Il Messaggero, 16 febbraio 2026
L’influencer postumo che manda like dall’aldilà
Ci sono profili social che continuano a vivere. Anche quando i loro proprietari sono morti da mesi: il solito «buongiorno» al mattino, un commento sotto una foto intorno a mezzogiorno, poi una risposta in chat nel pomeriggio. Tutto coerente con lo stile di chi non c’è più. Ma come è possibile? Non è fantascienza, ma lo scenario descritto in un brevetto ottenuto da Meta, la holding che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp. Il documento, depositato nel 2023 e reso pubblico a fine 2025, vede tra gli inventori il Chief Technology Officer dell’azienda, Andrew Bosworth – il manager responsabile della strategia tecnologica del gruppo – e descrive un sistema di intelligenza artificiale capace di «simulare l’utente quando è assente dal sistema di social networking, inclusi i casi di decesso».
Il cuore del brevetto è un large language model (LLM) addestrato sui dati specifici dell’utente: post pubblicati, commenti, like, cronologia delle interazioni, stile linguistico, preferenze tematiche. Non un archivio commemorativo, ma un sistema capace di generare nuovi contenuti coerenti con il profilo originario. L’intelligenza artificiale, secondo il documento, potrebbe così pubblicare post in linea con le abitudini dell’account: mettere like e commentare contenuti di altri utenti; rispondere ai messaggi diretti; arrivare, in prospettiva, a simulare interazioni audio e video. Non si tratterebbe quindi di programmare in anticipo alcuni contenuti, ma di creare un vero e proprio “sostituto digitale”. Meta, attraverso il suo ufficio stampa, ha precisato che «il rilascio di un brevetto non equivale allo sviluppo di un prodotto. Ad oggi non esistono piani per implementare questa tecnologia». Ma il fatto che l’ipotesi sia stata formalizzata nero su bianco apre un fronte nuovo.
Nel testo del brevetto si fa riferimento non solo al decesso, ma anche ad assenze prolungate. Per creator, influencer e professionisti che monetizzano la propria attività sulle piattaforme, la continuità dell’engagement è cruciale. E questa sarebbe una soluzione. Un’interruzione può significare infatti perdita di visibilità, follower, contratti. In questo senso, la tecnologia potrebbe essere utilizzata anche da vivi per una pausa, una malattia, un periodo sabbatico. Ma è sul terreno del lutto che la questione diventa delicata. Oggi le piattaforme prevedono la “memorializzazione” degli account o la nomina di un contatto erede. Qui, invece, non si conserva il passato: lo si prolunga, generando un nuovo presente. Il fenomeno è noto come “digital death” (morte digitale) o, nel settore tecnologico, “grief tech": l’insieme di strumenti che gestiscono, preservano o simulano la presenza digitale di una persona dopo la morte. «Non è una novità assoluta», spiega il tanatologo e filosofo Davide Sisto. «Già tra il 2016 e il 2017 erano nati progetti che puntavano a creare una controparte virtuale dell’utente. L’idea di continuare a esistere online ha almeno un decennio».
Sisto studia gli aspetti culturali e sociali della morte in un’epoca che, dice, «fa di tutto per rimuoverla». Ma l’esigenza di mantenere una relazione con chi non c’è più non nasce con l’IA. «Dalle pratiche spiritiche dell’Ottocento alle fotografie post mortem, fino ai messaggi conservati in segreteria telefonica, abbiamo sempre cercato di dialogare con i morti», osserva Sisto. «La tecnologia contemporanea rende questo dialogo più immersivo, più interattivo, ma la radice è antica, si pensi alla figura del medium». Il punto, secondo il filosofo, non è demonizzare lo strumento, ma interrogarsi sull’uso.
«Se questi sistemi vengono intesi come strumenti della memoria, possono avere una funzione simbolica positiva: ricordare un tono di voce, un racconto, un episodio condiviso. Il problema nasce quando si alimenta l’illusione che la persona non sia davvero morta. L’idea di eliminare il lutto è un’utopia pericolosa». La fragilità emotiva legata alla perdita, aggiunge, è anche un mercato. «Il lutto è uno dei momenti in cui l’essere umano è più vulnerabile. È inevitabile che le grandi aziende vedano in questo ambito un business». Il rischio, sottolinea Sisto, è scivolare verso una “infantilizzazione” collettiva: «Potremmo arrivare a scenari in cui si continua a fare videochiamate con un avatar del defunto, a ricevere messaggi. Siamo bravi ad alleviare il dolore». Piattaforme che lavorano in questa direzione esistono già. C’è Iter9, il social sperimentale che prometteva di sostituire l’utente con una controparte virtuale; c’è HereAfter AI, fondata dal giornalista americano James Vlahos, che trasforma ricordi e racconti biografici in un chatbot capace di dialogare con i familiari. E poi c’è l’uso “artigianale” di ChatGpt, impiegati da alcuni utenti per simulare conversazioni con i propri cari scomparsi. Il brevetto di Meta si inserisce solo in questo ecosistema. «Serve una regolamentazione chiara, e con altri studiosi stiamo lavorando in questa direzione», conclude Sisto. «Qui si intrecciano consenso, eredità digitale, tutela dei dati e rispetto della memoria. Non possiamo lasciare che siano solo le logiche di mercato a decidere come e quanto i morti continueranno a parlare».