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 2026  febbraio 16 Lunedì calendario

Non solo Glovo&C., sono 500mila i falsi lavoratori autonomi in Italia

I rider che consegnano cibo a domicilio, sui quali lunedì la Procura di Milano ha aperto un nuovo capitolo con il commissariamento di Glovo, non sono gli unici lavoratori finti autonomi che abbiamo in Italia. Appartengono a un mondo vasto, abitato da operatori dei call center, autisti di taxi, addetti alle pulizie, tecnici del marketing: in totale 494 mila persone, secondo l’ultimo studio pubblicato dal centro ricerche Inapp. È la categoria più povera e meno tutelata del nostro mercato del lavoro, nel silenzio di buona parte della politica e del sindacato.
I ricercatori Inapp utilizzano un termine per definirli, in linea con la letteratura internazionale: dependent contractor. Sono quelli che sulla carta sono autonomi, partite Iva o collaboratori, ma nella realtà sono dipendenti a tutti gli effetti. Anche per questo l’Italia resta uno dei Paesi europei con la quota più alta di lavoratori indipendenti. Ne abbiamo più di cinque milioni; tuttavia, se il numero generale è diminuito negli ultimi vent’anni, quello dei dependent contractor sta invece aumentando. Una categoria di precari che sfugge alle statistiche, quantomeno a quelle che si limitano a guardare i grandi numeri e non vanno nel dettaglio.
Il falso lavoro autonomo oggi riguarda specialmente i giovani e le donne. Tutti i dati dicono che chi fa parte di questo girone infernale se la passa molto peggio degli altri, sia dei dipendenti sia degli autonomi “puri”. Qualche esempio: il 44,4% dei lavoratori falsi autonomi ha un reddito inferiore a 15 mila euro l’anno. Se guardiamo ai dipendenti correttamente inquadrati, invece, il dato si “ferma” al 10,4%. C’è una ragione abbastanza semplice alla base di questo divario così netto. Ai dipendenti viene infatti applicato un contratto collettivo di lavoro. Le finte partite Iva, invece, devono negoziare individualmente i loro compensi, ma di solito è l’azienda a imporre la retribuzione. A spingere le imprese a usare questo inquadramento, spesso fraudolento, è proprio la volontà di risparmiare sul costo del lavoro. Oltre ai salari imposti, c’è una percentuale di contributi molto più bassa rispetto al lavoro dipendente, nessuna tredicesima né Tfr. Sono soldi sostanzialmente rubati dai datori di lavoro a quelli che in molti casi, applicando le regole, dovrebbero assumere come dipendenti. Il 48,2% dei dependent contractor dice di lavorare con quella formula “su richiesta del committente”. Un altro 12,1% dice di non aver trovato valide alternative. Per 6 su 10 è una scelta obbligata.
C’è una particolarità nel confronto tra dipendenti e falsi autonomi: per questi ultimi, c’è una maggiore concentrazione di lavoratori che sono impegnati ai due estremi. Lavorano troppo o troppo poco. L’8,7% dei dependent contractor è in servizio per meno di 17 ore settimanali, contro il 2,6% dei dipendenti. All’altra estremità, abbiamo il 17,2% che ha un orario superiore alle 41 ore, mentre per i dipendenti si tratta dell’11%. Sembra quindi che alle imprese piaccia l’idea di usare questi addetti per la maggiore flessibilità del part time o, dall’altro lato, per realizzare ulteriori risparmi sugli straordinari.

Il 63% dei falsi autonomi svolge il lavoro usando mezzi o strutture dell’azienda; il 45,9% deve garantire presenza in sede. Il 58,1% svolge compiti ripetitivi. Molte di queste circostanze sono spie di una subordinazione che potrebbe essere fatta accertare dai giudici
. Le trafile in Tribunale, però, rischiano di essere lunghe e faticose e questo scoraggia dall’intraprenderle.
L’iniziativa della Procura di Milano, con il pm Paolo Storari, si sta concentrando anche su questo. Nel decreto che ha disposto il controllo giudiziario, infatti, si parla di come l’unica forma di autonomia dei rider di Glovo consiste nello scegliere quando accedere alla piattaforma. L’esecuzione delle consegne, però, è organizzata e valutata dall’azienda. Le paghe, poi, sono spesso sotto la soglia di povertà e comunque molto inferiori a quelle del contratto collettivo della logistica. Sui fattorini del food delivery si è detto molto in questi anni. Meno attenzione è stata invece riservata alle altre categorie, che – come dimostrano i dati Inapp – raggiungono comunque numeri importanti. Interessante notare come negli ultimi anni il governo Meloni si vanti della discesa del precariato: a dicembre 2025 i dipendenti a tempo determinato risultano scesi di 245 mila in un anno, arrivando a 2,4 milioni. In un dibattito ripulito dalle esigenze di propaganda, sarebbe corretto aggiungere, a fianco a quel dato, quello sul precariato selvaggio di mezzo milione di finti autonomi.