il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2026
Shor, il dribblatore di sanzioni per conto di Putin tra frodi e cripto
Monitorata per due settimane nell’oceano Atlantico, al largo delle coste venezuelane, la Marinera è stata alla fine abbordata il 7 gennaio dalla Guardia costiera statunitense. La petroliera fa parte della “flotta fantasma” russa, una rete clandestina di vecchi tanker usata da Mosca per esportare petrolio verso Paesi come Cina e India, aggirando le sanzioni occidentali. Secondo un’inchiesta di Radio Liberty e Sistema, la nave intercettata sarebbe indirettamente collegata a Ilan Shor, un oligarca moldavo residente a Mosca. L’uomo svolge ormai un ruolo centrale nell’aggiramento delle restrizioni all’esportazione imposte alla Russia, ben oltre il settore energetico. Il nome di Ilan Shor è innanzi tutto legato a vicende giudiziarie in Moldavia: nel 2017, fu condannato in contumacia a quindici anni di reclusione per aver preso parte, nel 2014, a 28 anni, al cosiddetto “furto del secolo”, una gigantesca frode bancaria in cui circa un miliardo di dollari era stato trasferito da tre banche moldave verso paradisi fiscali, con una perdita pari al 12% del Pil del Paese, il più povero d’Europa. Shor era fuggito in Israele, suo Paese natale, prima di stabilirsi definitivamente in Russia. “È ovvio che Shor ha concluso un accordo con l’FSB: mettersi al servizio dell’intelligence russa in cambio dell’autorizzazione di restare in Russia”, sottolinea la giornalista moldava Viorica Zaharia.
Ilan Shor oggi è la “mano di Mosca” in Moldavia, ex repubblica sovietica dell’Europa orientale al confine con l’Ucraina. L’obiettivo del Cremlino è di rovesciare la presidente filo-europea Maia Sandu, eletta nel 2020 e riconfermata nel 2024 battendo di misura il rivale dei filorussi, Alexandr Stoianoglo, malgrado le campagne di ingerenza elettorale e disinformazione. “Shor ha avuto fino a 100 mila persone sotto la propria influenza in Moldavia”, spiega Lilian Carp, deputato moldavo e presidente della commissione parlamentare per la sicurezza, prima dello smantellamento progressivo delle reti tentacolari di Shor. “Riteniamo che ne controlli ancora almeno il 4%”. Ma senza successo: nel settembre 2025 il partito presidenziale moldavo ha vinto le elezioni legislative, consolidando la traiettoria europea del Paese. Il fallimento non ha tuttavia incrinato la fiducia che Mosca ripone in lui. Al banchiere trentottenne è stata affidata un’altra missione: elaborare un meccanismo illegale che permetta al commercio russo di sopravvivere malgrado le sanzioni imposte dopo l’aggressione dell’Ucraina. Nel 2024 Shor riunisce allora una squadra di banchieri, ingegneri finanziari e giuristi per lanciare “A7”, una società privata che gestisce un’infrastruttura di pagamento alternativa, registrata presso la Federation Tower, un grattacielo del quartiere finanziario di Mosca. Il 51% delle quote è in mano a Shor, mentre il restante 49% appartiene alla Promsvyazbank (PSB), un istituto bancario di Stato legato al finanziamento delle attività militari russe e a sua volta sottoposto a sanzioni internazionali dal 2022. Concretamente il sistema si fonda su tre pilastri: A7 come operatore, la PSB come supporto bancario e la criptovaluta A7A5 come strumento di pagamento. Lanciata nel febbraio 2025, questa moneta digitale è il primo stable coin ancorato al rublo e consente alle entità russe di procurarsi cripto asset utilizzati a livello globale, come l’USDT, il cui valore è ancorato al dollaro statunitense. “A7 ha reso possibili pagamenti per oltre 86 miliardi di dollari nel 2025”, ha detto Ilan Shor durante un forum economico a Vladivostok, a settembre, pavoneggiandosi davanti a Putin. Complessivamente, nel 2025, il volume avrebbe raggiunto i 100 miliardi di dollari, secondo un rapporto pubblicato il 22 gennaio 2026 dalla società specializzata nel settore Elliptic. Stando a dati diffusi da A7, le transazioni riguardano principalmente l’importazione di beni sottoposti a sanzioni – in prevalenza nei settori dell’elettronica e della chimica – provenienti dai Paesi asiatici, con la Cina in testa.
Benché la criptovaluta sia stata sanzionata dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, rispettivamente nell’agosto e nel novembre 2025, “i volumi di scambio del token A7A5 sono rimasti piuttosto costanti fino alla fine dell’anno”, secondo Chainanalysis, società newyorkese che fornisce dati, software e servizi di analisi sulla blockchain. I token A7A5 non vengono emessi dalla Russia, bensì dal Kirghizistan, tramite la società Old Vector LLC. La scelta è stata dettata da una legislazione più permissiva e dal fatto che il Paese non era ancora pienamente integrato nei principali regimi occidentali di vigilanza finanziaria. Solo che la situazione è cambiata: dal 2025 anche Old Vector LLC è sottoposta a sanzioni occidentali. Il Kirghizistan, piccolo Stato montuoso dell’Asia centrale, è comunque diventato centrale per il sistema di pagamenti A7 russo: “È un ex Paese sovietico, le cui élite politiche ed economiche sono soggette alla tutela di Mosca”, spiega Kristine Baghdasaryan, ricercatrice di Transparency International Russia. Il sistema non si fonda esclusivamente sulle criptovalute. Secondo un rapporto del think tank Center for Information Resilience, “il 60% delle transazioni di importazione comporta pagamenti in yuan cinesi”. In altre parole, dietro i flussi digitali sopravvivono strutture tradizionali basate su valuta reale. Nell’ottobre 2025, documenti trapelati da AniKey, una delle società riconducibili a Ilan Shor e consultati da Mediapart, rivelano che il progetto A7 si appoggia a decine di società registrate in diverse giurisdizioni, utilizzate come intermediari in schemi più “classici” di riciclaggio di denaro. Uno snodo centrale di questo sistema è la Società commerciale della Repubblica kirghisa (SCRK), con sede a Biškek, capitale del Paese. Controllata al 100% dal ministero dell’Economia kirghiso, l’entità – in base a un decreto governativo del 2024 – detiene il monopolio delle transazioni relative a beni che non entrano nel territorio nazionale. Di fatto, il meccanismo istituzionalizza l’elusione delle sanzioni a livello statale in Kirghizistan e prevede la creazione di filiali all’estero: negli Emirati Arabi Uniti, in Mongolia, in Brasile, in Bahrein, in Cina… ma anche in Ungheria, primo Paese europeo citato nei piani di A7. “Attraverso una rete di società schermo, A7 fornisce una copertura legale alle imprese russe, consentendo il trasferimento di denaro all’estero”, sintetizza Kristine Baghdasaryan. Copertura ulteriormente rafforzata dal lancio di cambiali digitali, uno strumento al centro di un sistema che, in futuro, potrebbe essere applicato ai grandi colossi russi, come Gazprom. Sulla base dei documenti consultati da Mediapart, A7 consentirebbe al gigante del gas di ricevere pagamenti direttamente in rubli dalla Turchia – Paese cliente del gas russo – tramite la filiale Gazprom Export e la società turca ZMB Gaz Depo A.S. Il continente africano figura già tra gli obiettivi di espansione di A7, con l’apertura delle prime filiali in Nigeria e Zimbabwe nel settembre 2025.
In occasione di un forum Russia-Africa il 22 dicembre scorso, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha invitato “gli altri partner africani ad aderire ad A7”. A7 è intervenuta al servizio di Ilan Shor anche in Moldavia: in vista delle legislative del settembre 2025, un’applicazione collegata a Telegram ha permesso di remunerare in criptovalute attivisti filorussi nel Paese, tramite la PSB e i token A7A5. Un altro pilastro del “sistema Shor” è l’organizzazione Evrazia, fondata nel 2024, in apparenza una rete culturale tra Russia e ex Paesi sovietici, ma che di fatto promuove la propaganda del Cremlino nello spazio post-sovietico attraverso progetti educativi. Evrazia, basata a Biškek, ha finanziato nel 2025 “empori solidali”, un parco di divertimenti e centri di apprendimento della lingua russa per investimenti pari a 100 milioni di di euro, secondo documenti consultati da Mediapart. Diverse fonti indicano che Evrazia sarebbe implicata nel lancio, nel novembre 2025, di Nomad-TV, un canale filorusso in Kirghizistan. E si starebbe insediando anche in Armenia, Paese caucasico diviso tra Russia ed Europa, dove quest’anno si terranno decisive elezioni legislative.