La Stampa, 16 febbraio 2026
Pensioni dormienti
Versare contributi per la pensione senza maturarla e perdere tutto. Un rischio che riguarda sempre più lavoratori in Italia. Stando all’Osservatorio previdenza della Cgil, oggi quasi un dipendente su tre del settore privato non riesce a maturare dodici mesi interi di anzianità contributiva. Si tratta, secondo le stime, di oltre cinque milioni di lavoratori.
A causare questo effetto, sempre secondo l’analisi, è il mix fra salari troppo bassi (al di sotto di 15 mila euro) e i minimali contributivi. In pratica, se l’adeguamento all’inflazione aumenta il livello retributivo minimo per riconoscere valido un anno ai fini pensionistici ma lo stipendio resta fermo sotto questa soglia, non si ottiene l’accredito di tutte le 52 settimane. Da parte sua, l’Osservatorio statistico Inps sui dipendenti del settore privato, per l’ultimo anno disponibile, certifica in circa un milione i lavoratori che hanno lavorato un anno intero con una retribuzione annua inferiore ai 15mila euro (di più, se si considerano contratti di durata inferiore).
L’Istituto previdenziale ha appena aggiornato a 611,85 euro il “nuovo” minimale di retribuzione mensile per il 2026. Questo significa che il livello minimo annuo sale a 12.726 euro: sotto questo, non si ha il riconoscimento di un anno pieno di contributi. Tecnicamente, si contraggono a un numero di mesi di anzianità contributiva.
L’indagine della Cgil calcola che i lavoratori con un salario annuo sotto gli 11 mila euro quest’anno vedranno sfumare sette settimane ai fini contributivi. Ma il conto delle perdite, negli ultimi cinque anni, è più salato: 22 settimane in meno, ben cinque mesi e mezzo di futura pensione non maturata. Questo non si traduce automaticamente nella perdita della pensione ma, certo, la mette più in pericolo. E il meccanismo penalizza di più giovani, donne spesso costrette a part-time involontari, contratti con salari bassi, di durata breve o discontinui.
Va peggio agli iscritti della gestione separata: il nuovo minimale, per il 2026, lievita a 18.808 euro annui (al di sotto, non si ottiene l’accredito dei dodici mesi ai fini pensionistici). Qui, il bilancio è più pesante perché si stima che meno del 10% di collaboratori esclusivi riesca a maturare un anno pieno ai fini contributivi. Al netto dei “furbetti” che non dichiarano ed evadono, molti fanno fatica.
«Un problema sociale c’è: occorre dare ai lavoratori la garanzia di maturare una pensione e dignitosa», sottolinea l’ex presidente dell’Inps Pasquale Tridico, oggi onorevole del Movimento 5 Stelle. «La ricongiunzione è un costo esorbitante per molti. Bisogna renderla più accessibile, per esempio, legando il calcolo all’Isee e prevedendo zero oneri per i meno abbienti. Quanto ai giovani, avevamo calcolato che il riscatto della laurea triennale gratuito richiedeva 6-7 miliardi di euro annui per le casse pubbliche. Una misura impegnativa ma un “patto” verso le nuove generazioni».
Per maturare il diritto alla pensione servono, in generale, venti anni di contributi. Altrimenti, si entra in quell’area definita “contributi silenti”. Quanti sono? Non esiste un numero ufficiale. L’ultimo attendibile risale a più di dieci anni fa quando i Radicali imbracciarono una battaglia per la restituzione dei contributi previdenziali, se insufficienti a maturare un trattamento pensionistico. Si parlò di otto miliardi di euro versati “a fondo perduto” nelle casse previdenziali. Ma, nel 2014, la stima della direzione generale Inps quantificò in 10 miliardi di euro l’ammontare dei contributi silenti e in «diversi milioni» la platea degli assicurati coinvolti. Non pochi.
«Facemmo una lunga battaglia con Marco Pannella e i suoi parlamentari a suon di 52 sit-in davanti altrettante sedi Inps per il rimborso», racconta Arvedo Marinelli, al tempo presidente dell’Associazione nazionale consulenti tributari e oggi a capo di Confiti. «Fu depositata anche una proposta di legge. La riforma Fornero ha risolto una parte del problema consentendo di riunire i contributi di diverse gestioni. Ma ora il nodo è un altro». Quale? «Le carriere sono discontinue e se non si raggiungono gli anni di contributi utili non si matura la pensione. I contributi silenti finiscono nel calderone Inps a discapito di chi li ha versati» prosegue Marinelli. «Ma ormai siamo in un regime di contributivo puro. Basterebbe ritoccare il sistema e calcolare l’assegno su quanto versato, indipendentemente dagli anni di contributi. Lo Stato ci guadagnerebbe evitando l’evasione in itinere di tanti lavoratori. E chi versa non rischierebbe di perdere quanto accantonato, mentre chi non ha mai versato magari prende la pensione sociale».
Per un lavoratore, l’ammanco può essere notevole. Per l’aliquota al 33% (9,19% a carico del lavoratore e il restante del datore di lavoro), su una busta paga mensile di 2 mila euro lordi, ogni mese sono versati 660 euro di contributi. Nell’arco di un anno (compreso di tredicesima), si accantonano 8.580 euro. In dieci anni, i contributi utili superano gli 85 mila euro. Ma il montante non è rimborsato, se non si matura la pensione. Vale anche per la quota parte del lavoratore (in questo esempio, 23.894 euro). E lo stesso per la reversibilità di eventuali coniugi superstiti. Che cosa fare?
«Vediamo decine di casi ma, per esperienza, posso dire che diversi si riescono a recuperare», spiega Walter Recinella, esperto previdenziale della Direzione nazionale Enasc-Unsic. «Molti lavoratori non conoscono le complesse regole ma si possono trovare soluzioni».
Uno sguardo alla previdenza complementare rileva che, qui, circa 2,7 milioni di lavoratori iscritti a fondi pensione integrativi sono “non versanti”. Si tratta del 27,7% della platea totale. Secondo l’ultima relazione Covip, le posizioni aperte ma non alimentate sono ben 2,863 milioni. Poco più della metà dei dormienti non accantona manco un euro da almeno cinque anni e circa un quarto non lo fa da almeno nove. Anche questo, in fondo, è un segnale.