Corriere della Sera, 17 febbraio 2026
Le ragioni della crisi dei partiti
A causa delle astensioni, gli elettori si sono quasi dimezzati. Gli iscritti ai partiti si sono ridotti a un quarto di quelli che erano in passato. L’indice di frammentazione dei partiti è aumentato. I partiti non riescono a intercettare la domanda dell’elettorato e a mettere insieme le divergenti aspirazioni delle diverse componenti delle coalizioni.
Che succede al sistema politico italiano? Come si sta trasformando la politica nel nostro Paese? Per rispondere a tali domande, passo in rassegna una per una queste componenti del nostro sistema politico, per poi esaminare come esse interagiscano.
Si recava alle urne più del 90 per cento degli elettori; ora questi sono scesi a poco più del 50 per cento. Dunque, l’elettorato si rifiuta di scegliere e di farsi rappresentare. Questo può dipendere dalla debolezza dell’offerta politica o dalla scarsa fiducia dell’elettorato nei confronti dei partiti. La conseguenza è che oggi un governo può ottenere la fiducia della maggioranza del Parlamento anche avendo soltanto una base di votanti di poco superiore a un quarto dell’elettorato.
I partiti sono agenti collettivi sempre più ristretti; è assente o debole un vincolo associativo per la mancanza di un collante costituito da una politica condivisa. Non hanno più una base fedele su cui contare (l’iscrizione a un partito è anche una promessa di voto) e sono divenuti sparuti gruppi oligarchici, a causa della erosione e poi dello svuotamento della base associativa.
L a oligarchizzazione è il risultato congiunto della perdita di un solido radicamento territoriale e sociale e dell’assenza di condivisione di ideologie e programmi. La loro organizzazione territoriale è esile. Manca una stabilità della struttura, riflesso organizzativo della condivisione di programmi nati dal dibattito collettivo interno, perché la vita interna è pressoché inesistente. Non esistono più giornali di partito. Congressi provinciali e nazionali sono sempre meno frequenti e non vengono tenuti con cadenze programmate.
Il sistema politico è, come in passato, multipartitico, ma si tratta di un multipartitismo molto diverso. Prima vi erano due partiti dominanti e tre medi, ora più partiti con un peso significativo. Prima vi era un partito cardine su cui ruotavano le alleanze, ora questo è assente. Prima il sistema multipartitico era concentrato, oggi è frammentato.
Infine, l’offerta politica interessa sempre di meno l’elettorato: i temi evocati e agitati sono quelli dell’immediato, mentre la collettività si interroga sul futuro. I grandi temi di interesse collettivo passano in secondo piano e vengono alla ribalta diverbi di cortile. Attraverso i media, penetrano nello spazio pubblico solo battibecchi.
I padri della Repubblica avevano pensato a un sistema policentrico, ma, se ora si passa dalla dimensione nazionale a quella subnazionale, bisogna riconoscere che la presidenzializzazione delle regioni ha ridotto il peso degli organi rappresentativi collegiali, tanto che è difficile dire in che cosa essi siano impegnati. Né riescono a far sentire la propria voce le grandi città, nelle quali oramai si concentra un terzo della popolazione, e che in altre zone del mondo hanno acquisito un peso importante nel sistema politico.
Gli effetti dei quattro fattori considerati sono sotto gli occhi di tutti, e si possono riassumere con l’espressione desertificazione della politica. Le associazioni-partiti ridotte al lumicino in termini di iscritti e in termini di vita associativa. I programmi e le piattaforme politiche inesistenti. La competizione ridotta a battibecchi, alla ricerca continua della differenza piuttosto che alla comparazione di programmi, alla negazione delle posizioni dell’altro, piuttosto che alla affermazione delle proprie.
La democrazia, secondo l’interpretazione schumpeteriana, funziona come un sistema competitivo in cui i partiti si contendono il consenso elettorale e l’elettorato sceglie tra le alternative a esso proposte. Ma in Italia, oggi, attori e azioni sono deboli; l’effetto congiunto del dimezzamento dell’elettorato e della forte riduzione degli iscritti ai partiti; la frammentazione multipartitica senza una concentrazione in un partito che abbia un peso significativo, producono la mobilità e fluidità del corpo elettorale e inducono i leader a muoversi per conquistare un incerto seguito elettorale, salvo sperare che il proprio successo dipenda dalla debolezza dei competitori.