corriere.it, 16 febbraio 2026
La Milano dei nuovi single: Tinder, l’iperselezione di Raya, il Clear-Coding e l’ingrediente segreto. «Se scrivo che corro la conversazione si accende»
In principio fu l’ananas. A Milano, dal ‘94 in poi, per rimorchiare bastava un frutto tropicale poggiato nel seggiolino del carrello della spesa. Messaggio unico, chiarissimo: «Approcciami», tra le corsie del supermercato. Poi è arrivato lo swipe, quello spietato gesto con cui, sulle app di incontri, si sposta una persona fuori dallo schermo o dentro la propria agenda. Sinistra per scartare, destra per provare. Il capoluogo meneghino si (ri)conferma la capitale italiana degli appuntamenti digitali: lo segnala Year in Swipe, l’analisi annuale diffusa da Tinder, piattaforma simbolo del dating con cui conoscere persone online. La caccia virtuale all’incontro ha preso la forma di un manuale non scritto, che tutti conoscono (ma nessuno ammette di seguire). Le feste tra amici appartengono a un’altra stagione. Oggi si lavora più ore, si incastra tutto, si rientra tardi. E l’app segue il ritmo: resta lì, pronta quando avanza mezz’ora. In tasca, sul divano, o in coda al sushi.
Il pollice fa avanti e indietro sul vetro. Volti, sorrisi, tramonti, bicchieri. Ogni tanto una faccia normale e allora coriandoli, «It’s a match!». Poi di nuovo a scorrere. Si comincia da due battute per verificare che l’altro sia reale e non solo fotogenico. Poi ci si avventura su Whatsapp (o Telegram, se non si vuol dare subito il numero). Le regole sono spietate. Non si scrive troppo, né troppo poco. Leggeri ma non vuoti. Si risponde in fretta, ma non subito, per non sembrare disperati. Il primo incontro deve essere breve e reversibile: un caffè, un drink, una passeggiata. Sempre in una zona comoda, così se non scatta niente si può tornare alla vita di prima senza drammi. Si evita di chiamarlo appuntamento: si dice «Ci vediamo». E se va bene, la seconda uscita decide il tono: diventa una storia, o scivola nella terra di mezzo dove tutto è possibile e niente è promesso. Sotto tale coreografia, gli algoritmi ordinano le persone in una fila invisibile: geolocalizzazione, comportamento, affinità stimate, punteggi di desiderabilità. Il risultato è una città parallela: Milano, ma ordinata in uno schermo. È così che il dating ha smesso di sembrare un’eccezione ed è diventato un protocollo urbano.
«Per molti uomini è un deserto: inizi a pensare di non valere niente», racconta Diego Castelli, channel manager, circa 200 incontri in sette anni e un podcast sul tema («Tinderland»). «Sulle app, l’esito spesso non ha logica: puoi piacere, uscire, parlare bene, e comunque finire nel nulla. E tu resti lì a chiederti cosa hai sbagliato». L’asimmetria tra esperienza maschile e femminile è brutale: «Le donne in 24 ore possono accumulare centinaia di richieste». E allora flirtare diventa una tecnica: «Una frase sbagliata e sei uno dei tanti». O un investimento economico – con tanto di abbonamenti a pagamento: Plus, Gold, Platinum, nell’ordine di qualche decina di euro al mese. Diego conosce la grammatica degli incontri digitali: «Se va bene, spesso lei preferisce venire a casa tua, così non sai dove abita». Il repertorio che ha sperimentato è vasto. Il ghosting – letteralmente, evaporare – educato (visualizza e sparisce), il ghosting brutale (match tolto), e il ritorno a distanza di mesi con un «ti andrebbe di riprendere?» che finge amnesia. Le collezioniste di chat, che tengono la conversazione in eterno e non fissano mai un caffè; le impazienti, che dopo tre righe vogliono vedersi «subito». E le mamme single. «Ne ho incontrate tante. E sì, ho conosciuto anche i figli». Poi l’esperimento da «tinderologo»: due profili, due reazioni. «Uno normale, con le foto. Uno senza. E ha funzionato meglio l’ultimo». In mezzo alla sfilata di facce tutte uguali, l’assenza diventa curiosità. Unica regola: «Meglio viverla come un videogioco. È uno strumento. Se ti ci incastri, ti mangia».
Anche Francesca Mittoni, di professione content creator, ha imparato che nel dating «apparire meno» funziona: «Foto non appariscenti, così restano i meno superficiali». A Tinder, ha preferito Hinge e Bumble, «dove la selezione è più forte». I primi appuntamenti, però, le lasciano addosso la stessa sensazione: stanchezza («dating fatigue», secondo gli studi). «Come una serie infinita di colloqui di lavoro: racconti sempre la stessa storia a sconosciuti diversi». Per affrontare un certo «consumismo delle relazioni», è stato necessario costruirsi un protocollo: locali salvati su Google come First date, a prova di fuga. Se un incontro non funziona, ci si salva con una piccola messinscena: aperitivo breve, «dopo ho cena», e l’amica pronta alla telefonata d’emergenza. L’appuntamento giusto, alla fine, non l’ha fissato l’app. È arrivato altrove: in montagna.
«Io non cerco niente di serio. Sto bene così». Per Jisoo, 24 anni, coreana, studentessa di moda, Milano è un posto da attraversare in leggerezza, senza troppe spiegazioni. Tinder, per lei, è uno strumento pratico: incontri brevi, poca narrativa. «Qui se non lo dici subito, perdi tempo», come registra il dossier annuale dell’app americana: la tendenza è il Clear-Coding, cioè intenzioni esplicite, frasi più nette, meno segnali da decifrare. Nel frattempo, punta all’altra sponda del mercato, Raya, la piattaforma iperselettiva per creativi e volti noti, dove si entra dopo un’accurata selezione: «Lì sai che stai parlando con persone del mio mondo». I suoi date hanno un innesco ricorrente: allenarsi. «Mi basta scrivere che corro e la conversazione si accende». Anche qui i numeri sembrano darle ragione: nelle bio milanesi, tra inizio 2025 e inizio 2026, le menzioni legate alla corsa sono cresciute nettamente («corsa» +32,9%, «running» +14,1%). Jisoo la traduce in una regola semplice: «La corsa è il date perfetto: un giro, una doccia, e ognuno torna alla sua vita».
«Mi serviva un moltiplicatore di possibilità». Dario, venditore di software, 69 anni, per quasi un decennio ha frequentato le app con ferrea disciplina: «Almeno un’ora tutte le sere». Separato in casa, ma entrambi su Meetic, la vecchia scuola del dating online. «Io in salotto, lei in camera: ognuno con la sua ricerca aperta». All’inizio quella condizione inficiava tutto: «Per incontrare le donne con cui chattavo, servivano soluzioni creative». Airbnb a ore, spa in luoghi improbabili, case di vacanza in prestito quando gli amici lavorano». Dopo una trentina di appuntamenti, un vademecum: «Niente posti rumorosi. Meglio un bar a metà mattina: se va male, hai salvato la giornata». Le storie, nel suo archivio, hanno la regolarità di un bilancio: «Una all’anno. Due mesi minimo, quattordici massimo. Non ho mai saltato un giro». A un certo punto capisce dove può portare la spirale dell’app: «Incontro D. Prima uscita: bacio appassionato. Seconda: approcci fisici. Alla terza mi dice: “Sei ancora su Meetic. Ho tre profili per controllarti”». Bloccata. Oggi Dario si è disiscritto: è fidanzato, «ma non ho mai detto “ti amo” in vita mia».
A. («Non usare il mio nome: ho già abbastanza etichette addosso») ha 32 anni, insegna pianoforte. Usa Happn perché è l’app degli incroci: mostra le persone incontrate per strada e, se c’è un match (qui si chiama crush), apre la chat. «Finisco quasi sempre su uomini più grandi: quaranta e oltre. E spesso sono padri di famiglia». Li riconosce dalle scuse e da un lessico di promesse: «“Sono super preso”, “Andiamo con calma”, “Ti porterò”, “Ti farò vedere”». Poi arrivano gli orari strani: «Scrivono molto a pranzo. Vocali solo in macchina. E dopo le nove spariscono». La scenografia si ripete: posti neutrali, facili da lasciare senza spiegazioni. «Un lounge d’hotel dove nessuno ti guarda, una zona di nessuno tra due fermate della metro. Mai il posto di quartiere». A un certo punto spunta la frase storta. «“A casa è un periodo difficile”, “stiamo insieme per i figli”, “lei non capisce”». Quando li inchioda, provano a farla passare per rigida. «“Ma che ti cambia?”». Il tradimento come romanticismo. «“Con te mi sento visto”. È una frase che ho sentito troppe volte». Poi abbassa la voce. «Dopo un po’ ti sembra normale. Ti ritrovi a controllare gli orari, a scegliere tu il posto “sicuro” per non perdere tempo». L’alternativa sono i narcisisti: «Quelli che non ti fanno domande. Parlano solo di sé. E a un certo punto ti chiedi: ma io perché continuo a sedermi a questi tavoli?».