Corriere della Sera, 16 febbraio 2026
Sale la tensione in Israele. Cisgiordania, il governo spinge sulle «annessioni»
Racconta di essersi messa la gonna «perché temevo come sarebbe finita», i fanatici a Bnei Brak non possono vedere una ragazza in pantaloni. Con l’altra soldata ha dovuto nascondersi nei cassonetti dell’immondizia, quando la folla di ultraortodossi le ha inseguite, i fanatici a Bein Brak non possono vedere una ragazza in divisa. Di fatto reagiscono a qualunque divisa si avventuri in questa cittadina non lontano da Tel Aviv, dove sono la maggioranza e si comportano come se fosse un regno autonomo dalla legge dello Stato.
La polizia è dovuta intervenire per evacuare le due militari, che fanno parte del settore educativo dell’esercito ed erano lì per visitare un commilitone. I video mostrano centinaia di haredim che cercano di circondare gli agenti, bruciano un’auto della polizia: sono dovute intervenire le squadre anti-sommossa e gli scontri sono andati avanti nella notte, 22 gli arrestati. «Hanno passato una linea rossa», avverte Benjamin Netanyahu, mentre chiede di punire gli assalitori. Allo stesso tempo – dice – «è una minoranza di estremisti che non rappresenta tutta la comunità». La sua coalizione si regge sull’appoggio dei partiti ultraortodossi e il primo ministro sta già subendo la pressione dei rabbini perché approvi una legge che sancisca l’esenzione dal servizio militare obbligatorio dei giovani che studiano nelle yeshiva, le scuole religiose. «La situazione in cui i soldati israeliani, uomini e donne, non possono muoversi liberamente in questo Paese è inaccettabile», commenta Eyal Zamir, il capo di stato maggiore. Da mesi cerca di convincere il governo che i due anni di guerra a Gaza hanno dimostrato quanto sia necessario integrare gli ultraortodossi nell’esercito per aumentare il numero di effettivi.
Bibi, com’è soprannominato, è entrato in campagna elettorale verso il voto previsto entro l’autunno. Da una parte non vuole scontentare gli alleati religiosi, dall’altra sta promuovendo una serie di iniziative del governo che – come ha proclamato Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader dei coloni – stanno «uccidendo l’idea di uno Stato palestinese». Ieri i ministri hanno approvato un fondo di quasi 700 mila euro da usare per la registrazione delle terre nell’Area C in Cisgiordania, quella sotto totale controllo israeliano secondo gli accordi di Oslo.
È la prima volta che questo registro amministrativo verrebbe applicato dal 1967, da quando i territori furono catturati: va contro l’intesa di pace siglata oltre trent’anni fa e la legalità internazionale. È un altro passaggio verso «l’annessione di fatto», come denunciano i palestinesi. «La prima conseguenza – spiega l’organizzazione israeliana Pace Adesso – è che l’83 per cento delle terre nell’Area C, oltre metà della Cisgiordania, verrà tolto ai palestinesi e passato allo Stato israeliano: il processo per l’inserimento nel registro richiederà titoli di proprietà che per la maggior parte di loro sarà impossibile dimostrare».
Una settimana fa la coalizione di estrema destra al potere aveva varato altre norme per estendere la sovranità israeliana in Cisgiordania. «Stiamo continuando la rivoluzione delle colonie», commenta Smotrich. La Casa Bianca era intervenuta per ribadire che il presidente Donald Trump è contrario all’annessione.