La Stampa, 16 febbraio 2026
Imprese, salgono i default. Più rischi con i dazi Usa. Per il tessile crisi infinita
Le imprese italiane tornano a chiedere credito. E le erogazioni crescono. Insieme al rischio. È il doppio binario che emerge dall’Osservatorio imprese di Crif relativo ai primi nove mesi del 2025: gli importi finanziati crescono del 13,7% rispetto allo stesso periodo del 2024, ma nel terzo trimestre il tasso di default delle società è aumentato del 10% dal 3,1% di giugno all’attuale 3,4 per cento.
In valori assoluti, nulla di preoccupante, ma emerge con chiarezza un cambio di passo dopo mesi di relativa stabilità. Che riporta il tema della qualità del credito al centro dell’attenzione in un contesto globale definito «turbolento e complicato».
«A giugno avevamo evidenziato una crescita degli importi erogati rispetto al 2024. A settembre il trend è confermato, verso tutti i tipi di aziende, ed è distribuito in maniera abbastanza equa», spiega Luca D’Amico, ceo di Crif Ratings. Un elemento non scontato: «Non è sempre così. Di solito c’è un settore o una classe dimensionale che concentra di più il credito. Oggi invece l’accesso è più diffuso, anche grazie alla stabilità del mercato del credito».
La stabilità a cui fa riferimento D’Amico si intreccia con la scelta della Bce di mantenere invariati i tassi d’interesse nonostante un’inflazione sotto controllo. Una pausa che ha favorito il rifinanziamento di vecchie esposizioni a condizioni migliori. «La forma tecnica più utilizzata è quella dei mutui, ovviamente residenziali, sia per coprire esigenze di cassa sia per rifinanziare prestiti in scadenza a tassi più elevati», osserva.
La domanda, quindi, resta sostenuta. Ma il rischio aumenta. «I tassi di default crescono e la dinamica è più marcata per le società più grandi», sottolinea D’Amico. Il tasso complessivo delle società di capitali è salito al 3,4% e, secondo le stime di Crif, «a fine 2025 sarà oltre il 3,5%, per poi tornare verso il 4% entro il 2026». Un livello che riporta ai valori pre-Covid: «Fino al 2018 il profilo di rischio era attorno al 4%. Negli anni successivi molti interventi di sostegno hanno di fatto narcotizzato il rischio. Ora stiamo tornando verso livelli più fisiologici».
Non si tratta ancora di un allarme sistemico, ma il rischio di un progressivo deterioramento esiste, soprattutto in un’economia come quella italiana, fortemente esposta all’export e alle tensioni sulle catene di fornitura. «Noi vediamo uno scenario influenzato dal contesto internazionale. Le imprese italiane restano fragili nei fondamentali economici e risentono molto della supply chain», spiega D’Amico. «Siamo un Paese esportatore: se la circolazione delle merci si complica, l’impatto è immediato».
La fotografia settoriale conferma una spaccatura netta. Il turismo e tempo libero si conferma tra i comparti più dinamici: gli importi erogati crescono del 26,6%, quasi il doppio della media nazionale. Il 2025 consolida il trend positivo già avviato nel 2024, sostenuto anche da grandi eventi e dalla ripresa strutturale dei flussi. «È esattamente l’opposto del tessile», sintetizza D’Amico.
Nel tessile-abbigliamento non si intravedono segnali di ripresa. L’erogato cala del 5,5%, in totale controtendenza rispetto al dato complessivo, mentre i default sono passati in meno di due anni dal 3,3% al 4,8%. «Abbiamo analizzato separatamente produttori e distributori e non vediamo segnali di inversione», osserva il ceo di Crif. I retailer, in particolare, «subiscono un effetto contagio reciproco», stretti tra la debolezza della domanda interna, la pressione dell’e-commerce e l’avanzata dell’ultra fast fashion. Un mix che colpisce soprattutto il commercio di prossimità.
Anche all’interno del turismo non mancano differenze: la ristorazione cresce meno e mostra tassi di default più elevati rispetto alla media del comparto, segno di una competizione intensa e di margini sotto pressione.
Sul piano dimensionale emerge un’altra frattura. «C’è una spaccatura forte tra aziende grandi e medio-piccole. Le prime si sono mosse, hanno avviato percorsi di adattamento e transizione. Le altre, in molti casi, non hanno ancora fatto scelte strutturali». Se le imprese più grandi appaiono più resilienti, le piccole reagiscono più rapidamente agli shock, ma restano più esposte sul piano finanziario.
In questo quadro la sfida per il sistema bancario diventa cruciale. «Il key point è intercettare per tempo i segnali di rischio. Bisogna finanziare con attenzione e competenza. La sfida è comprendere bene cosa si sta finanziando», avverte D’Amico. Perché l’aumento degli erogati è destinato a proseguire, ma in un contesto di rischio crescente.
L’Italia, osserva, «funziona bene in un contesto comunitario. Le politiche industriali europee sono cruciali, perché parliamo di mercati interconnessi». La transizione ha costi nel breve periodo, ma può generare vantaggi nel lungo termine. A patto che imprese e banche riescano a gestire il passaggio senza sottovalutare i segnali che arrivano dai bilanci.