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 2026  febbraio 16 Lunedì calendario

Epstein, dazi e rivolta anti Ice Le tre crepe nel sistema Trump che pesano sulla sfida del voto

Lo confesso: sono tra coloro che scrivono ascoltando la musica e mentre sto mettendo mano a questo pezzo una strofa del brano Anthem di Leonard Cohen mi scorre nelle orecchie: «There is a crack in everything... That’s how the light get in», «C’è una crepa in ogni cosa ed è da li che entra la luce», un verso perfetto per descrivere quello che è accaduto nell’ultima settimana negli Stati Uniti. Il muro del potere trumpiano mostra le sue prime incrinature, fessure che iniziano a ramificarsi e a diventare in alcuni casi profonde. Partiamo dalla crepa più inquietante, disgustosa e mefistofelica: gli Epstein Files in cui Donald Trump viene citato migliaia di volte. Da settimane, ormai, giornalisti, esperti, nemici politici stanno spulciando gli oltre 3 milioni di nuovi documenti legati agli abusi del finanziere pedofilo recentemente pubblicati dal Dipartimento di Giustizia per cercare qualcosa che possa mettere in difficoltà Trump, smentirlo, farlo inciampare in un’amicizia che già di per sé, solo perché è esistita è radioattiva, ma di fatto non costituisce reato. Ci sono mail, messaggi, testimonianze sicuramente poco edificanti che riguardano i primi anni della loro frequentazione, ma nulla, fino ad ora, è stato trovato che possa davvero impensierire da un punto di vista penale Trump, anzi, alcuni documenti confermano la sua versione di un rapporto che si è interrotto anni fa, quando sono arrivate le prime indagini ufficiali a carico di Jeffrey Epstein per favoreggiamento della prostituzione minorile tra il 2005 e il 2006, ma da un punto di vista politico questo scandalo intriso di potere e perversione sta minando la solidità del mondo Maga. Durante la campagna elettorale del 2024, Trump ha accarezzato i cospirazionisti più radicali del suo movimento che sin dal 2016 parlavano di una rete di pedofili legata ai democratici e si impegnò, se fosse stato rieletto presidente a pubblicare gli Epstein Files. Una volta arrivato alla Casa Bianca ha però temporeggiato, precisando che, comunque, anche per proteggere la privacy delle vittime sarebbe stato necessario una revisione accurata da parte del Dipartimento di Giustizia. Una cautela sia di tempi che di modi che ha indispettito parte della sua base e che lo ha messo in aperto contrasto anche con alcuni deputati considerati tra pionieri del mondo Maga come Marjory Taylor Green e Thomas Massie. E quando, dopo una richiesta bipartisan del Congresso, alla fine la pubblicazione è arrivata le modalità non hanno fatto altro che acuire i sospetti e i malcontenti della sua base. A partire dagli omissis che troppo spesso nascondevano i nomi dei complici di Epstein e degli abusatori, lasciando invece visibili quelli delle vittime, passando per l’assenza di incriminazioni o indagini ufficiali da parte del Dipartimento di Giustizia nei confronti dei potenti a cui Epstein offriva affari, donne, ragazze e in alcuni casi anche bambine, fino alla tragica audizione di questa settimana della procuratrice generale Pam Bondi di fronte alla Commissione Giustizia del Congresso. Quasi cinque ore di livore, violenza verbale nei confronti dei deputati che le ponevano le domande con risposte sconclusionate come quando ha detto che i democratici stavano montando questa cosa degli Epstein Files contro Trump solo perché erano invidiosi dei record storici di Wall Street e del Dow Jones durante la sua presidenza. Quasi cinque ore di “stia zitto”,” parlo io”, “Lei è il solito odiatore di Trump”, “non si permetta”, etc… Quasi cinque ora senza neanche una scusa a nessuna delle vittime di Jeffrey Epstein e dei suoi sodali alcune presenti in aula, altre come Virginia Giuffrè, una delle prime coraggiose grandi accusatrici di Epstein, morte suicide senza avere giustizia.
La seconda crepa si è aperta nel ghiaccio di Minneapolis, scavata con il sangue di Renee Good e Alex Pretty, una mamma e un infermiere, due cittadini americani, bianchi, morti per proteggere i loro vicini dai rastrellamenti indiscriminati dell’Ice. Il popolo Maga certo non è contrario ad una politica muscolare sull’immigrazione, che perseguiti anche con metodi violenti chi delinque ed è illegalmente nel paese, ma altra cosa è vedere i genitori dei compagni di scuola dei tuoi figli, il collega di lavoro in cantiere o al supermercato, la cameriera del tuo ristorante koreano preferito, la famiglia che siede in chiesa accanto a te ogni domenica trascinata a forza in macchina e deportata nel giro di 48 ore a 1000 km di distanza. Per non parlare poi dei centri di detenzione. In questi giorni non si placano le proteste a Chester nello Stato di New York, nella contea di Orange. Qui Donald Trump vinse nel 2024 con quasi 10 punti di distacco da Kamala Harris. Qui il sindaco repubblicano è stato tra i primi a scendere in piazza quando si è scoperto che l’Ice aveva comprato un grande magazzino per farne un centro di detenzione.
Manifestazioni bipartisan contro queste strutture negli ultimi mesi si sono viste anche in altri Stati o comunità a maggioranza repubblicana, dal Mississipi all’Oklahoma, dallo Utah al Missouri e secondo un recente sondaggio di Ipsos sono ormai più del 30% i repubblicani che pensano che i metodi dell’Ice siano andati troppo oltre. E poi ci sono gli elettori ispanici: il loro sostegno che aveva tirato la volata alla vittoria di Donald Trump nel 2024 è sceso a gennaio di quest’anno al 38%. Numeri che non sono sfuggiti alla Casa Bianca che ha dovuto battere in ritirata. Molto più silenziosamente di come erano arrivati gli agenti federali stanno lasciando Minneapolis e giovedì lo zar dei confini Tom Homan ha ufficialmente annunciato la fine dell’operazione “Metro Surge” in città.
La terza crepa questa settimana si è insinuata là dove a Trump fa più male: nella sua politica economica. La Banca Centrale dello Stato di New York ha pubblicato tre giorni fa una ricerca secondo cui nel 2025 i dazi sui beni importati sono saliti in media in un anno dal 2,6% al 13% e il 90% di questi ulteriori costi ricadono non sugli importatori, ma sulle aziende e sui consumatori americani e non a caso in un recente report il think tank conservatore Tax Foundation ha definito i dazi una nuova “tassa sui consumatori” che nel 2026 potrebbe costare 1300 $ a famiglia, arrivando nel lungo periodo a vanificare per la classe media i vantaggi fiscali promessi dal Big Beautiful Bill, l’imponente riforma fiscale e di spesa approvata lo scorso luglio dal presidente. Da qui le prime defezioni al Congresso: solo questa settimana prima tre repubblicani hanno votato con i democratici per bloccare una mozione che voleva impedire che la Camera avesse la possibilità di votare sulle politiche commerciali del governo e il giorno dopo sono stati invece sei i deputati conservatori che unendosi ai democratici hanno bloccato i dazi imposti da Trump al Canada lo scorso anno.
Intendiamoci, le crepe non indicano per forza irreparabili danni strutturali. Il tasso di approvazione di Trump tra i Repubblicani è ancora molto alto, attorno all’80%, ma la sua popolarità a livello nazionale nell’ultimo sondaggio Gallup dello scorso dicembre è crollato al 36% come diminuisce fortemente la sua presa tra gli elettori indecisi e questo a 10 mesi dalle elezioni di Mid Term, in cui si rinnovano tutti i seggi della Camera dei rappresentanti e un terzo di quelli del Senato. Quando questo appuntamento si avvicina, i deputati e i senatori tornano a pensare alle loro comunità, più che alle sorti di un’amministrazione impopolare e Trump rischia in molti distretti di rivelarsi più un ostacolo che un lasciapassare per la rielezione. Ecco perché alcuni di loro iniziano a smarcarsi e lo vedremo sempre più di frequente perché tutti a Washington considerano sacro il detto del presidente Dwigh Eisenhower: “alla fine l’elettore ha sempre ragione” pronunciato proprio all’indomani delle Mid Term del 1958 ed ecco come queste elezioni di metà mandato per una parte sempre più consistente di americani e per un’Europa sempre più preoccupata dagli azzardi geopolitici di Trump stanno diventando la luce che si intravede tra le crepe.