corriere.it, 16 febbraio 2026
Albalisa Cietto, sarta della Formula 1, va in pensione
Ogni mattina Albalisa Cietto, classe 1960, partiva da Odalengo Grande, un paese di poche anime in provincia di Alessandria, e raggiungeva Volpiano. Destinazione: Sparco. Lo ha fatto dal lontano 1993, con la stessa regolarità di un rito. Venerdì 30 gennaio è andata in pensione. Con lei se ne va un pezzo di Formula 1 che nessuno vede, ma tutti indossano. Albalisa è una modellista. Una sarta speciale. La sarta dei campioni. Ha seguito, misurato, vestito e ascoltato generazioni di piloti, dai kart alla Formula 1, passando per rally, test segreti e notti prima delle gare. La incontriamo nel quartier generale di Sparco, storica azienda piemontese del motorsport. Si presenta con un pizzico di imbarazzo, come a dire «davvero questa volta l’intervistata sono io?». Tra le mani ha i suoi preziosi quaderni, tenuti in modo maniacale. Non sono diari, ma archivi. Ogni pagina è una tuta: cliente, numero d’ordine, modello, misure, qualche segno a matita. Niente confidenze scritte, nessuna indiscrezione. Solo precisione assoluta, più elvetica che alessandrina. «Io sono stata l’ultima a usare molto la carta, ora si fa tutto sui computer», dice sorridendo. «Questa cosa ha un che di romantico», aggiunge Niccolò Bellazzini, brand manager di Sparco. Ed è vero: quei quaderni raccontano un’epoca in cui la Formula 1 passava anche dalle mani.
Il suo percorso non nasce nei paddock. «Sono partita dalle moto, collaudavo tute. Poi ho fatto un po’ di tutto: serigrafia alla Libben, confezione di sedili dalla Maserati alla Ferrari. A 19 anni vivevo già da sola». Arriva anche la scuola da modellista, tre anni, e un’esperienza nella moda. Quando entra in Sparco, non immagina nulla di quello che verrà. «Non conoscevo nemmeno la Formula 1. Arrivavano piloti per me sconosciuti. Mi davano fogli con bozzetti, a volte disegnati dagli stessi clienti, e da lì sviluppavo le tute». Tutto è artigianale, quasi domestico. «All’inizio c’erano solo due tute: lucida o opaca. Tagliavo, quadrettavo, mettevo le cerniere lampo, etichettavo».
Da allora la tecnologia ha corso veloce come una monoposto. Le tute di oggi sono molto più leggere, sofisticate, minimaliste. «Un tempo pesavano 1,4 chili, oggi siamo scesi a 800 grammi». Via i ricami, sostituiti dai transfer ignifughi. Ogni grammo risparmiato conta, in pista. «Si rosica un po’ qui e un po’ là», dice lei, inventando un verbo. «E poi c’è anche chi rosica perché le migliori tute sono le nostre...», ribatte Niccolò Bellazzini. Ma una cosa è rimasta identica in trent’anni: «I piloti sono sempre uguali, sempre esigenti. Ognuno ha il suo modo di vestire, il suo equilibrio tra comfort, sicurezza e sensazioni».
E i loro vizi e vezzi diventano leggenda. Gerhard Berger pretendeva uno strato ignifugo in più dopo l’incendio della sua Ferrari alla curva del Tamburello, a Imola, proprio quella dove terminò la vita di Ayrton Senna e cominciò il suo mito: una tuta pesantissima, che nessuno voleva cucire perché era faticoso lavorarla. «C’è anche chi mi ha chiesto un taschino in più, interno alla tuta, per metterci un santino oppure del sale. La scaramanzia non è mai troppa. Volete sapere chi era? No, non lo dirò mai». Alexander Wurz, invece, correva con una scarpa blu e una rossa: «Tutto cominciò con un nostro errore di fornitura. Poi vinse e non volle più cambiare».
A volte basta una fotografia. Michael Schumacher non le ha mai fatto prendere le misure, ma ci teneva che fossero più abbondanti sulle spalline per una questione estetica: aveva le spalle strette. Albalisa ha modellato per tre anni le sue tute partendo dalle immagini. E dire che le misurazioni ideali sarebbero ventisette: spalle, torace, fianchi, gambe, ma anche polso, avambraccio, cavallo. «La prima tuta di Schumi era gialla, eccola, è quella lì appesa». Funzionava. Proprio come con il pilota di rally Sébastien Ogier: nel 2017, in una stanza d’hotel a Gap, gli consegnò una tuta fatta guardando una sua foto su internet. «The best suit I’ve ever worn without any measurement», disse lui entusiasta.
Ci sono anche le tute famose, quelle che escono dal mondo delle corse e finiscono nel racconto pop. Per Sua Altezza Serenissima il Principe Alberto II di Monaco. Per Victoria Swarovski, ereditiera dell’impero multimiliardario dei cristalli dalla vita strettissima. La tuta con cui Lewis Hamilton conquistò il suo primo titolo iridato con la McLaren: «A quei tempi era mio, lo seguivo io», dice Albalisa mettendo per una volta da parte il basso profilo per gonfiare un po’ il petto. Ma anche quella ispirata a Elvis Presley indossata da Max Verstappen e Sergio Perez al Gran Premio di Las Vegas 2023: ornate da stelle, inserti dorati e un cinturone in vita. Corsi e ricorsi storici: Jos Verstappen, padre di Max, è rimasto legato indissolubilmente alla Sparco dopo essere uscito totalmente illeso, grazie alla sua tua ignifuga, dal tragico e spettacolare incendio durante di Hockenheim 1994.
I piloti crescono davanti a lei. Arrivano bambini con il papà, passano dai kart, diventano uomini. Fernando Alonso, per esempio: «Molto simpatico. Gli presi le misure e si mise tranquillamente in mutande. Quella volta non gli serviva solo la tuta ma anche l’underwear». Una volta, a Barcellona, le chiese un taschino in più per un connettore: glielo cucì al volo, a mano. Ricorda con piacere Jenson Button, «un bellissimo uomo, proprio come lo stesso Alonso e pure Antonio Giovinazzi. Diciamolo, non esistono piloti brutti».
Un giorno il neocampione del mondo Lando Norris, in visita nello stabilimento di Volpiano, urlò davanti a tutti: «Albalisa ti amo!». Lo disse in italiano. «Non me lo aspettavo, fu un fulmine a ciel sereno». Era poco prima del Gp di Monza 2021, in pieno Covid, mascherine e distanze. Pochi giorni dopo Norris e il compagno di squadra Daniel Ricciardo fecero primo e secondo a Monza, in un Gran Premio incredibile.
Albalisa non tifa per un solo pilota. «È impossibile». Dice Ferrari, perché è italiana. Avrebbe voluto lavorare di più con il rosso, ma l’ultimo è stato Rubens Barrichello una ventina di anni fa. Ora passa il testimone. «Il mio posto lo prenderà la mia collega Michela Gadotti, seguirà i piloti Red Bull, McLaren e da quest’anno anche Williams». I quaderni restano. Come un archivio silenzioso. Dentro, oltre trent’anni di Formula 1 cuciti a mano.