Corriere della Sera, 17 febbraio 2026
Attivista ucciso dal gruppo antifa. Sotto accusa il partito di Mélenchon
Dopo mesi di allarmi sulla radicalizzazione e la violenza dello scontro politico, l’omicidio di un ragazzo a Lione scuote la Francia.
Il militante di estrema destra Quentin Deranque, 23 anni, giovedì 12 febbraio era intervenuto assieme a una quindicina di compagni per scortare il collettivo femminile nazionalista Némésis, che protestava contro la conferenza dell’eurodeputata filopalestinese Rima Hassan alla facoltà di Scienze politiche.
Quentin Deranque è stato aggredito, gettato a terra e colpito da decine di calci e pugni in tutto il corpo, volto compreso. Secondo i testimoni, gli aggressori erano un gruppo di «antifa», i militanti di estrema sinistra che teorizzano e praticano la resistenza attiva, violenze comprese, contro i neofascisti. Tre ragazzi di estrema destra sono riusciti a fuggire, Quentin è rimasto a terra. Dopo avere rifiutato in un primo momento di essere portato in ospedale, Deranque è stato soccorso da un’ambulanza quando le sue condizioni erano critiche. Entrato in coma in ospedale, è morto sabato 14 febbraio.
Tra le persone sospettate di averlo ammazzato di botte c’è Jacques-Elie Favrot, collaboratore parlamentare del deputato Raphaël Arnault, esponente del partito della France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e della stessa Rima Hassan. La presidente dell’Assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha annunciato la sospensione dell’accesso di Favrot all’aula, mentre fuori del palazzo centinaia di compagni della vittima gridavano «Arnault assassin»: benché non abbia partecipato ai fatti di Lione, Raphaël Arnault è il fondatore della Jeune Garde Antifasciste, il gruppuscolo di estrema sinistra (disciolto dal ministero dell’Interno) al quale apparterrebbero gli autori dell’agguato.
Subito dopo i massacri del 7 ottobre 2023, la France insoumise di Mélenchon prese posizione a favore della causa palestinese senza condannare come atti di terrorismo le stragi. Nei mesi successivi la France insoumise ha abbracciato senza esitazioni il movimento pro-Pal, evitando di distanziarsi dagli esponenti di Hamas. Rima Hassan è stata protagonista di conferenze nelle università, accolta con entusiasmo, e lo stesso ha fatto Jean-Luc Mélenchon che due anni fa a Nantes, di fronte a una analoga protesta di Némésis, aveva detto al servizio d’ordine: «Portatemi il loro scalpo e non se ne parli più». Una battuta che, dopo l’uccisione di Deranque, gli viene rinfacciata.
«Esistono legami forti tra La France insoumise e la Jeune Garde», dice il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez. Da parte sua il sospettato Favrot, tramite il suo avvocato, «nega di essere responsabile di questa tragedia».
Destra e governo accusano di corresponsabilità morale Mélenchon e La France insoumise (da poco ri-qualificata dal ministero come «estrema sinistra» e non più sinistra radicale), ma la condanna arriva anche in seno alla gauche. Raphaël Glucksmann, fondatore del partito Place Publique e probabile candidato alle presidenziali, giudica ormai «impensabile» un’alleanza della sinistra socialdemocratica con La France insoumise in vista del voto per l’Eliseo del 2027, accusando Mélenchon e Rima Hassan di «versare benzina sul fuoco».