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 2026  febbraio 16 Lunedì calendario

Intervista a Luca De Michelis

Luca De Michelis, lei è un editore con il senso dei numeri.
«Perché ho studiato economia e ho lavorato a lungo in alcune banche d’affari prima di dedicarmi a Marsilio?».
Anche.
«La finanza, però, è prima di tutto immaginazione».
E sguardo attento ai conti.
«Senza un progetto culturale far tornare i conti non basta. Prendiamo un successo targato Marsilio come Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini: ha venduto tanto, certo, ma è letteratura».
Figlio di Cesare De Michelis (intellettuale veneziano fondatore di Marsilio), nipote di Gianni (figura di spicco del Psi e più volte ministro negli Anni 80), Luca De Michelis ha preso le redini della casa editrice nel 2009, ha traghettato il passaggio nella Feltrinelli avvenuto nel 2017 e ha sviluppato il progetto Marsilio Arte, hub culturale che unisce produzione di mostre, editori e operazioni come quella che da qualche giorno ha portato Anselm Kiefer a esporre nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale.
Lei ha lavorato in diverse banche, anche nella Lehman Brothers fino al 2008, anno del crac.
«Ma me ne sono andato qualche mese prima del crollo, era un’esperienza conclusa e papà ed Emanuela Bassetti, la sua seconda moglie, mi hanno proposto di entrare in casa editrice».
L’editoria si può definire un business?
«Dipende. Per generare guadagni, devi trovare dei best seller e il segreto del successo dei libri è ancora un mistero. Quando Marsilio decise di investire su Stieg Larsson la tiratura iniziale era di poche migliaia di copie. Poi il personaggio di Lisbeth è stato capace di accendere la fantasia di persone molto diverse tra loro. Ecco, forse questa è una delle chiavi del successo: avere più piani di lettura differenti».
Suo papà lanciò anche Margaret Mazzantini.
«Il catino di zinco, centomila copie, una scoperta».
Nel 2007 Marsilio pubblica «Falce e carrello» di Bernardo Caprotti, patron di Esselunga: per la prima volta diveniva chiara la battaglia dietro la grande distribuzione.
«Si trasformò in un best seller anche grazie all’intelligenza di Caprotti, che volle acquistarne migliaia di copie da inviare a varie categorie di persone inclusi politici, tassisti e parrucchieri».
Marcello Veneziani, Massimo Fini, Geminello Alvi: lei pubblica autori fieramente non allineati.
«Diciamo autori anti-ideologici, una caratteristica di Marsilio sin dalla nascita».
Qualcuno che vorrebbe reclutare?
«Pietrangelo Buttafuoco».
Lo sta corteggiando?
«Ci sentiamo spesso».
Però lei ha pubblicato anche i libri di Matteo Renzi.
«Matteo mi piace: quando parli con lui hai la sensazione che sappia già dove vuoi andare a finire e che abbia quindi la risposta pronta».
Com’era suo zio Gianni?
«Scherzando, mio padre sosteneva che suo fratello fosse “presbite”, nel senso che vedeva bene da lontano, quindi era lungimirante, ma che faceva fatica a mettere a fuoco da vicino».
E suo padre?
«Un uomo del Novecento, un grande intellettuale, la sua libreria composta da 60mila volumi per me è stata un viatico importante».
Il primo libro che le hanno messo in mano da bambino?
«Si intitolava Ciondolino, era la storia di alcuni bambini che si trasformano in insetti».
Lei che cosa legge?
«Preferisco la narrativa non-fiction (o saggistica narrativa). Se devo citare un libro non pubblicato da Marsilio dico di Aramburu. Ma ho amato molto anche i saggi di Florian Illies, quelli invece editi da noi. Per esempio, 1913 è un affresco dell’anno che precede la Grande Guerra, una formula originale che intreccia storia, letteratura, musica e moda».
E i gialli? Marsilio è famosa per quelli nordici.
«Lo confesso, non sono un grande lettore di gialli, ma apprezzo alcuni autori, per esempio Veltroni: è riuscito a trasformare Villa Borghese quasi in un personaggio che vive e che pensa».
A parte Larsson, quali sono i gialli Marsilio che vendono di più?
«Veri long seller sono quelli di Henning Mankell, l’autore del Commissario Vallander. Il giallo spesso funziona perché si presta a tante interpretazioni: hai il giallo commedia, il noir, fino alle sfumature horror, pensiamo a Lindqvist».
Un libro che, inaspettatamente, non ha avuto successo?
«Noi avevamo scommesso molto su Élisabeth Gille, figlia della scrittrice Irène Némirovsky: pubblicammo Un paesaggio di ceneri, il seguito ideale di Suite francese, il romanzo capolavoro della madre. Ma il libro non ebbe il successo sperato. Questo, credo, è il bello del mestiere dell’editore. Non bastano i numeri, non bastano le statistiche di marketing: un libro decolla o no per ragioni ancora inspiegabili».
Un autore o un’autrice che vi siete lasciati scappare?
«Ce ne sono diversi, ma non sempre è miopia, spesso ci sono ragioni legate, per esempio, a un’asta per l’acquisizione che si complica. Come nel caso di Jennifer Egan».
Premio Pulitzer per la narrativa.
«Ad un certo punto lasciammo andare l’asta. Un errore? Forse, ma qualche volta arrivano dei colpi di fortuna inaspettati che controbilanciano».
Per esempio il successo, tardivo e clamoroso, dei romanzi di Madeline Miller.
«Quello è stato davvero un caso clamoroso. La canzone di Achille, in fondo, è una storia antichissima, cioè è l’amicizia amorosa tra Achille e Patroclo. Quando il libro uscì per Sonzogno, nel 2011, certamente piacque, anche perché l’anno dopo vinse l’Orange Prize. Ma di sicuro non diventò un best seller. Dieci anni dopo, una tiktoker ne parla in rete. Commuove milioni di ragazzi, la storia di quell’amicizia omerica diventa virale e oggi non solo quello ma anche gli altri romanzi di Miller sono tra i più venduti nel catalogo. Ma posso aggiungere un’altra cosa divertente?».
Certo.
«Nel nostro catalogo, tra i grandi long seller, ci sono le traduzioni in prosa de L’Iliade e de L’Odissea a cura di Maria Grazia Ciani».

Insomma, Omero è Omero.
«Sì, anche se i social media possono aiutare, perché veicolano le emozioni che si nascondono dietro una storia come quella di Achille e Patroclo».
Mi racconta di un altro libro che non ha pubblicato per un soffio?
«Un rammarico? Sì, Il Mago del Cremlino, da cui è stato tratto il film omonimo di Olivier Assayas. L’autore, Giuliano da Empoli, aveva pubblicato per noi Gli ingegneri del caos, un’analisi brillante dell’ascesa globale dei nazional-populisti. Ci proposero Il Mago ma non andammo fino in fondo. Peccato».
Marsilio Arte. Un progetto che lei coltiva da anni.
«E che nasce, naturalmente, dalla grande tradizione di editoria d’arte insita in Marsilio. Ma dietro questa idea c’è una convinzione: Venezia, città dell’antico per eccellenza, sta diventando anche un polo importante per l’arte contemporanea, non solo grazie alla Biennale, ma anche per realtà come Palazzo Grassi o Punta della Dogana. Credo che ci sia spazio per un progetto che, da Venezia, possa estendersi nel resto del Paese, unendo arte e territori».
Com’è Anselm Kiefer?
«Un grande artista e come tutti gli artisti anche un uomo complesso».
E Maurizio Cattelan?
«Timido».
Davvero?
«Lui unisce uno straordinario uso dell’ironia a una timidezza inaspettata, cosa che ne fa un personaggio profondo. E originale: una volta ha voluto fare una conferenza stampa nella sala mensa della Pirelli».
I libri dei politici vendono bene?
«Sì, oltre a Renzi un altro che ha successo è Luca Zaia».
Le piace Zaia?
«Lo trovo intelligente».
E il ministro Giuli?
«Idem».
E lei per chi vota?
«L’ultima volta che l’ho fatto volentieri ho votato Psi».