in modo che l’organo non subisca danni» spiega il trapiantologo Ugolino Livi, già professore di Cardiochirurgia all’Università di Udine e direttore del Dipartimento cardiotoracico dell’azienda ospedaliera di Udine.
Il nemico, si chiama ischemia: il tempo in cui l’organo resta senza sangue e ossigeno. Per limitarne i danni, la medicina dei trapianti ha puntato fin dagli inizi sull’ipotermia. «Il freddo rallenta il metabolismo cellulare fino al 90%, come se le cellule “mettessero in pausa” la loro attività, riducendo consumo energetico e sofferenza», aggiunge il professor Livi.
La tecnica è rimasta sorprendentemente simile nei principi: raffreddare, isolare, proteggere. «Per indurre la cardioplegia, nel cuore si utilizza una soluzione fredda iniettata in radice aortica che arresta l’organo in fase diastolica, cioè rilassata. Il cuore, flaccido, viene immerso in una soluzione fisiologica fredda con l’obiettivo di mantenere la temperatura costantemente intorno ai intorno a 4-6 gradi, inserito in un primo sacchetto sterile, poi in altri due, per garantire una tripla barriera. Questo involucro viene collocato in un contenitore rigido cilindrico che lo isola dal ghiaccio del box di trasporto. Il ghiaccio non deve mai entrare in contatto diretto con il tessuto: sottozero si formerebbero cristalli, potenzialmente distruttivi», aggiunge il professor Livi.
Ma la tecnologia ha raffinato il metodo. Oggi i box sono dispositivi certificati, con guarnizioni ermetiche, sistemi di chiusura sicuri, isolamento termico avanzato e «batterie termiche» per il raffreddamento. Integrano sensori che registrano in continuo la temperatura, che deve restare tra 4 e 8 gradi: abbastanza bassa da proteggere dall’ischemia, ma non tanto da rischiare il congelamento.
Accanto alla conservazione a freddo si è sviluppata un’altra frontiera: la perfusione «ex vivo». Qui il cuore del donatore viene prelevato, messo dentro un macchinario e mantenuto vivo fuori dal corpo. È una tecnologia che mantiene gli organi (cuore, polmone, fegato) in uno stato fisiologico, caldo e funzionante, anziché nel tradizionale ghiaccio. Questo riduce i tempi di ischemia e aumenta il numero di organi utilizzabili.
«Il cuore può continuare a battere durante il trasporto, con monitoraggio di pressione, frequenza e flusso coronarico. È una rivoluzione che ha permesso di estendere i tempi e recuperare organi marginali, offrendo anche la possibilità di eseguire un prelievo, trasporto e impianto con il cuore sempre battente senza quindi alcun tempo di ischemia», conclude Livi.