La Stampa, 16 febbraio 2026
Intervista a Marina Perzy
Nel buio della sala Marina Perzy si lamenta, indigna, soffre. Sul grande schermo passano le immagini della serie Hbo Max Portobello in cui Marco Bellocchio ricostruisce il caso Tortora. Lei a Portobello c’era, con Tortora ha lavorato per due anni, 1977 e 1978. Attrice, conduttrice, showgirl, scrittrice e giornalista, ha attraversato 50 anni di tv lavorando con quasi tutti i big. Ma non ha dimenticato.
«La ricostruzione di Bellocchio è molto accurata. Rivivere quanto accadde mi fa soffrire e inca**are. Fu una porcata da qualunque parte la si guardi. Mai creduto neppure per un momento alle accuse mosse a Tortora di essere un camorrista e uno spacciatore. All’epoca, nel 1983, io ero al Festivalbar e il suo patron, Vittorio Salvetti, si chiedeva a chi potesse aver mai pestato i piedi per essere vittima di un’accusa tanto grave e infamante».
Tortora com’era?
«Un vero signore, colto, gentile. Mai una parola fuori luogo. Lo dicevano antipatico: non lo era. Però poteva intimidire. Mi dava del lei. Era animato da una forte idea etica della tv. Portobello precorse i tempi, il format capostipite di almeno altri 3 o 4 programmi a venire: c’era una varia umanità che veniva in tv per proporre e vendere idee, invenzioni, bizzarrie, cercare amici e parenti».
Come c’era arrivata?
«Il programma si faceva a Milano. Molto banalmente per trovare le telefoniste – ragazze giovani e carine – si erano rivolti alle agenzie di modelle. Dovevamo filtrare le telefonate del pubblico: dalla casalinga di Voghera a Luca di Montezemolo. Non scherzo: chiamò (e quando mi disse chi era lo mandai a quel paese) perché era interessato all’invenzione di uno dei nostri ospiti. Tra i tanti divenne celebre quello che voleva far scavare il Turchino per fare affluire aria dal mare alla Pianura Padana e liberarla da nebbia e inquinamento».
Dopo “Portobello”?
«Avevo fatto un provino per Baudo, che stava preparando un nuovo programma. Con me furono selezionati Solenghi, Grillo e Fioretta Mari. Con Baudo però non avrei lavorato: gli venni “soffiata” da Corrado che a Domenica In doveva sostituire Dora Moroni dopo il grave incidente d’auto che ebbero insieme. Scesi a Roma».
Ben diverso da Tortora: come si trovò con lui?
«Era ironico, un grande battutista. Ma anche protettivo: con me una specie di papà. Feci ben tre show con lui: Domenica in, Fantastico 3 e Gran Canal. Cosa non era il varietà in quegli anni. A casa conservo una foto che sintetizza quell’epoca: Tortora, Baudo, Corrado (più Bongiorno, l’unico con cui non ho lavorato). I capostipiti. La tv stava vivendo un momento di passaggio epocale: dal monopolio Rai all’avvento delle tv commerciali».
A Roma come si trovò?
«Era un bengodi, notti lunghe e divertenti, discoteche, salotti, terrazze. Ci si conosceva tutti. Califano mi vide in discoteca con Gianni Ippoliti e iniziò a farmi una corte serrata: lo snobbai. Anni dopo saremmo diventati amici veri. Certo, la conquista importava, ma a lui del corteggiamento piaceva soprattutto il gioco».
Fu ospite di casa Minà.
«Era soprannominata Hotel California per il via vai incredibile. Una sera mi chiese di fargli il caffè un Robert De Niro fighissimo con i capelli lunghi (girava Mission), poi arrivò Giannina Facio (ora signora Ridley Scott, ndr) e se lo rapì».
Il più amico di tutti?
«Renato Zero: era nel cast di Fantastico 3 con Raffaella Carrà e Gigi Sabani. La nostra amicizia dura ancora. Ho sempre adorato fare shopping con lui: ogni negozio di occhiali è suo. Ti telefona e: “A’ Nì, dove sei sparita?” Sempre a Fantastico 3 c’era Antonio Ricci: anche autore di Grillo, era ancora agli inizi ma già si vedeva il genio».
Aveva sempre lavorato in Rai, però il Festivalbar era Mediaset.
«Ci arrivai perché, mentre ero in visita alla casa discografica dell’allora mio fidanzato Mario Lavezzi, risolsi un problema di doppiaggio a Salvetti. Quando mise insieme il cast del programma, si ricordò di me. Ricordo Vasco Rossi, quando seppe di avere vinto mi sollevò e portò in braccio per tutta l’arena. Avevo un abito davvero striminzito... (ma la regia non ci riprese). Era un tornado incontenibile. Insieme facemmo un’improvvisata a Ruggeri: si esibiva alla festa privata di uno che a Vasco aveva offerto un sacco di soldi per cantare e se lo ritrovò in casa, ma come ospite imbucato. Con Massimo Troisi accompagnammo Pino Daniele a un Umbria Jazz dove lui si esibiva: due amici persi troppo presto. Ho frequentato per un po’ anche la Milano del Derby: Faletti, Boldi, Abatantuono...».
Da dove viene il nome Perzy?
«Da mio marito: mi sposai a 17 anni pur di uscire di casa (e perché ero incinta). Mio padre, siciliano, era dispotico e io uno spirito libero: sono stata una mamma single che si è mantenuta da sola. Ma mio suocero era un importante impresario teatrale e a casa sua conobbi un sacco di artisti e assaporai un certo ambiente: Alighiero Noschese (con sua figlia Chiara siamo restate molto legate), Carlo Dapporto e Sergio Bernardini della Bussola erano di famiglia. Ancora non pensavo di entrare in quel mondo, però a volte penso che noi tutti si abbia un percorso scritto nelle stelle. Da bimba a Gatteo a Mare partecipai a un concorso per voci nuove: dopo di me si esibì Morandi in divisa perché sotto leva, lo avrei ritrovato a Tutti insieme dove con Mogol ripercorreva la sua carriera».
Anni 90: dall’intrattenimento passa al giornalismo.
«Tante volte ho cambiato pelle. Sono eclettica. Lasciai la tv per fare teatro, rientrai con la Domenica sportiva, poi fui inviata per UnoMattina: ma non eravamo inquadrati nei programmi giornalistici, così quelli dei Tg ci facevano la guerra. Per questo non potemmo andare a Sarajevo: ci sarei riuscita più avanti, ingaggiata in uno spettacolo per le forze armate. Ho fatto radio, corso nei rally, insegnato recitazione, scritto libri, inciso dischi, fatto cinema e condotto il primo programma di cucina con Gualtiero Marchesi».
Famosi anche gli amori, molto paparazzati. Prima accennava a Mario Lavezzi.
«Molte storie erano da rotocalco: inventate e buone da leggere dal parrucchiere per rilassarsi. Tipo quella con Julio Iglesias: eravamo seduti vicini a una festa, tutto qui. Non era il mio tipo. Fosse stato Sting... Ero più da rock. Con Lavezzi è durato 7 o 8 anni, in cui ci siamo presi e lasciati un sacco di volte. Tra noi l’ombra di Loredana Bertè, che mi accusava di averglielo rubato. Di un altro molto noto non voglio invece assolutamente parlare, né che sia nominato: finisce sempre che si parla solo di questo. Una bella storia anche se breve l’ebbi con Stefano Casiraghi poco prima che si mettesse con Carolina di Monaco: bello, generoso e gentile. Ricordo un Natale bellissimo nella sua casa in Brianza e una giornata di mare insieme ad altri amici (ma c’era già Carolina). La sua morte fu uno shock: mi aveva regalato un anello cui tenevo molto e indossavo sempre, ma che avevo perso in mare. Un segno?».
E oggi?
«Nello spettacolo vige la legge “lavori se già lavori”. Invecchiare non è facile ma non demordo. Ho addentato la vita senza mai fermarmi per via del carattere e perché avevo un figlio di cui occuparmi. Simona Izzo e Ricky Tognazzi mi hanno voluta per la parte della psicanalista in Colpa dei sensi su Canale 5. E qualche sogno ancora lo coltivo: idee per nuovi programmi e soprattutto finire il libro ispirato alla mia vita. Il titolo Molte donne una sola vita è ancora provvisorio ma dà l’idea».