la Repubblica, 16 febbraio 2026
Hillary Clinton si difende: “Essere nei file di Epstein non vuol dire essere colpevoli”
Le notizie che emergono dai File Epstein sono preoccupanti, davvero orribili. Spero emerga anche altro: ma sia chiaro a tutti, essere menzionati non significa aver commesso crimini». L’ex segretario di Stato Hillary Clinton sceglie il palcoscenico della Conferenza sulla sicurezza di Monaco per affrontare pubblicamente il terremoto che sta scuotendo gli Stati Uniti e l’Europa, il mondo della politica e quello della finanza, della scienza, perfino dei media e dello spettacolo. Sì, i tre milioni di documenti diffusi due settimane fa dal Dipartimento di Stato che raccontano la fittissima rete di relazioni del miliardario pedofilo. Una trama che va ben oltre le vecchie accuse di Donald Trump a lei e a suo marito quando in campagna elettorale aveva cercato di farne il simbolo di una corruzione che lui voleva attribuire esclusivamente ai dem: e che invece ora tocca pure una mezza dozzina di uomini del suo governo, dal segretario al Commercio Howard Lutnick, a quello alla Salute Robert Kennedy, fino al vice segretario alla Difesa, Stephen Feinberg, e pure Kevin Warsh, che è il nominato di Trump alla Fed).
«Le informazioni devono essere totalmente trasparenti affinché le persone possano non solo vedere cosa contengono, ma anche quanto sia effettivamente opportuno, chiamare le persone a risponderne» ha dunque affondato l’ex First Lady, rispondendo alla domanda di un giornalista su come la presunta cattiva condotta di tanti leader occidentali presenti nei file rifletta i valori occidentali. Un chiaro riferimento alla vicenda che riguarda – e da tempo travolge – anche la sua famiglia. Dopo aver rifiutato più volte di ottemperare alla richiesta di comparire davanti alla commissione di Vigilanza della Camera, dieci giorni fa Bill e Hillary Clinton hanno infatti cambiato idea: anche perché rischiavano fino a 12 mesi di carcere per oltraggio o una salata multa da 100mila dollari.
Spiazzando, però i repubblicani, che davanti alla loro improvvisa disponibilità si sono chiusi, rifiutando inizialmente l’audizione. Salvo accettare, due giorni dopo, di organizzare le udienze. La ex segretaria di Stato deporrà dunque il 26 Febbraio, suo marito il 27: prima volta che un ex presidente Usa testimonierà davanti a una commissione del Congresso dai tempi di Gerald Ford nel 1983. I repubblicani vogliono che le udienze a non abbiano limiti di tempo e che siano registrata in audio e video. I Clinton hanno accettato tutte le condizioni, ponendone a loro volta una: che i colloqui siano pubblici e considerati alla stregua di testimonianze formali.
Intanto, che altri nomi possano venire a galla lo lascia intendere pure Politico: citando una lettera inviata del dipartimento di Giustizia ad alcuni membri del Congresso per «aggiornarli sulle omissioni e le cancellature apportate ai documenti relativi alle indagini».